Il Pd e le nebbie
tra liberali
e socialisti

C’è uno scarto bizzarro tra la realtà dello scontro che squassa il Pd e la rappresentazione di quel marasma. Si vuole che la turbolenza abbia natura ideologica e nasca dalla difficoltà di far convivere due componenti, la prima liberale, moderata e centrista, la seconda di sinistra. La differenza rimanda alle origine politicamente meticce del Pd e all’esistenza nel parlamento europeo di due raggruppamenti distinti, quello liberale e quello socialista. Ma chi segue il dibattito interno al Pd e cerca tracce significative di quella presunta competizione tra idee e sistemi di idee fatica a trovarne. Un buon numero di esponenti, questo è indubitabile, adesso si appuntano sul petto la definizione di ‘liberaldemocratico’ come fosse il distintivo di un club esclusivo. Ma essendo sparsi tra i seguaci dei tre candidati alla segreteria, i tratti dell’identità liberaldemocratica restano misteriosi. Uno è sicuramente l’atlantismo, genere tuttavia di difficile interpretazione nel tempo di in cui i gorilla dell’amministrazione Trump non nascondono l’intenzione di sabotare l’Unione europea. Un altro è una certa indifferenza ai diritti umani, a giudicare dalle lodi sperticate rivolte a suo tempo dal liberaldemocratico Renzi ad al-Sisi e dal silenzio degli altri liberaldemocratici. Tolto questo liberalismo (non riconosciuto come tale dalla sinistra liberale storica: fa testo in proposito la rivista ‘Critica liberale’), l’unico ‘ismo’ che si affaccia nel dibattito è l’”umanesimo democratico” richiamato da Calenda nel suo Manifesto. La formula sembrerebbe indicare un razionalismo etico-politico in continua evoluzione. Ma quando il Manifesto si occupa di migranti, una questione che coinvolge prepotentemente l’etica e dovrebbe premere a qualsiasi umanesimo, la scansa riproponendo formule deboli e vaghe.

Il 9 febbraio con Landini e Cgil, Cisl, Uil

Tra le nebbie di questa indeterminatezza ideologica l’unico vero discrimine riconoscibile per adesso ha natura essenzialmente tattica: continuità o discontinuità con il Pd che è stato finora? Nella storia delle democrazie parlamentari nessun partito che avesse perso rovinosamente un’elezione ha vinto la successiva raccontando agli elettori: quelli che devono cambiare mica siamo noi, siete voi! Ma se il Pd non pare interessato al suicidio proposto da Giachetti, al momento la discontinuità stenta a manifestarsi. Di sicuro un’opposizione che vuole reinventarsi non può restare impantanata nel narcisismo delle differenze, per il quale I ‘liberali’ guardano in cagnesco la sinistra e la sinistra diffida di chi non capisce cosa si intenda oggi per ‘sinistra’. Qui non si tratta di gettare alle ortiche quelle identità per avvenuto decesso delle ideologie, una fesseria che risuona da vent’anni nelle gabbie dei pappagalli, ma di ridefinirle aggiornando e riconfigurando questioni dirimenti. Se si tentasse probabilmente scopriremmo la natura equivoca di dilemmi che oggi oppongono ‘socialisti’ e ‘moderati’. In proposito un esempio sorprendente lo offre il recente working paper del Fondo monetario che demolisce una convinzione fondativa dell’identità ‘moderata’ o ‘blairiana’: l’idea che sia necessario limitare i diritti dei lavoratori per far aumentare gli occupati, e con quelli la ricchezza della nazione. Scambio doloroso ma inevitabile, secondo un pensiero tuttora egemone ma a quanto pare sbagliato. I tre autori dello studio  – Gabriele Ciminelli, Romain Duval e Davide Furceri – hanno comparato  gli effetti delle deregulation in 26 economie avanzate nel periodo 1970-2015. Conclusione: indebolire la protezione del lavoro ha fatto decrescere salari e occupati e impoverito il Paese (“Potrebbe aver contribuito per un 15% alla diminuzione della quota di redditi da lavoro nelle economie avanzate”).

Tony Blair

Un working paper rappresenta un’ipotesi, non la linea dell’istituzione, ma è certo significativo che sia il settore Ricerca del Fondo monetario, non esattamente un’istituzione ‘socialista’, a confermare di fatto quel che sosteneva il solitario Landini al tempo del cosiddetto Jobs Act. E a consigliare, udite udite, interventi per regolare “lo scambio tra efficienza economica ed equità”. E qui si pone una prima domanda: perché per un ventennio i centrosinistra europei hanno praticato il baratto ‘meno diritti in cambio di maggiore occupazione’ senza mai chiedersi se funzioni, cioè se davvero soddisfi l’interesse generale e non soltanto la convenienza delle imprese? Le risposte variano da Paese a Paese, ma se c’è un comun denominatore, probabilmente è questo: da tempo i partiti progressisti stentano ad elaborare un pensiero proprio; e almeno su poche ma cruciali questioni le loro politiche si formano all’interno del rapporto di scambio con grandi gruppi industriali o finanziari e con i media aggregati. Dopotutto l’epoca blairiana ha nelle sue origini l’alleanza strategica, alla viglia delle elezioni del 1997, tra Blair e Murdoch, il magnate dei media che fino a quel momento il Labour consideravano la prima causa delle proprie sconfitte. E’ questo ‘capitalismo di relazione’ un capitalismo sano? Oppure nuoce tanto all’autonomia della politica quanto all’economia, e di conseguenza va scoraggiato? E’ interessante notare come a teorizzare la necessità di ‘salvare il capitalismo’ dalla sua deriva siano oggi soltanto economisti liberal, come Robert Reich, che la destra americana considera ‘socialisti’.

 

Ma in Italia è necessario porsi anche una domanda altrettanto politically uncorrect e in questo caso spinosa per la sinistra: il grado di protezione del lavoro nel pubblico impiego permette quella ristrutturazione radicale senza la quale il settore pubblico non sarà mai efficiente e credibile? Nessuna organizzazione complessa – siano i trasporti o la sanità, la magistratura o gli uffici del catasto -può funzionare senza un adeguato sistema di premi e di punizioni. Per ragioni diverse in Italia quel sistema è quasi inesistente. Col risultato che comportamenti pessimi spesso sono condonati e non pregiudicano le carriere; capitali di professionalità restano inutilizzati; e privatizzare sembra l’unica via d’uscita, malgrado gli esiti siano spesso indecenti. Le prime vittime di questa situazione sono coloro che assommano due condizioni di debolezza, la povertà e l’estraneità a circuiti delle ‘conoscenze’. La mutilazione dei loro diritti elementari non dipende soltanto da leggi sbagliate e organizzazioni del lavoro confuse, ma anche dai comportamenti di quelle migliaia di dipendenti pubblici che praticano la concezione ottomana del posto pubblico: guadagni poco ma hai un incarico che puoi esercitare a tua discrezione e secondo la tua convenienza. L’impunità di cui godono questi ‘ottomani’ ad ogni livello è parte di un patto omertoso che coinvolge pseudo-manager di filiazione partitica, imprese non concorrenziali ma beneficiate da relazioni politiche, burocrazie che non controllano e non sono controllate.

Nella fuga di tanti elettori dalla sinistra e dal centrosinistra non ci sarà anche una ‘rivolta delle vittime’ contro l’assuefazione a quel sistema, un tratto comune a ‘liberaldemocratici’ e ‘socialisti’?