I 5Stelle per favore
lasciamoli stare

Il risultato elettorale, per certi aspetti drammatico per le forze di sinistra e di centrosinistra, obbliga tutti a una riflessione severa e rigorosa su quanto è accaduto. Naturalmente per svolgerla in maniera convincente occorrerebbe prendere le mosse almeno dai primi anni ’90, quando la Lega e la magistratura spazzarono via il sistema della prima Repubblica avviando un processo di vera e propria destrutturazione dell’Italia che si è per certi aspetti compiuto con le elezioni di domenica scorsa. Non si può fare in questa sede, nella quale vorrei solamente sottolineare alcuni punti politici connessi alla discussione di questi giorni, anzi di queste ore.

Il primo riguarda la costituzione del nuovo governo, e se il Pd debba sostenere un governo a guida 5 stelle. Ritengo che sarebbe un gravissimo errore. È vero che esiste quella che gli psichiatri chiamano sindrome di Stoccolma, che spinge la vittima a mettersi nelle mani del carnefice; ma non vedo proprio quale sia l’interesse del Pd ad accettare un suicidio di questo tipo ed è un bene che la gran parte di quel partito pare sia orientata a non percorrere questa strada. Non vedo nemmeno quale sia l’interesse del nostro paese – e questa certo è la cosa più importante – ad accettare un monstrum di questo genere.

Riguardo al primo punto, credo che il problema sia quello di lavorare alla ricostituzione di una forza di centrosinistra; che il Pd, anche in seguito alla crisi di Liberi ed eguali, debba essere un perno di questo processo; e che per far questo sia necessario, nella legislatura che si apre, collocarsi all’opposizione, svolgendo il ruolo decisivo che anche da questa collocazione si può compiere nell’interesse delle forze che devono riprendere a riconoscersi in un partito di centrosinistra.

È un ragionamento politico quello che faccio, senza pregiudizi di alcun genere ma assumendo – e vengo alla seconda questione – come punto di riferimento l’interesse dell’Italia.
Non capisco quali ne sarebbero i vantaggi, se andasse in porto questa soluzione, vedendo quali sono le forze in campo e il loro carattere alternativo. Quelli che oggi fanno lezioni di realismo politico sostenendo la necessità di una partecipazione del Pd a un governo guidato dai 5 stelle, dimenticano – o fanno finta di dimenticare – chi sono i 5 stelle e su quali basi si siano affermati. E trovo francamente ridicoli quegli autorevoli commentatori che oggi sostengono questa ipotesi dicendo che i 5 stelle sono radicalmente cambiati: una specie di transustanziazione, dunque, ma miracoli di questo tipo avvengono nel mondo della fede, non in quello della politica.

Riepilogo qualche punto della loro posizione, e lo faccio con rispetto. Descrivo, non interpreto: hanno detto tutto il male possibile – almeno fino ad ora – della democrazia rappresentativa, del Parlamento ( “una scatoletta da aprire”), e delle sue istituzioni; sostengono il vincolo di mandato; teorizzano, anche in questi giorni, la democrazia diretta che è sempre sfociata nel dispotismo; oscillano sui diritti civili; non si capisce dove stiano quando si parla dell’immigrazione; sui fatti di Macerata non hanno detto una parola; nelle questioni sociali si muovono – e lo dicono – in un fronte che va dalla destra alla sinistra, a seconda della convenienza; in campagna elettorale si sono affidati a proposte demagogiche come il reddito di cittadinanza, una reincarnazione del vecchio assistenzialismo che ha rovinato il Mezzogiorno…

Certo, hanno incarnato in maniera efficace sul piano politico la destrutturazione del sistema italiano dando voce a domande, esigenze, proteste che arrivano dal fondo della società – anche dai ceti orientati a sinistra – alle quali le altre forze politiche non sono state in grado di rispondere. E l’hanno fatto presentandosi come quelli che vogliono stabilire un rapporto diretto, senza mediazioni istituzionali, fra popolo e potere, con l’unica eccezione della Rete, anch’essa manipolata, volta a volta, a seconda delle convenienze, come si è visto in occasione della formazione delle liste elettorali. E non voglio ricordare le fasi in cui parlavano di processi da fare in piazza, o l’autoritarismo e l’opacità della loro vita interna…

Certo, ora hanno vinto e vogliono governare, e il linguaggio è cambiato: dalla fase del “movimento” stanno passando a quella del “governo”, come succede sempre con fenomeni di protesta politica e sociale di questo tipo quando si vincono le elezioni. E ci possono essere molto sorprese sul piano dei contenuti, anche per la ricollocazione nei loro confronti – con la velocità del suono – dei “poteri forti” del nostro paese. Non lo escludo in alcun modo. Il trasformismo è il perno della nostra vita nazionale, fin dall’unità. Perché stupirsi?

Ma che c’entra il Pd con una forza di questo tipo, e quale sarebbe il vantaggio dell’Italia dall’avere al governo un ircocervo di questo genere? L’ho già detto, ho il massimo rispetto per i 5 stelle e i milioni di italiani – anche provenienti dalla sinistra – che li hanno votati; ma non è con questa forza che il Pd deve allearsi se vuole lavorare alla ricostruzione del centrosinistra in Italia: processo che può essere avviato, lo ribadisco, solo se il Pd si colloca in una posizione di netta e rigorosa opposizione. Una soluzione differente ne implicherebbe la fine come forza autonoma, con il tramonto della possibile rigenerazione di uno schieramento di centrosinistra, che non può non muovere dall’esistenza del Pd: con tutti i propri limiti e i propri difetti è rimasto, di fatto, l’unica struttura ancora in campo per far sentire le ragioni del centrosinistra.

È inutile dire, penso, che io vedo in maniera altrettanto critica un’alleanza fra Pd e Lega: sarebbe anche questa contro natura. Ma su questo ora non insisto.
Mi limito invece a sottolineare, velocemente, due punti: oggi non ci sono le condizioni per governi politici, e questo per gli effetti di una nefasta legge elettorale; in questa situazione è grande la responsabilità del Presidente della Repubblica, il quale deve riuscire a varare un governo che, a mio parere, dovrebbe avere all’ordine del giorno una nuova legge elettorale. Se si vuole uscire dalla palude nella quale, con poca dignità, siamo precipitati.