Pci, io segretario “blindato” a Roma
Per loro ero berlingueriano di sinistra

Nel 1979 – avevo poco più di trentatré anni – proprio non avrei voluto fare il segretario della Federazione romana del Pci. Non ne avevo voglia, non me ne sentivo all’altezza e ancora non me la sentivo di rischiare di divenire definitivamente un “politico di professione”. Ero da un paio d’anni nella segreteria della Federazione, provenendo dalla presidenza della Lega delle cooperative del Lazio dove – sempre a cura del partito – ero stato impegnato qualche anno prima, facilmente convinto ad abbandonare il mio appena avviato percorso di ricercatore laureato in Fisica. Ancora allora, subito dopo il 1968, diversi giovani della mia generazione compirono scelte che spesso divennero “scelte di vita”. Parlo delle scelte “a sinistra” nel Pci, nel sindacato, e anche in formazioni più radicali, per una democrazia piena e una società più giusta. La minoritaria e disperata deriva terroristica è tutta un’altra, drammatica storia, che abbiamo combattuto e con la quale non è lecito fare confusione, come si usa strumentalmente ancora oggi.

Ma non volevo fare il segretario della Federazione anche perché il meccanismo di destituzione/sostituzione del mio predecessore (Paolo Ciofi) era stato concepito e gestito in modo così oscuro che, francamente, non mi andava proprio di sentirmi in qualche modo “erede” di quella situazione. «Non voglio diventare come voi», dissi perfidamente al primo dirigente della Federazione che mi preannunciò l’inopinata scelta che stava formandosi. E non era dei peggiori, davvero. Tant’è che, attonito, gli si fecero gli occhi rossi mentre abbassava la testa.
Non disse una parola, poi ricominciò a insistere.

Avrei appoggiato lealmente – dissi – una delle candidature di altri “giovani” di cui si parlava e che tenevano tanto a farlo… ma non ci fu niente da fare, per i veti incrociati sui loro nomi da parte di quelli che avevano il potere di decidere. Resistetti per mesi, infine cedetti di schianto a Botteghe Oscure, dinanzi a un “Gran giurì” che mi piegò. Ero un “soldato militante” – mi ammonirono – e, alla fine, non avrei potuto sottrarmi… Penso che finii per accettare perché, in fondo, ero ormai stregato dall’idea che fosse davvero un mio dovere fare di tutto per cambiare il mondo e, dunque, dare quello che mi chiedeva all’unico, vero partito del cambiamento che, proprio per questa ragione, io stesso avevo scelto!

Comunque, fui opportunamente circondato perché, in realtà, pochi si fidavano di me. Ero considerato una specie di “berlingueriano di sinistra” (ci tornerò tra poco) ma Berlinguer, in realtà, mi conosceva solo di vista e solo perché era iscritto alla mia stessa sezione e, ogni tanto, veniva a salutarci. Forse desiderava, a Roma, uno fuori dalle “cordate” di allora, che già cominciavano a manifestargli più esplicita avversità. Per prevenire e controllare ogni possibile rischio venne, dunque, subito istituito un Comitato cittadino con tanto di segretario (Piero Salvagni) eletto, come me, nel Comitato centrale, e un Comitato provinciale con tanto di segretario anche parlamentare, il bravo Franco Ottaviano. Per anni mi sarei rimproverato di aver accettato una situazione così, ma presto il senso del dovere ebbe la meglio, e per ben sette anni detti, cercai di dare il meglio di me, da vero “soldato”.

Non sapremo mai se qualcun altro (o qualcun’altra) avrebbe potuto fare di più e meglio di me. Penso proprio di sì. Ma quello che posso cercare di capire e sapere oggi è, col senno di poi, quanto avrei potuto fare di più e di meglio io (alle condizioni date allora, naturalmente). O quanto non avrei dovuto fare.

E di questo vorrei dire un po’ qui, con l’ingiustamente bistrattato “senno di poi”, che può essere un accorgimento opportunistico, ma anche una virtù preziosissima, se si vuol tentare un bilancio oggettivo delle scelte compiute o non compiute in un lungo e ormai lontano periodo.

Non aver voluto fare e non tentare neppure ora un tale bilancio è fra le ragioni fondamentali della situazione di oggi: non c’è più, in Italia, una vera e consistente “sinistra di cambiamento”, in un contesto europeo e mondiale non troppo diverso, purtroppo, ma un po’ più ricco di potenzialità interessanti, qua e là. E la strada sembra ormai aperta ad avventure pericolose che – non dimentichiamolo mai! – per certi aspetti richiamano persino alla memoria i periodi più bui del nostro recente passato.

Berlinguer e Moro

Ma torniamo a quel lontano 1979. Il biennio 1978-1979 fu davvero un biennio fatale. Nel 1978 le Brigate Rosse assassinarono Aldo Moro. Quella scelta spietata e disperata fu l’inizio della loro fine ma anche della fine del “sogno” del “Nuovo grande compromesso storico”, come vedremo. Nel 1979 gli attentati continuarono e, tra gli altri, nel gennaio fu ucciso a Genova il sindacalista comunista Guido Rossa. Poi vi fu la nostra sonora sconfitta elettorale alle elezioni politiche del 3 e 4 giugno: – 3,99% in Italia (dal 34,37% del 1976 al 30,38%) e ancor peggio in molte grandi città e province fra cui Roma, dove passammo dal 36.99% del 1976 al 30,95%, perdendo il primato politico sulla Dc conquistato nel 1976, grazie all’avanzata di oltre il 7%.

