Il peso del Covid-19 sui giovani. La parola agli universitari

Non si sente parlare molto di università e universitari, benché si faccia un gran parlare di quella fascia di età. Si dice, ad esempio, che i giovani siano i protagonisti della movida – termine piuttosto ambiguo, chiesto in prestito alla Spagna degli anni ’80 dove, dopo la fine della dittatura franchista, fu ovunque un rifiorire di arte, movimenti, vita. Nulla di banale quindi, anzi si trattava di avanguardie giovanili che si aprivano con fiducia e disincanto al futuro.

Chi ascolta le proteste e le proposte dei giovani?

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Foto di Gerd Altmann da Pixabay

Pochi finora si erano accorti di quanto le birrerie fossero piene e rumorose, le piazze stracolme, le strade praticate fino all’alba nei weekend. A pochi importava se e per quanto tempo i giovani stessero in giro, tranne quando diventavano protagonisti più o meno volontari di fatti di cronaca cittadina. Eppure, quelle strade e quelle piazze, nei mesi scorsi le avevano riempite non solo per divertirsi e fare caciara, ma anche per dire ai tanti adulti distratti che, loro, esistevano, chiedevano a gran voce o sommessamente di cambiare rotta, finché si fosse in tempo, nelle scelte decisive per la società come in quelle per il pianeta. E anche quando li si ammetteva ai tavoli importanti, lo si faceva con un atteggiamento paternalistico, non tra pari.

Studenti, lavoratori, spesso precari

Quel gap generazionale che è fisiologico a ogni fase storica si andava facendo più profondo e oggi, con la pandemia, sembra quasi irrecuperabile. I giovani sono quelli della movida. Una generazione sotto accusa, come se non fossero anche lavoratori, precari, studenti, figli. Impegnati e responsabili, ma anche superficiali e disadattati, come pure molti degli adulti. Non le scelte singole e i singoli atteggiamenti contano, ma la categoria che banalizza problemi e verità.
“Un giorno di marzo, ti sei presentato alle lezioni, hai incontrato i tuoi amici che ti avevano pure conservato il posto vicino a loro. Quella sarebbe stata la tua ultima giornata di università con i tuoi amici, e tu non lo sapevi”. Un post che spopola su Facebook e che dà la portata dello tsunami che si è abbattuto con il Covid-19 sugli studenti universitari nella scorsa primavera.

Quel che perde l’università

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Foto di Alexas_Fotos da Pixabay

Catapultati sul pc a seguire i corsi da casa, stanno perdendo tutto il resto della vita universitaria, che vuol dire i laboratori in presenza, la mensa, i seminari, i convegni, il caffè e la sigaretta tra una lezione e l’altra, il barista amico, il negozio di alimentari dove tutto costa meno, la mostra, la manifestazione, la vita di appartamento o di pensione, lo studio di gruppo, “stasera spaghetti a casa mia”, “domani da me appena torno, porto le polpette da casa…”.
“La prima volta, a inizio pandemia, mi sono illusa di aver trovato una dimensione nuova – dice Cristina – circondata com’ero da persone bellissime che non mi sarei mai lasciata sfuggire. La riflessione e la solitudine mi sembrarono la cosa più giusta che mi potesse mai essere data. Ma adesso no, perché, passi pure l’isolamento fisico, la solitudine mentale è pericolosa, come il distacco da cose e persone importanti”.
“La città, per me che vivo in un paese piccolo, rappresentava la mia nuova vita – aggiunge Rosilenia – adesso i miei genitori sono preoccupati e sono costretta, in questo periodo, a lasciarla a malincuore”. “A volte penso che per un virus sta andando a rotoli tutto il mondo. Quanto era precaria la nostra esistenza e non lo sapevamo!”, sostiene Rossana.
“Per la prima volta in vita mia sono pessimista, – afferma Alessandro – non ho fiducia in nulla. Non è possibile che di 5 anni di università debba farne forse solo due…”. E Matteo: “Racconteremo, non sentiremo racconti di queste cose”, con la coscienza di essere protagonisti di un evento epocale, che può travolgere, oppure offrire nuove consapevolezze.
E’ anche il timore di Giuliano che domani, pronto per entrare nel mondo del lavoro, si trovi qualcuno predisposto a discriminare chi ha studiato col Covid-19, perché considerato non adeguatamente preparato.

I ragazzi dei baretti

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Foto di Hendra Hendra da Pixabay

Che dire di Daria, che dal paese non è proprio tornata per l’anno accademico appena iniziato, di Iole, studentessa lavoratrice, oggi in difficoltà perché nessuna delle attività in città è disposta ad assumere, di Jacopo che grazie alle nuove amicizie era quasi riuscito a trovare un equilibro tra il desiderio di pareggiare certi conti e la sua connaturata predisposizione all’inquietudine?
Nei baretti dello spritz a volte c’erano anche questi ragazzi e probabilmente al loro posto ci saremmo stati anche noi, figli di un tempo che avvalora il migliore De Andrè, quello del “si sa che la gente dà buoni consigli, se non può più dare il cattivo esempio”.

Pur ascoltando la nostra stessa musica, leggendo i nostri libri cult, condividendo molti di quelli che erano i nostri ideali, ci reputano già una generazione più fortunata della loro. Non sono completamente degli angeli né dei decerebrati inconcludenti. Ma noi, ex porci con le ali, siamo disposti a comprendere le loro ragioni, quando ce l’hanno?