Certo non al governo
Il resto è in alto mare

Colpito duramente dagli elettori, stretto tra gli appelli alla responsabilità e l’urgenza di avviare la difficile ricostruzione del centrosinistra, il PD ha messo ieri i primi punti fermi con le scelte della sua direzione. Il primo: l’archiviazione della leadership di Matteo Renzi, per cinque anni capo incontrastato (almeno nei numeri) del partito. Il secondo: la collocazione all’opposizione come campo obbligato per rilanciare il partito e la sinistra. Terzo: una gestione più collegiale attorno al “reggente” Maurizio Martina, fino al prossimo congresso, i cui tempi sono rinviati all’assemblea congressuale del mese prossimo ma comunque non saranno brevi.

Naturalmente si tratta di scelte da approfondire e verificare nel corso delle prossime settimane. La fase post-elettorale si annuncia non breve e assai complicata, visti i numeri incerti prodotti dalle urne domenica 4 marzo. Uno dei pochi elementi certi riguarda la sconfitta storica del PD e della sinistra. Si è toccato infatti il punto più basso dal dopoguerra per le forze del centrosinistra: se è vero che PDS e Ds avevano raggiunto percentuali ancora più contenute, è vero anche che aggiungendo i voti delle forze centriste o dell’estrema sinistra, si superava anche significativamente il livello attuale del PD e dei suoi alleati. A meno che non si voglia annoverare in qualche modo nel campo del centrosinistra il Movimento 5 Stelle: ipotesi a dir poco sconcertante ma che si affaccia nel dibattito a sinistra e nello stesso PD, anche se attraverso un esponente sempre più “minoritario” come Michele Emiliano.

La priorità comunque sembra essere quella della ricostruzione del partito e dell’intera sinistra. Partendo dall’analisi della sconfitta. E questa è un significativo fatto nuovo, visti i precedenti in occasione degli ultimi rovesci del centrosinistra: dal referendum costituzionale alla lunga serie di città perdute a vantaggio dei 5 Stelle e della destra. In un certo senso si torna all’antico. Prima la discussione, il confronto programmatico, le proposte, e solo alla fine il ricorso alle primarie.

E nel frattempo che fare in Parlamento? Che fare per il governo del Paese? Si delinea qui un apparente paradosso: mentre il segretario Renzi esce di scena, la sua linea contraria ad ogni accordo con i 5 Stelle (oltre che, ovviamente, col centrodestra) viene condivisa dalla quasi totalità del partito. In realtà però il no del Pd post-renziano è più articolato. I democratici quasi certamente non si sottrarranno al confronto istituzionale, a cominciare dalla scelta dei presidenti delle Camere. E il passaggio all’opposizione non sarà aprioristico, come in qualche modo sembra suggerire il segretario dimissionario, ma sarà l’esito obbligato di un confronto sui fatti e sui programmi.

Il segretario uscente comunque, attraverso interviste e e-news, spiega di non essere intenzionato a “mollare”. Vuole dare battaglia, come è legittimo anche se inusuale per un leader dimissionario. Ma questa volta dovrà muoversi con più accortezza, evitando gli errori compiuti quando ha lasciato Palazzo Chigi. Molta della popolarità del suo successore Gentiloni si deve del resto proprio ai modi più sobri e dialoganti al governo: lo stesso può accadere ora con Martina o con chi sarà poi scelto alla guida del partito.

Meglio limitarsi a incassare la scelta pressoché unanime nel passaggio all’opposizione. Ma non sarà una scelta facile, visto il pressing che è già iniziato dal Quirinale in favore di “scelte responsabili “, per far prevalere “l’interesse nazionale” sugli “egoismi”. Responsabilità del resto è una delle parole d’ordine più in voga in questi giorni. Insospettabilmente. Tanto più quando viene usata da di chi fino alla vigilia del voto ha predicato l’esatto contrario, come il Movimento 5 Stelle. O come il suo giornale di riferimento, il Fatto quotidiano, che un giorno sì è l’altro pure spiega perché il PD non deve dire no al sostegno a Di Maio e perché l’appoggio esterno sarebbe una scelta di sinistra. Qualche giorno fa nell’ennesimo talk show televisivo, davanti alle posizioni seccamente contrarie verso un governo a 5 Stelle da parte di un parlamentare del PD appena rieletto, un autorevole giornalista di quel quotidiano, introduceva senza imbarazzo questo argomento: senza un governo si torna a votare, il PD dimezza i voti e in tanti perderanno il seggio… Sottinteso: anche lei. Dietro le lusinghe ci sono spesso le minacce: anche questo, probabilmente renderà più semplice il no del PD.