Pd, servirebbe un colpo d’ala o quantomeno un vero congresso

Michele Ciliberto ha proposto recentemente, su queste pagine, una riflessione sulle sorti della sinistra italiana che prende le mosse da un’affermazione molto netta e impegnativa: “lo schieramento progressista in Italia è stato in primo luogo sconfitto sul terreno dell’egemonia”, una sconfitta “che è stata al tempo stesso culturale oltre che politica. E insisto su questo termine: culturale”, aggiunge Ciliberto.

L’alternativa politica pd zingaretti

Condivido largamente questo approccio e vorrei proseguire su questa linea di riflessione, segnalando solo alcune questioni su cui ritengo che l’analisi proposta da Ciliberto possa essere sviluppata o forse anche precisata. Ciliberto prende le mosse da un interrogativo: è sufficiente il Partito Democratico – questo PD – a ricostruire un’alternativa politica positiva all’attuale dominio della destra? La risposta è evidentemente negativa, e molti possono certo convenire; meno chiaro e condiviso appare il successivo passaggio sul “che fare”.

Vi sono alcune risposte, come quelle del sindaco di Milano Sala, apprezzate da Ciliberto, che – sottolineando il fatto che il Pd “non basta” -, pensano ad un nuovo soggetto politico “ambientalista e radicale sul piano sociale”. Altri invece, come Calenda, tendono a vedere il “nuovo” soggetto come un partito che affianchi il Pd dal versante “moderato”. Ci sono poi quei pasdaran dell’ideologia del partito “a vocazione maggioritaria” che, a sentire questi discorsi, alzano le barricate: custodi di una presunta “identità” originaria del PD vedono come fumo negli occhi una qualche possibile aggiustamento in senso “radicale” del profilo politico e programmatico del PD. Se un PD ha da esserci, – secondo queste posizioni – esso non potrà che avere l’”identità” un po’ amorfa, amebica e sfuggente, che questo partito ha avuto sin dalle sue origini: un partito vagamente di “centrosinistra”, che può dire solo “ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”, giacché una qualsiasi più precisa definizione rischia di rivelarsi come la classica “coperta” troppo corta….

I compiti del presente

D’altra parte, discorsi pur apprezzabili come quelli del sindaco di Milano, scontano un congenito difetto di astrattezza e di politicismo: è evidente, infatti, che i partiti non nascono sulla base di una “gentile concessione” di un partito già esistente o per una qualche disegno concepito, come si suol dire, “a tavolino”. I partiti, – se sono partiti degni di questo nome, e non delle effimere creature – nascono sulla base di una qualche “necessità” storica, perché offrono (e rispondono ad un bisogno di) rappresentanza sociale, politica e culturale. Per questo, è proprio vero che il Pd “non basta più”; ma, se è così, bisogna pur chiedersi perché è accaduto questo e, soprattutto, cosa fare, e come, per poter ricostruire un partito – o più partiti – in grado di affrontare i compiti storici del presente.

Deficit di egemonia

E’ certamente vero: alla radice di tutto vi è una sconfitta “culturale”. La sinistra italiana ha progressivamente smarrito quella “capacità egemonica” che aveva caratterizzato alcune fasi cruciali della nostra storia repubblicana, dalla Resistenza alla Costituzione, dalla stagione riformista degli anni Sessanta fino alla grande avanzata elettorale degli anni Settanta. E tuttavia, credo sia un errore schiacciare l’ultimo trentennio sotto il segno di un indistinto declino: bisogna cercare di capire quando e come si è manifestato un “deficit” di egemonia culturale, ossia – possiamo esprimere il concetto in questi termini – come e quando la sinistra non è apparsa più in grado di “leggere” e interpretare adeguatamente il mutamento sociale e, nel contempo, offrire una prospettiva politica comprensiva e unificante, in grado di parlare alla società italiana e di risultare convincente.

Lo strappo dell’89

Alla base di tutto vi è certamente una frattura “epocale”, quella dell’Ottantanove: un’intera costruzione ideale e politica (che aveva accomunato sia le correnti comuniste che quelle socialdemocratiche del movimento operaio) viene rimessa in discussione. In particolare, cade quella accentuazione “finalistica” che aveva segnato la storia del movimento socialista e comunista: non solo l’idea che un’“altra società” era possibile, ma che, anzi, la si cominciava a costruire da qualche parte, nel mondo; l’idea che la storia aveva un senso e una direzione di marcia e che “noi” potevamo contare su questo movimento oggettivo della storia, agire al suo interno, “far leva” sulle contraddizioni oggettive di una forma sociale e lavorare per orientarne gli sviluppi.

