Il Pd non basta più
La sfida da vincere
è l’egemonia culturale

Il Sindaco di Milano, Giuseppe Sala, ha rilasciato un’intervista al settimanale L’Espresso a mio avviso molto importante. Per questo mi ha stupito l’eco relativamente modesto che ha avuto. Mentre quell’intervista invece ha il merito di porre problemi di prima grandezza.

Enucleo i due punti che mi sembrano principali: il PD non basta per costruire un’alternativa all’attuale governo; bisogna costruire un nuovo partito ambientalista e radicale sul piano sociale. Sono due tesi, come ho detto, entrambe importanti e che io condivido.

pd zingarettiIl Partito Democratico ha sicuramente svolto un ruolo importante nelle ultime elezioni riuscendo a diventare punto di riferimento anche di elettori che se ne erano precedentemente distaccati scegliendo l’astensione, oppure votando per il Movimento 5 stelle. Ma proprio come dimostra l’analisi del risultato elettorale il Pd è stato e continua ad essere, nella situazione attuale, soprattutto una barriera, un contrafforte contro il dilagare della Lega e la sua continua crescita a livello di consenso elettorale e, più in generale, dei valori “culturali” di cui essa si è fatta promotrice. È una funzione importante, ma non è sufficiente.

Occorre oggi lavorare alla costruzione di una forza politica nuova che sia capace di sviluppare, oltre che un’azione di contenimento della destra, una politica positiva, che sia in grado di coinvolgere sia il vecchio elettorato del PD, sia quelli che pur essendo distantissimi dalla Lega non riescono a vedere nel PD uno strumento in grado di delineare una prospettiva effettivamente nuova per il futuro del nostro paese.

Su questo, che è un problema decisivo, incidono molti motivi, alcuni più lontani e altri più vicini. Motivi nuovi e motivi più antichi, che si potrebbero mettere a fuoco solamente disegnando le linee generali della storia italiana a partire almeno dagli anni ’70.

È in quel decennio, mi limito a dire questo, che si sviluppa in Italia una lotta frontale tra le forze di destra e moderate e la sinistra, che si risolve negli anni successivi in una sconfitta campale dello schieramento riformatore e di sinistra. Una sconfitta, lo voglio dire, che è stata al tempo stesso culturale oltre che politica. E insisto su questo termine: culturale.

Lo schieramento progressista in Italia è stato in primo luogo sconfitto sul terreno dell’egemonia. Certamente in questo hanno pesato sia eventi di carattere internazionale – a cominciare dalla fine dell’impero sovietico – sia vicende più specificamente italiane: compromesso storico, solidarietà nazionale, incapacità da parte delle forze di sinistra di misurarsi positivamente con le esigenze e gli impulsi di libertà che si stavano affermando in quegli anni e che riguardavano oltre che le prospettive politiche anche i problemi delicatissimi e cruciali dell’identità personale. La sinistra non ha saputo far fronte alle profonde trasformazioni antropologiche che si stavano affermando in modo impetuoso proprio in quel decennio.

Questo sommovimento fu merito anzitutto del Partito radicale. Nei confronti del quale il PCI ebbe un atteggiamento di netta chiusura. Lo fece non per cattiva volontà ma perché i comunisti appartenevano a una storia sostanzialmente disinteressata ai problemi dell’individuo in quanto tale, che andavano in ogni caso subordinati al processo di emancipazione delle masse.

Non insisto ancora su questo punto sul quale occorrerebbe lavorare. Dico solo che i decenni successivi – e in primo luogo gli anni in cui si affermò il fenomeno nazionale ed europeo del berlusconismo – rappresentarono sia sul piano culturale che su quello sociale la catastrofe definitiva dei modelli politici e culturali del movimento operario del XX secolo.

Si può dire, in questo senso, che il berlusconismo ha decretato la fine del Novecento in Italia e l’avvio di una nuova storia con la quale stiamo facendo ancora i conti. Una storia che pone a noi nuovi problemi e ci invita a elaborare nuove prospettive.