Stava avvenendo qualcosa di grosso davvero: si stava ormai avviando la fuoriuscita dalla strategia del “Nuovo, grande compromesso storico”, lanciata da Enrico Berlinguer nel 1973 dopo il “golpe” in Cile, e veniva formandosi quella della “Alternativa democratica”. I segnali c’erano già tutti e si cominciavano ad avvertire.
Ma c’era molto di più, che nessuno di noi poteva allora lucidamente intravedere: in realtà, si era ormai avviato il decennio del declino nostro che, pochi anni dopo, sarebbe stato accelerato dalla tragica scomparsa di Enrico Berlinguer e, infine, sarebbe sfociato nel vero e proprio suicidio del partito (e non penso tanto al nome e al simbolo, ma alla sostanza “storica”, come dirò poi tornandovi brevemente).

Fui dunque eletto segretario subito dopo le elezioni politiche, anche se tutto era stato già deciso da tempo, e tutto era stato predisposto perché venissi eletto prima. Ma qualcuno, ai vertici del partito, pretese un supplemento d’istruttoria (sic!) sul mio passato politico (che non poté che risultare “immacolato”, quanto al punto di vista del Pci), e dava fastidio anche che io fossi stato segretario della “gloriosa” (e, per molti, “eretica a sinistra”) sezione di Ponte Milvio. Penso pure che si volle eleggermi solo dopo il previsto voto negativo, anche per dare un altro colpetto all’incolpevole Paolo Ciofi, così che potesse lasciare l’incarico pure col peso sullo stomaco della sconfitta elettorale…

La riunione del Comitato federale che mi elesse, si concluse con l’applauso di rito cui partecipò, in prima fila, Antonello Trombadori, parlamentare e medaglia d’oro della Resistenza, a me avverso perché mi considerava un pericoloso “berlingueriano di sinistra”, sessantottino e movimentista. Applaudì vestito con una giacca “alla cinese”, battendo graziosamente le mani con lo stesso stile. Poco prima, un suo compagno di idee, non meno prestigioso, il senatore Edoardo Perna, si era pronunciato a favore della mia elezione perché, tanto, anche Lin Piao era stato designato in Cina successore di Mao, ma si sa, poi, come andò a finire (il suo aereo precipitò non per un guasto, pare…). La sceneggiata fu divertente, forse. Ma io non risi. Confortato dalla situazione e da cotanti uffici, mi misi comunque al lavoro.

Petroselli sindaco dopo Argan

Appena eletto, trovai, peraltro, un piattino già apparecchiato nei dettagli, che dovevo solo gestire: Petroselli – al momento componente della direzione nazionale, segretario regionale e, per buona misura, anche capogruppo in comune – avrebbe fatto il sindaco dopo Argan, che voleva tornare ai suoi studi; un bel rimpasto di giunta era stato già deciso e predisposto nei dettagli (qualcuno degli esclusi mi odiò alla morte e non me l’avrebbe mai nascosto). Mi si dette un’infarinatura sulle ragioni di scelte così delicate e aspre (delle quali nulla avevo saputo o capito, fino ad allora) e io eseguii diligentemente e disciplinatamente.

Oggi non farei più, a nessun costo, una operazione di quel genere in quel modo. Ma dirlo oggi è troppo facile e persino ovvio: ecco, in questa mia debolezza di allora, uno dei motivi per i quali non avrei voluto divenire segretario! Contemporaneamente, dunque, presi una decisione per me irrevocabile: era chiaro che in Campidoglio avrebbe comandato Petroselli sindaco, peraltro ben sostenuto dall’apposito Comitato cittadino e dal suo segretario, a lui molto più vicino di me anche sul piano personale. Era scontato che, alle prossime elezioni amministrative, come d’uso, il segretario della Federazione sarebbe stato proposto per essere eletto in Comune. Ma io avrei rifiutato la candidatura. Consigliere comunale per fare che? Con quale autonomia rispetto alle vicende comunali? Meglio ci andasse il segretario cittadino, il cui ruolo era stato creato “ad hoc”, e che aveva idee piuttosto diverse dalle mie e più vicine a quelle dei nostri eletti: io ero infatti molto convinto della necessità che il partito, anche per le questioni romane, dovesse avere una reale autonomia di pensiero e di iniziativa rispetto agli eletti nelle istituzioni, altrimenti tutte le sue articolazioni, ai vari livelli, avrebbero rischiato di trasformarsi in “comitati elettorali”! Ne ero convinto in modo forse un po’ estremo e ideologico, ma penso ancora che quanto accadde negli anni successivi (e sempre peggio, fino a oggi…) stia lì a darmi sostanzialmente ragione.

Questo testo è tratto dal libro “Il Pci a Roma. Tracce di una storia che parla ancora” (Edizioni Bordeaux, a cura di Enzo Proietti)