Il Pd cambi, è l’ultima chiamata. Ha perso la fiducia del suo popolo

La fiducia persa per strada è difficile, ora, da riconquistare. Come sbigottiti i dirigenti del Pd sono apparsi sfuocati, come messi fuori scena nel dramma genovese. Nel peggiore dei casi, fischiati. Sono stati fatti apparire come conniventi con l’establishment, cioè di chi gestisce le grandi infrastrutture e gli immensi flussi finanziari che ne derivano. Ingiusto? Ingiusto. Necessario, perciò, polemizzare, in prima battuta, con chi propaga questa visione del mondo e denunciare chi lucra sulle disgrazie. Magari per coprire proprie vergogne.

Subito dopo, però, non devono scansare una terribile domanda che ci ha assillato: perché molti cittadini percepiscono così il Pd? E’ solo frutto della demagogia della propaganda altrui? E’ possibile scansare quei dubbi che s’insinuano anche nei sinceri democratici? No, non si può più glissare di fronte a domande del genere. Non è bene alzare le spalle o lanciarsi nei soliti pistolotti contro i populismi. Il gruppo dirigente del Pd- e non solo- non può continuare ad avere l’atteggiamento che l’ha contraddistinto nel lungo tempo che ci separa dalle ripetute sconfitte elettorali: rinviare e rinviare; traccheggiare e cercare accordi che salvino questo o quel dirigente, questa o quella corrente di partito, questo o quello spezzone di sinistra rimasto ancora in piedi.

Con rabbia e stile, ha scritto qualche giorno fa, Beppe Provenzano: “Gli stessi che hanno reso impronunciabile il nome del Partito democratico ora propongono di cambiarlo. Non basta però far indossare abiti nuovi all’imperatore, magari scelti dall’ennesima società di comunicazione strapagata, perché il Re è nudo. Il gruppo dirigente responsabile di quest’ultima sciagurata stagione è nudo nei confronti di ampie fasce della popolazione, che provano nei suoi confronti un rigetto che precede di molto le falsità e le accuse intollerabili che arrivano da un governo che lucra sul dolore e la tragedia, e a cui pure bisogna reagire”.

Eccoci, siamo punto a capo. Ogni qualvolta, in un tornante spigoloso, la storia presenta il conto alla sinistra questa pensa che si possa risolvere tutto cambiando la carta d’identità. Basta un semplice maquillage mentre il mondo sta cambiando rapidamente, nel bene e nel male? No. Ciò che sta accadendo richiederebbe coraggio, costanza e abnegazione nel capire ciò che ci gira intorno; richiederebbe rapidità nel decidere di cambiare rapidamente persone e programmi. Azioni concrete, come quelle che stanno compiendo i militanti di Genova nell’accompagnare i cittadini nei disagi che devono affrontare o dando voce alle centinaia di gruppi che, in più parti, non se la sentono di lasciar il Paese in mano ai razzisti o alle follie che si consuma ogni giorno contro gli immigrati. Che non si vena di antistatalismo ma non esalta le automatiche virtù taumaturgiche delle privatizzazioni. Che agogna uno Stato che funzioni e che sia dalla parte dei giusti. C’è una sinistra reale che, nonostante tutto, è in piedi e ha voglia di discutere e agire, riunendosi sul territorio e anche sui social. Non sarebbe male incominciare a mostrare anche questa faccia della sinistra e non solo quella dei mezzibusti dichiaranti. Questo potrebbe scompaginare le carte di quei gruppi dirigenti che credono che si possa puntare tutto alla roulette dei giochi mediatici. Ancora.

 

Ovunque si leva forte il bisogno di discontinuità. Si legge nell’appello firmato da Massimo Cacciari e tanti altri intellettuali e artisti: ”E’ indispensabile chiudere con il passato e aprire nuove strade all’altezza della nuova situazione, con una netta ed evidente discontinuità: rovesciando l’ideologia della società liquida, ponendo al centro la necessità di una nuova strategia per l’Europa”. Si avverte non solo nei grandi appelli ma anche nei piccoli gruppi di discussione in un cammino che tanti, ma tanti intendono riprendere e che un settimanale come l’Espresso si sforza di raccontare.

Ci sono dei vocaboli che racchiudono contenuti che si prestano a equivoci storici e politici. Uno di questi è proprio la parola “discontinuità”. Quali sono i vizi del passato da gettare alle ortiche? La vera zavorra è rappresenta da fardelli come quei “vizi etico-politici” che potrebbero essere oggi alla base di quell’antipatia del popolo per come si è manifestata a Genova. E non solo. Per decenni gran parte della sinistra ha creduto di essere “sempre dalla parte giusta”. Questa supponenza gli derivava dal credere di possedere una sorta di perenne “supremazia morale” che sgorgava dalla propria storia e dalle sue epiche conquiste del movimento operaio e democratico nel secondo Novecento. Negli ultimi tempi, questa credenza s’è alimentata non con la conquista di nuovi spazi democratici e di nuove avanzate sociali ma dell’arroganza d’interi gruppi dirigenti o da consorterie che si sono costituite in diverse aree del paese, specie dove il Pd aveva ruoli di governo. O meglio, di potere.

Ci rammenta  Nadia Urbinati su la Repubblica, che “la politica si basa sull’opinione e questa non fa sconti. Come il voto”.

L’opinione che i cittadini hanno del Pd e della sinistra – aldilà delle rappresentazioni macchiettistiche o strumentali- non è certo benevolo. Aver perso Siena, Pisa e altre roccaforti storiche sta a dimostrarlo. Con una costanza straordinaria che ha governato il Pd in questo suo ultimo scorcio di vita, ha lasciato che si consumasse il corpo (le sue strutture, il suo popolo, la sua stampa) di un partito che certamente mostrava in tutto e per tutto la su vetusta età ma che poteva avere in sé energie ancora vitali. Se coltivate. Una malintesa modernità ha finito col mostrare la sua ferocia distruttiva, lasciando dietro di se solo rovine. Mentre la crisi economica spostava definitivamente i paletti delle classi sociali e nuovi bisogni ridisegnavano i tragitti del welfare pensato per altre stagioni e altri soggetti.

Riprendo ancora il lamento di Beppe Provenzano: ” Io penso che il Partito democratico così com’è non serva a molto, non serva all’Italia ma nemmeno a se stesso. Penso che debba cambiare radicalmente, non solo rispetto al renzismo ma rispetto all’impianto che si è dato dalla sua fondazione. Che debba fare la sinistra, combattere le disuguaglianze ridando valore al lavoro e alla cosa pubblica, per spezzare il nuovo bipolarismo che si sta formando, quello tra inclusi ed esclusi”. Mentre l’Italia si arrovella su ciò che ci lascia quel mostro di cemento, il maggior partito della sinistra deve prontamente prendere un treno che forse potrebbe non ripassare mai più.