Il Pd è fallito
deve decidere se sparire
o fare un nuovo partito

Sarebbe facile ora liquidare tutti i problemi del Pd riconducendoli alle mosse avventate di Bettini o all’amletismo politico di Zingaretti. L’ideologo Bettini, con le sue ottimistiche alchimie pedagogiche, tese alla rieducazione celere del populismo gentile, credeva nelle stesse cose alle quali davano sostegno, e in forme ancor più radicali, D’Alema o Bersani.

Forse il nodo odierno sta non solo nell’amalgama impazzito del Pd (nato con un limite strutturale e per certi versi insuperabile) ma anche in ciò che rimane del raccogliticcio materiale cosparso dal postcomunismo. Nella sua fase decadente quel ceto politico non sa più neppure mantenere l’autonomia delle proprie ragioni differenzianti rispetto alle stravaganze di un qualsiasi avvocato del popolo scambiato per alfiere degli ultimi e castigatore dei palazzi (decreti sicurezza, abolizione della prescrizione, taglio dei parlamentari per il risparmio, raffica di bonus, invenzione dei decreti personali del presidente del consiglio come forma del governo dell’emergenza).

Quello che colpisce è la facilità estrema con cui Pd e Leu (e in tale impresa oltre a Franceschini si sono distinti proprio quelli che vengono dal Pci) hanno conferito attestati di merito allo statista “più popolare d’Italia” emerso dal caso promuovendolo all’istante quale punto di riferimento del buon governo e addirittura come personificazione di una sintesi dei progressismi. Un atto di imperizia tattica (la investitura a capo del M5S ricevuta dal comico astronauta rende grottesca la infatuazione per l’avvocato e il suo populismo sano), si congiunge anche ad una caduta nella capacità di comprensione degli uomini, dei processi, del momento storico, delle opportunità.

La crisi di sistema che ha indotto il Quirinale al ricorso al “governo dall’alto”, come lo chiama Zagrebelski, non è stata compresa dal Pd che proprio per questo deficit cognitivo viene travolto come un superfluo attore non protagonista. Il modo con cui il segretario esce di scena, scagliandosi contro la “vergogna” rappresentata dal proprio organismo politico trasfigurato dalle correnti, appartiene anch’esso alla crisi sistemica. Che il Pd fosse un esperimento fallito, non c’era bisogno di ulteriori indicatori analitici per confermarlo. Ma la rottura con un partito raffigurato come dimora di carrieristi legati alla poltrona nel suo impianto para-grillino rivela tutta la profondità della caduta di senso delle funzioni di leadership e di tenuta delle strutture politiche.

Nello scacco strategico subito, nella freddezza con il Colle, per il Pd l’avvio di un congresso, necessario per ridefinire agenda, cultura politica, gruppi dirigenti era un atto persino dovuto. Il colpo di teatro delle dimissioni via social ha impresso una deviazione rispetto alle logiche di governo di una organizzazione. La congiunzione tra la crisi di sistema e l’esaurimento funzionale del Pd mette in discussione la possibilità di una risposta adattiva-incrementale che innova nel segno della continuità di identità e strutture.

Si pongono domande radicali sulla forza effettiva di un rinnovamento operato sul tronco di un partito sprovvisto di giornali, riviste, e quindi identità, cultura politica, oltre che di un profilo organizzativo, di un radicamento sociale.

Se all’ordine del giorno vada ri-proposto il tema di una radicale, ma continuista, articolazione dei fini, nella persistenza del soggetto esistente, oppure sia ormai accarezzabile l’azzardo di un processo costituente, per la sostituzione dei fini e per tracciare i contorni di un’altra formazione politica, non è una questione facilmente aggredibile. La sensazione è che mancano visioni strategiche, blocchi di forze sociali, risorse politico-culturali per sostenere i costi di entrambe le imprese. Per questo non pare semplice uscire in maniera costruttiva e di sinistra dalla eutanasia del Pd. Lo sfarinamento inevitabile di un soggetto di per sé smarrito è assai più semplice che la ricostruzione di un grande soggetto della politica organizzata. Le crisi possono essere produttive, e persino liberatorie se spazzano via equivoci perduranti, purché le creazioni di emergenza non precipitino in un vuoto assoluto di attori della invenzione organizzativa e della scommessa strategica.