Il Pd, un non-partito
ormai alla deriva

Dalla campagna si erano trasferiti di corsa al quartier generale occupando famelici le stanze del potere. Verso la terra amica della provincia sono di nuovo ricacciati, umiliati nell’immagine pubblica per il loro familismo bancario, svuotati di ogni autentica energia politica dopo i prolungati interessamenti per gli orafi aretini scambiati dal Governatore della Banca d’Italia per battute surreali. Senza alcuna possibilità effettiva di resistenza al potere, il ceto politico di Rignano si arrocca inutilmente, sfidando il tempo che lo ha già reso una confraternita di esemplari del passato.

La crisi di quel comitato politico-amicale-economico della piccola borghesia toscana, che aveva misteriosamente scalato un partito e conquistato il palazzo, pare ormai irreversibile. Avevano voluto una commissione parlamentare sulle banche per minacciare, evocare vendette, sfidare il populismo degli altri camminando sul medesimo terreno. E sono stati invece travolti uno dopo l’altra dalla loro stessa dilettantesca volontà di sorvegliare e punire. Affiora una disarmante inclinazione al suicidio politico, così pacchiano che di analoga inclinazione autodistruttiva non si rintraccia testimonianza nelle polverose storie delle istituzioni.

Criticare il cerchio gigliato appare oggi, per riprendere l’immagine classica, come un prendere a calci un leone morto. I filosofi che stanno sempre in Tv avevano profetizzato per il rottamatore una conquista almeno ventennale del potere. Ne celebravano perciò il corpo energico così lontano dal pensiero esitante. Avevano scambiato per dono carismatico un chiacchiericcio inconcludente proprio di un apprendista stregone che contro le severe regole dell’amministrazione pubblica esibiva velocità, decisione, informalità. Giusto aveva visto un politologo come Sartori che giudicava Renzi semplicemente un “peso piuma”, un assoluto nulla che però a dispetto della sua irrilevanza avrebbe prodotto rovinosi guasti.

In tanti ne hanno esaltato le doti sicure del vincitore predestinato, il solo in grado di restituire una brama di successo al partito scettico della non-vittoria. E davanti agli occhi si ritrovano solo macerie nelle istituzioni, caduta del prestigio nell’arte di governo, annichilimento di un partito che ha imposto una legge elettorale escogitata per un’autocastrazione. Non è esagerato scorgere nel Pd un non-partito alla deriva che, non avendo alcuna possibilità di licenziare il capo e il suo cerchio di fedeli, sarà travolto. Se dalla spirale dell’autodissoluzione dello stato maggiore del Nazareno non scaturisce una forte proposta politica di sinistra, l’uscita di scena di un esperimento fallito non avrà uno sbocco costruttivo.

Michele Prospero