Il piccolo Alfie e le nostre pericolose distrazioni

Quanto profondo sia lo sfascio culturale, ancor prima che politico, in cui, ciascuno assumendosi le proprie responsabilità, ci siamo cacciati – e dal quale risulta davvero difficile sperare si possa uscire se non si tenterà di innescare una copernicana rivoluzione culturale che rifondi i parametri dello stare insieme, del vivere in società e del confronto politico ed ideale – lo dimostra la lettura delle prime pagine dei giornali di ieri, martedì 24 aprile, del cui sfoglio riferirò tra un istante, chiedendomi prima quanto appassionante sarebbe stata ieri la riunione di redazione a “l’Unità” se ancora esistesse questa testata e più che altro lo spirito collettivo con cui appassionatamente ci ho lavorato per 25 anni, fino a quando nel 2000 ci mandarono tutti a casa ed iniziò la diaspora che fortunatamente non ha impedito di conservare la stima, l’affetto e l’orgoglio dell’appartenenza.

È vero che ieri l’altro – al 50° giorno dell’interminabile consultazione per la formazione del 65° governo della Repubblica italiana, a fronte del 25° di quella federale tedesca – ha registrato la novità del tentativo da parte del presidente della Camera, Roberto Fico del Movimento 5 Stelle, a cui Sergio Mattarella ha affidato l’incarico, di sondare il Partito democratico per un ipotetico accordo. Ma è altrettanto vero che di notizie ce n’erano anche altre, una in particolare davvero unica, assolutamente originale, impensabile prima e densa di significati ed implicazioni non solo per l’Italia ma per l’Europa certamente e forse più in generale per tutto Occidente se non per l’intero pianeta: la decisione del dimissionario governo italiano (i ministri degli Interni e degli Esteri Marco Minniti ed Angelino Alfano) di dare cittadinanza italiana a Alfie Evans, un bambino inglese di 23 mesi affetto da gravissima patologia neurologica sconosciuta al quale la Corte suprema della Gran Bretagna e la Corte europea dei diritti umani negano la possibilità di accanire le cure decretandone la condanna a morte contro il volere dei suoi genitori che intendono invece provare ancora, forse senza alcuna possibilità di riuscita, a tenerlo in vita, richiesta accolta dal pontefice e dall’ospedale Bambin Gesù di Roma.

Da ateo e laico quale sono non credo affatto che la vita sia sacra e di proprietà di Dio, come invece ha affermato Bergoglio; o meglio credo che sia sacra ed inviolabile, ma di proprietà privata ed individuale, perciò, prima del raggiungimento della maggiore età di chi quella vita ha messo al mondo. Affermare tale principio significa anche affermare che nessun altro se non se stessi può decidere che si debba restare in vita se non lo si vuole e che nessun tribunale, nessuna corte, nessun giudice possano decidere al posto proprio. E ciò vale tanto per la morte quanto per la vita. Credo perciò che chi crede in Dio e nella sua proprietà sulla propria vita sia libero di affidarsi a questa convinzione così come io voglio essere libero di vivere o morire fin quando mi pare senza che nessun altro si sovrapponga al mio volere.

Ebbene questa notizia d’apertura l’ha data solo un giornale contro il quale ho combattuto per l’intera mia vita da giornalista, un giornale tendenzialmente di destra e sempre più spesso alimentatore di un qualunquismo che non condivido e del brutto intento di seminare la paura tra i propri lettori alimentando con essa l’odio fra le razze, i gruppi sociali, le classi e perciò la violenza: il quotidiano fiorentino dei Riffeser “La Nazione” e perciò credo anche i suoi collegati “Il Resto del Carlino”, “Il Giorno”, “Qn”.

L’ha fatto mettendo a pagina 2 e 3 cronache e commenti riguardo al caso sotto l’occhiello “Etica e diritti” e facendo seguire a pagina 4 sempre sotto lo stesso occhiello la notizia del sì della discussa sindaca di Torino del Movimento 5 Stelle Chiara Appendino e a pagina 5 la notizia dell’intervento sul cuore di una bambina di 3 anni effettuato nel medesimo ospedale romano che si è fatto avanti per il caso Alfie.

Sono temi rilevanti per tutti noi, qualunque sia il fronte nel quale ci si è schierati e che dovrebbero essere patrimonio di chi vuol battersi per l’eguaglianza, i diritti, il rispetto delle regole, la necessità di forzarle quanto la legge è più ottusa e burocratica del buon senso e del rispetto degli altri, dell’altro, dei “diversi”.

“Repubblica”, il quotidiano che genialmente Eugenio Scalfari usò come un grimaldello per accaparrarsi i lettori de “l’Unità” poco dopo averla fondata, ha relegato la notizia di Alfie in testa al colonnino delle altre cose da sapere in giornata sotto l’etichetta “Le idee” rinviando la lettura alle pagine 10 e 11 e nei commenti a pagina 30, come se non fosse “un fatto” che il dimissionario governo italiano s’è ribellato ai diktat europei, forse ha strizzato l’occhio a Papa Francesco, comunque ha affermato la difesa di un principio.
Idem il “Corriere” che delle sue 7 colonne 6 le impiega per la politica romana e 1, la spalla, per Alfie. Nessuna traccia della notizia in prima pagina su “Il Fatto quotidiano” e sul “Manifesto”.

Ecco, questa è la disattenzione a ciò che gli individui, da soli e in quanto uniti in società, vivono nella realtà di tutti i giorni, quella dei contratti capestro per i giovani e delle pensioni che non vengono corrisposte, a ciò per cui meriterebbe ancora battersi. Questo è ciò che gonfia il qualunquismo, lo alimenta, e rende ancor più profondo, e temo insanabile, il baratro a cui accennavo