Il problema non è il “loro” razzismo
ma quello nascosto dentro di “noi”

Lo stupore e l’indignazione che proviamo per le continue manifestazioni di razzismo in Italia sembrerebbe implicare che si tratti di un fenomeno nuovo. Ma è proprio così? Davvero il razzismo “riemerge” dopo essere stato isolato e sommerso, come quei batteri o quei virus letali che saltano fuori decenni dopo che si riteneva di averli sconfitti per sempre? Forse – si dice – il razzismo si manifesta di nuovo perché protetto e incoraggiato da forze politiche al potere. Ma come avrebbero fatto a imporsi quelle forze politiche, se il razzismo non fosse stato già presente in vasti strati della società?

Santa Maria Maggiore, Roma. ph Umberto Verdat

Credo che ognuno di noi possa riesaminare gli avvenimenti personali degli ultimi anni e verificare che di manifestazioni di razzismo ne abbiamo sperimentate non poche: io penso, ad esempio, a un uomo di mezza età, prepotente e violento, che su un filobus di Milano (una delle linee più frequentate da immigrati) se la prendeva con una badante “straniera”, colpevole semplicemente di essere qui tra noi, e le intimava di “tornare a casa”, e dopo che la donna aveva risposto dicendo che era qui per un lavoro che altri non volevano fare, le urlava di “stare zitta”. “Stia zitto lei, fascista!”, gli dissi, e quello mi ricoprì di insulti e mi minacciò di morte, devo dire nel silenzio sottomesso di tutti i passeggeri. Questo avveniva un paio d’anni fa. Mi risulta che ci fosse un governo di centrosinistra, e che la Lega, insieme a tutti i partiti di destra, non avesse raggiunto nelle elezioni precedenti nemmeno il 10% dei voti.

Ma non è di questo che voglio parlare, non del “loro” razzismo. Voglio parlare del nostro. E la prendo alla lontana. Con una certa frequenza leggo su giornali e riviste che si presumono di area progressista denunce o messe in guardia contro “un malinteso multiculturalismo”: sempre così, fra l’altro, con l’aggettivo prima del sostantivo. Mai che si dica come dovrebbe essere un multiculturalismo ben inteso, così che si è portati a pensare, se si leggono quegli articoli o saggi, che il multiculturalismo sia sempre inteso male, e che anche senza bisogno di un aggettivo che lo qualifichi vada respinto. Ora, che cosa sia (o debba essere) una società multiculturale non è così difficile da immaginare: è una società in cui persone di etnie, culture, lingue, tradizioni religiose e civili diverse convivono nel reciproco rispetto, e in cui le rispettive comunità trovano delle mediazioni perché tutti vivano a proprio agio e nessuno si senta emarginato, coltivando, anzi, relazioni interculturali. Qui sta l’inghippo, probabilmente, perché anche fra le persone che non si oppongono radicalmente alla convivenza (è chiaro che non sto parlando della destra esplicitamente razzista, quella che grida “tornate a casa”), anche fra molti che si proclamano progressisti e forse anzi si ritengono i “veri” progressisti, è diffuso il senso comune che chi viene accolto provenendo da fuori debba comunque rispettare “i nostri valori”. E dunque il punto, come dovrebbe essere ovvio, è di stabilire quali siano i nostri valori, quale sia il loro fondamento, quali siano irrinunciabili e su quali, invece si possano trovare delle mediazioni.

Un riesame della storia della nostra civiltà europea e cristiana induce a un certo sconforto. Sono i valori che hanno portato alle Crociate? Alla cacciata degli arabi e degli ebrei dalla Spagna cattolica? Alla Santa Inquisizione? Alla conquista delle Americhe e allo sterminio delle popolazioni indigene? Allo schiavismo? Ai pogrom e alla Shoah? Quando nel 1923 un milione di greci ortodossi e trecentomila turchi musulmani furono costretti a un’emigrazione catastrofica, rispettivamente dalla Turchia verso la Grecia e dalla Grecia verso la Turchia, lo scambio etnico – ignobile – non fu approvato e certificato dal consesso delle principali nazioni europee, in una conferenza celebrata a Losanna, nel cuore dell’Europa (in uno dei paesi più organicamente multiculturali del continente)? Non era comune, a quell’epoca, anche fra gli intellettuali europei, parlare di “razze pure”?

La coscienza sporca della civiltà occidentale è stata messa a nudo dall’ingresso dell’Armata Rossa ad Auschwitz, dalla sconfitta del nazifascismo, dalle lotte contro la segregazione razziale negli USA, dalle lotte di liberazione anticoloniali: per qualche decennio la superiorità dell’uomo bianco e la sua missione di por-tare civiltà, cristianità e democrazia ai popoli del mondo sono state messe in questione, sia pure in una convivenza contraddittoria con i canoni ottocenteschi della cultura e delle arti occidentali che hanno continuato ad essere coltivati nelle accademie e nella vita pubblica. Non a caso il “malinteso multiculturalismo” è guardato con tanto sospetto da molti nostri intellettuali: perché una società multiculturale imporrebbe che le altre culture, diverse da quella del canone occidentale, trovassero il loro spazio, le loro relazioni, i loro poteri.

Per questo la correttezza politica nel linguaggio li inorridisce tanto: perché dovrebbero stare attenti a quanto il loro linguaggio sia incrostato da superiorità presunte, da emarginazioni date per scontate. È giusto, molto giusto, che combattiamo il razzismo. Cominciamo, magari, da quello squallido razzista che c’è dentro di noi.