A trent’anni di distanza, appare evidente che il venire meno di una possibile alternativa, o anche solo la minaccia di un’alternativa, non abbia segnato solo la fine del “socialismo reale”, ma abbia anche radicalmente indebolito anche la forza contrattuale e la capacità espansiva della sinistra socialdemocratica. Del resto, appare oramai consolidata, anche sul piano storiografico, la convinzione che il New Deal rooseveltiano, o le prime grandi esperienze di Welfare nord-europeo, nascono anche come “risposta” preventiva alla forza espansiva che, fino ad una certa fase storica, la rivoluzione sovietica mostrava di possedere.

Il capitalismo finanziario

“Dopo l’Ottantanove”, è finita la storia, come qualcuno sostenne? Ovvero, il capitalismo nei suoi assetti liberali o neo-liberali, non aveva più rivali? Molti, anche a sinistra, hanno mostrato di credere ad una tale conclusione. Ma, come sempre, non vi può essere alcun determinismo storico, alcun automatismo. La sinistra non entra in crisi perché “cambia la società” e i suoi partiti rimangono “novecenteschi”, e non sanno “ammodernarsi”: no, la crisi nasce dalle scelte strategiche compiute dagli attori politici e dalla cultura politica che ne ha ispirato i comportamenti. E dunque, un passaggio cruciale che va posto alla radice delle successive e crescenti difficoltà della sinistra va colto proprio in quegli anni (seconda metà degli anni Novanta), quando una nutrita serie di governi democratici e progressisti furono mossi dalla convinzione che fosse possibile governare e “addomesticare” la globalizzazione, e che ne fosse possibile, per così dire, una versione “ben temperata”.

La crisi di egemonia nasce, in primo luogo, da una lettura insufficiente dei caratteri della nuova fase del capitalismo finanziario globale, e dalle conseguenze che ne derivavano per i rapporti di forza (“di classe”) nei singoli scenari nazionali. Non si può non ricordare come sia stato il Presidente Clinton ad aprire la via alla deregolazione dei movimenti finanziari internazionali; così come un ampio discorso a parte meriterebbe il modo con cui la sinistra concepì e condusse il disegno di unificazione europea, sottovalutando gravemente i pesanti vincoli che avrebbe imposto una costruzione della moneta unica non accompagnata da una conseguente unificazione delle politiche economiche e fiscali e, forse ancor più, da un’adeguata legittimazione democratica delle istituzioni comunitarie.

La crisi sociale

Questa idea ottimistica della globalizzazione si è poi scontrata con la crisi del 2007-2008: la sinistra si trova disarmata, incapace di leggere gli effetti di questa crisi e anche i contraccolpi che ne sono derivati, ossia l’emergere di nuove chiusure nazionalistiche e protezionistiche, di cui l’elezione di Trump è stata nel contempo espressione e motore. “In quella fase”, scrive giustamente Ciliberto, “si è acutizzata in maniera straordinaria la lunga crisi sociale italiana approfondendo in maniera intollerabile le diseguaglianze, distruggendo il tradizionale ceto medio, estendendo in maniera mai vista prima i confini della povertà nella quale sono precipitati milioni di cittadini italiani”.

Ecco alcuni esempi concreti di “deficit egemonico”: finiva l’assetto geopolitico bipolare del mondo, finiva l’idea di un socialismo che iniziava, parzialmente e faticosamente, ma in modo concreto, a “realizzarsi” storicamente; ma la sinistra smarriva “le ragioni del socialismo”, non sapeva più proporre una critica del modello di sviluppo capitalistico e delle sue storture. La sinistra restava, letteralmente, “senza parole”: senza un linguaggio che potesse proporre una lettura critica del presente e mostrare la perdurante vitalità degli ideali universalistici ed ugualitari che non possono non essere la cifra identitaria della sinistra: pena la sua stessa estinzione.

Questo è un primo terreno su cui articolare e specificare il senso con cui è giusto parlare di una “sconfitta culturale”.