Il PD, nonostante i vari tentativi di rigenerarlo e di riproporlo anche con una sequela di nomi nuovi che non celavano però la vecchia sostanza di quel partito e delle forze che in esso erano confluite, è rimasto al fondo un partito novecentesco incapace di misurarsi con le novità del nuovo tempo storico di cui il berlusconismo è stato in Italia un fenomeno di particolare importanza e rilievo.

Prima ancora che una sconfitta politica, il Partito democratico ha subito una disfatta culturale. Che si è poi espressa con una netta perdita sul piano dei consensi elettorali e l’affermazione, anche grazie al suo tradizionale elettorato, del Movimento dei 5 stelle il quale si è sviluppato proprio penetrando nei vuoti sia culturali che politici del tradizionale movimento riformatore italiano.

Bisognerebbe periodizzare i tempi di questa lunga crisi. Qui mi interessa solamente dire che essa si è ulteriormente esasperata con la grande crisi iniziata negli anni 2007-2008. In quella fase si èacutizzatoain maniera straordinaria la lunga crisi sociale italiana approfondendo in maniera intollerabile le diseguaglianze, distruggendo il tradizionale ceto medio, estendendo in maniera mai vista prima i confini della povertà nella quale sono precipitati milioni di cittadini italiani. Una crisi enorme che ha toccato la base materiale dell’esistenza spazzando via i vecchi blocchi sociali e le appartenenze politiche tradizionali.

Al fondo quella che si è chiamata società fluida è appunto questo: la rottura dei vecchi ordini. La disintegrazione delle vecchie appartenenze, la crisi della memoria storica e politica. E, al tempo stesso, l’apertura di enormi spazi nuovi resa possibile dalla fine del vecchio mondo.

È su questo terreno che si è sviluppata la destra e in modo particolare la Lega, che è riuscita a vincere sia sul piano culturale che su quello politico e sociale. Sono processi connessi: la Lega è riuscita a imporsi sul piano dell’egemonia culturale, cioè dei valori. Perché è riuscita a elaborare una propria analisi della crisi, una prospettiva per uscirne e ad imporla nel nostro paese.

Il successo della Lega non è dunque qualcosa di superficiale e frammentario. Al contrario è legato a una interpretazione della crisi materiale dell’Italia e alla proposta di prospettive e di valori che si sono imposti a livello popolare. Valori come quello dell’ordine, dell’autorità, della necessità della difesa personale anche con le armi, incentrati nella individuazione del diverso – di qualunque tipo essa sia – come del nemico da abbattere per poter uscire dalla crisi e salvaguardare sé stessi. Lo sappiamo tutti che la questione degli immigrati non si pone, tanto meno dal punto di vista numerico, nei termini in cui dice la Lega. Ma la Lega, cioè la destra italiana, vincendo sul piano culturale è riuscita a far diventare questo il tema all’ordine del giorno con cui tutti sono costretti a misurarsi.

Se una forza riformatrice e di sinistra vuole avere un futuro in Italia deve riuscire ad affermarsi sul terreno dell’egemonia culturale, dei valori. Ma lo può fare solo se prende le mosse dalla crisi materiale, dalla gravità delle diseguaglianze, dalla rottura dei vecchi vincoli di solidarietà. Proponendo una propria analisi della crisi e una prospettiva per uscirne in chiave riformatrice e di sinistra.

Un compito immane che ha bisogno di forze nuove, di energie nuove. Di un partito nuovo capace di attrarre nella sua orbita coloro che resistono ai richiami della destra ma non ritengono il Partito democratico – nonostante gli apprezzabili sforzi di Nicola Zingaretti – in grado di rappresentare il futuro dell’Italia. È una battaglia sociale e culturale che richiede anche nuovi leader e una lotta quotidiana contro l’imbarbarimento della società italiana. Dal quale non si può uscire con reprimende di ordine etico ma solo misurandosi in modo aperto con la crisi sociale dell’Italia e con i problemi che essa sta determinando. Anche, a mio giudizio – ma questo è un altro discorso – sul terreno dell’unità della nazione e dello stato.