Cari compagni del Pd
è ora di dire basta
all’autoreferenzialità

La manifestazioni del Pd di domenica scorsa a Roma è un segnale tiepidamente positivo e offre qualche lampo di speranza. Ha riportato l’attenzione dei media sul partito e sui suoi militanti dopo le polemiche dei giorni passati. Polemiche caratterizzate da eccessi di superficialità politica: come la proposta di scioglimento o gli inviti a cena poi per fortuna declinati.

Entrambi questi fatti avevano una cosa in comune: una concezione autoreferenziale dei gruppi dirigenti, percepiti come svincolati dal corpo del partito e dagli stessi iscritti, autorizzati a prendere decisioni dall’alto, senza una reale discussione politica e un’analisi approfondita. Domenica, invece, quella che una volta era la base ha detto che, seppur ridimensionata, in una fase davvero difficile, ancora esiste. Per questo sarebbe importante porre fine all’autoreferenzialità dei dirigenti, anche se ciò è difficile visto che si tratta di una tendenza antica, già presente nei partiti che si fusero nel Pd.

Quando nacque il partito nel 2007, uno dei primissimi libri intelligentemente critici, scritti istantaneamente, fu Al capolinea di Emanuele Macaluso. Nelle prime pagine del libro, Macaluso, riflettendo sui primi anni del Pds, citava un volume di Claudio Petruccioli, intitolato Rendiconto, nel quale venivano raccontati episodi essenziali del passaggio dal Pci al Pds, conditi da retroscena. Leggendo quelle pagine, così commentava Macaluso: “In quel racconto, puntuale e documentato, (…) colpisce – e lo stesso vale anche per la gestione del Pds – il fatto che le decisioni politiche più rilevanti venissero adottate da pochi dirigenti in incontri informali e occasionali. (…) Insomma, con il passare del tempo, gli spazi per una reale democrazia di partito sono apparsi sempre più ristretti. Il Pds prima, i Ds poi si sono sempre dotati di organi dirigenti pletorici e quindi inutili ai fini del confronto politico e dell’adozione di decisioni condivise”. Questa critica è ancor più valida per il Pd visto il ruolo marginale dell’assemblea e la sua ampiezza.

Chi si candida a guidare in futuro il partito dovrebbe, forse, partire da questa considerazione per proporre un rinnovamento della cultura organizzativa. Il tema, infatti, non è il nome e il simbolo, ma la sostanza del partito, la sua idea di stare insieme. In questa direzione, un secondo passaggio potrebbe essere quello di dare più spazio agli iscritti e meno agli “elettori”, che nello statuto sono equiparati, magari depotenziando alcuni aspetti delle primarie onde evitare che altri personaggi possano impossessarsi del partito e utilizzarlo come un taxi per la propria carriera personale. Con ciò si diminuirebbero anche certi eccessi leaderistici che sono sempre effimeri e, sul lungo periodo, controproducenti, come dimostra la storia recente.

Un terzo passaggio che il partito dovrebbe fare è evitare di affidarsi a un tecnico. Dalla società emergono richieste di maggiore politica, di risposte concrete. I tecnici possono dare anche una mano, ma devono stare un passo indietro alla politica, specialmente in un paese come il nostro nel quale i tecnici hanno dimostrato di essere particolarmente dannosi.

Infine, un quarto passaggio dovrebbe essere quello di non cadere in quella che un tempo D’Alema chiamava l’eterodirezione cioè il lasciarsi guidare, attraverso i media, da interessi specifici organizzati e non dai cittadini. Il partito, cioè, dovrebbe recuperare maggiore autonomia nella scelta delle politiche e dei nomi.

Si tratta di punti concreti che richiederebbero maggiore coraggio e sui quali si potrebbe trovare l’appoggio di una parte della sinistra uscita dal partito. E, forse, aiuterebbero il partito a riconnettersi meglio con la società italiana.