Il caso italiano

Il “caso italiano” presenta poi aspetti peculiari: perché al “deficit” di idee, di cultura politica, di interpretazioni adeguate della società e dei suoi mutamenti, e alla conseguente inefficacia delle strategie politiche (rimane valido l’insegnamento dei classici: se si sbaglia l’analisi, la “prassi” risulta sfocata, priva di presa nella realtà), si è unito un processo gravissimo di destrutturazione, disarticolazione, sfarinamento dei modelli e degli strumenti organizzativi.

Scrive Ciliberto, e su questo punto dissento: “il PD, nonostante i vari tentativi di rigenerarlo e di riproporlo anche con una sequela di nomi nuovi che non celavano però la vecchia sostanza di quel partito e delle forze che in esso erano confluite, è rimasto al fondo un partito novecentesco incapace di misurarsi con le novità del nuovo tempo”…Magari!, verrebbe da dire! Ossia, magari fosse rimasta qualche traccia di un “partito novecentesco”! Forse qualcosa di buono e di sano si sarebbe salvato! Il Pd, al contrario, si è rivelato un partito che non ha saputo conservare e sviluppare alcunché delle tradizioni di cultura politica cui pure dichiarava di ispirarpd zingarettisi: un partito che, paradossalmente ma non troppo, “regge” solo se, e nella misura in cui, non definisce una qualche sua più precisa identità politico-culturale.

Difetti di lunga data

Beninteso, non sono solo gli ultimi cinque anni ad essere chiamati in causa (questi, semmai, hanno esasperato “difetti” e problemi di lunga data): il Pd è stato l’ultimo effetto di una crisi dei partiti di massa della Prima Repubblica, l’ultimo atto di un processo di svuotamento, senza che si riuscisse minimamente a inventare qualcosa di nuovo, che però salvasse alcune essenziali caratteristiche di quella tradizione – un partito, cioè, fondato sulla partecipazione democratica degli iscritti, che mantenesse i tratti di un corpo associativo con alcuni ben definiti confini organizzativi, che sviluppasse e difendesse il proprio radicamento territoriale, che formasse e selezionasse “sul campo” un ampio ceto politico e amministrativo.

Ho ricostruito altrove questa storia e questo “deficit genetico” del Pd; e non voglio tornarci qui. Sono passati alcuni mesi, e quella mia analisi non credo abbia perso di attualità. Rimane piuttosto l’interrogativo iniziale: “basta questo Pd?”. Il Pd è essenziale, e per questo non si può non sperare che Zingaretti riesca a raddrizzare questo “legno storto”. Ma, evidentemente, agli occhi di molti, è sempre più evidente che il PD – da solo – non è in grado di costruire un’alternativa.

Gli scenari sono incerti: o qualcuno si fa carico, “a destra” e “a sinistra” del PD, di costruire seriamente dei soggetti politici che siano poi spendibili come possibili alleati di una coalizione elettorale (l’attuale sistema elettorale lo prevede e anzi rende necessaria la costruzione di una qualche coalizione più ampia, se si vuole essere minimamente competitivi): oppure, la partita rimane in mano al PD e al suo attuale gruppo dirigente.

Un vero congresso

E qui ci vorrebbe un colpo d’ala: lancio qualche suggestione. Ad esempio, Zingaretti potrebbe convocare un vero “congresso” (cosa che le “primarie” non sono), chiamando a discutere un pacchetto di “tesi” (sì, proprio quelle, le “tesi” su cui un tempo si facevano dei magnifici congressi novecenteschi..), ed essendo libere altre componenti del partito di proporre delle tesi alternative.

Nel contempo, si riapra il tesseramento, all’insegna dello slogan “venite a discutere cosa farne del Pd!”…Peraltro, sarebbe l’unico modo per dare un senso al ricorrente appello a “venire nel Pd”, per “dare una mano”: così com’è oggi, e per come funziona il partito, oggi chi si iscrive non sa letteralmente cosa fare (se non forse affiliarsi ad una qualche corrente…). Si eleggano poi dei delegati e si faccia una vera conferenza programmatica, che chiarisca la “linea” su tante cose a proposito delle quali il Pd è del tutto afasico… prigioniero dei veti di coloro che non vogliano rimettere in discussione le scelte degli ultimi anni. Accadrà qualcosa del genere? Non lo sappiamo…. Se non un colpo d’ala, ci vorrebbe almeno una mossa del cavallo….