Il Pd, la malattia dell'”oltrismo” e un simbolo da difendere

Se l’estremismo è la malattia infantile della sinistra,  l’”oltrismo” rischia di diventare la patologia dell’età adulta. E’ una lunga storia, certo non priva di ragioni profonde ma anche di una certa improvvisazione dei gruppi dirigenti. Semplificando. Quando alla caduta del Muro di Berlino, Achille Occhetto intraprese la strada obbligata del superamento del Pci, lo fece con la metafora della cosidetta carovana: ovvero, una sinistra larga (e un po’ troppo indistinta) “in movimento” nella quale potessero confluire esperienze (o anche semplici pulsioni) diverse rispetto a quelle della tradizione comunista e socialista, un “andare oltre”, appunto, senza però approdare mai a un profilo identitario riconoscibile.

Venti anni dopo, quel processo ha avuto un altro passaggio storico: la nascita del Partito Democratico. Anche qui, partendo dalle culture di provenienza comunista, socialista e cattolico democratica, riecco la suggestione dell’“andare oltre”. Ma il risultato non deve essere stato del tutto convincente se con poco più di un decennio di vita, c’è già chi ipotizza un superamento, un nuovo “andare oltre”.

La questione, in verità, in questo avvio di dibattito congressuale è appena abbozzata. Nicola Zingaretti, il candidato favorito per la nuova leadership, insistendo sulla necessità di “aprire” il partito ai protagonisti dell’opposizione di piazza di questi mesi e agli intellettuali più impegnati contro il governo xenofobo-populista, ha spiegato che il “simbolo del Pd non è un dogma”. Lo sfidante Maurizio Martina, qualche giorno prima aveva ipotizzato una modifica del “marchio”: trasformare Partito Democratico in “Democratici”, richiamando forse inconsapevolmente la non memorabile esperienza della formazione messa in piedi da Prodi e Parisi all’epoca della “competition is competition” nel centrosinistra.

Eppure proprio in quella omissione – “partito”- c’è forse il nocciolo della questione. Serve ancora un partito alla sinistra? Di più: serve al Paese? Se ci fate caso, tolto il Pd, non c’è più una forza politica che abbia questa dicitura nel suo simbolo. E, sempre con l’eccezione del Pd e in minima parte della Lega, nessuno fa più congressi degni di questo nome: le leadership si scelgono con pochi click in rete, o meglio, per designazione di “garanti” dall’alto, si chiamino Grillo, Casaleggio o Berlusconi.

Ecco perché, anche se può apparire una questione assolutamente marginale, il simbolo del Pd andrebbe difeso. Zingaretti ha ottime ragioni per voler segnare una discontinuità nella politica del suo partito, di volerlo aprire a forze vitali, ad allacciare nuove alleanze. Ma senza abdicare al ruolo che spetta a una forza che alla sua nascita puntava proprio a essere il perno della sfida riformista in Italia e in Europa. Tanto più che lo stesso sistema elettorale per il voto europeo – proporzionalissimo – sconsiglia listoni o aggregazioni di liste. Quello che serve è semmai un profondo rinnovamento, un ricambio generazionale e di genere sotto quel simbolo. Ma questa è un’altra storia per il Pd e per tutta la sinistra.