Il partito, Macron, le alleanze
i nodi del Pd a congresso

Il congresso è ancora lontano ma finalmente si intravedono contenuti di discussione vera nel Partito Democratico. Magari con un certo grado di confusione o di approssimazione, ma si può dire che il confronto è iniziato: più sarà trasparente più sarà in grado di attirare un interesse anche al di fuori dai confini, oggi assai più ristretti, del principale partito della sinistra.

Una premessa, per cominciare, anzi due. Pur tramortito, incerto, a volte deriso, il Pd è l’unica forza politica che continua a fare congressi più o meno tradizionali in un Paese e soprattutto in una politica totalmente dominata dal web, dai social e dai peggiori istinti del populismo. La seconda: si sono susseguiti in questi mesi gli appelli a non farsi del male, a smettere con le liti, a procedere uniti; ma tutto questo non deve significare la rinuncia a un confronto e a uno scontro anche aspro, perché sarebbe un grave errore non far emergere le visioni per certi aspetti profondamente diverse sulla società italiana e sulla sinistra. Vinca il migliore e poi, allora sì, si marci davvero uniti, con quel senso di comunità che è mancato troppo spesso in questi ultimi anni.

Le questioni più spesso sollevate nei primi tentativi di analisi dopo lo scossone del 4 marzo, sono sostanzialmente tre. La prima, forse la più inafferrabile, riguarda l’identità dei democratici. La seconda le alleanze: non solo in Italia ma anche, e per la prima volta soprattutto, in Europa. La terza è indirettamente legata alla prima e riguarda il rapporto con il proprio popolo (o più laicamente l’elettorato) dopo la drammatica frattura di questi anni. Tutte e tre i temi in realtà sono intrecciati e fanno venire alla luce sensibilità anche lontane fra loro, almeno nei gruppi dirigenti.

L’identità: il Pd è o vuole essere un partito di sinistra? Nessuno, anche tra i più moderati, negherà questa collocazione, salvo poi declinarla a modo proprio. E’ indubbio che l’agire “di sinistra” oggi non possa essere quello di 40 anni fa, ma neppure quello dell’ultimo decennio. E comunque il modello per la sinistra, in Italia e in Europa, non può essere Emmanuel Macron con le sue politiche sociali e una concezione del potere che richiama  l’uomo solo al comando: un modello forse non privo di senso nella Francia semi-presidenziale, assai meno nel nostro sistema, nonostante le cadute di stile e le tentazioni di questi anni sia a destra che a sinistra.

Macron è anche il fulcro del tema delle alleanze “transnazionali”, almeno in vista delle elezioni europee del prossimo maggio. Nessuno, nel dibattito democratico, mette in dubbio che sia un interlocutore fondamentale, anzi obbligato, in un’alleanza anti-sovranista e anti-populista e in un’ultima analisi anti-fascista. Ma le assonanze nel Pd e nel centrosinistra finiscono qui. Una parte importante del partito, quella cosidetta renziana, dà l’impressione di guardare a Macron e alla sua “En marche” come a un “modello” oltre che come a un alleato, mettendo in primo piano la sua spinta riformatrice di carattere però sostanzialmente liberista, in molti campi della società francese. Un “riformismo dall’alto” che in verità non ha mai portato troppa fortuna ai governi di centrosinistra in Italia, al di là delle indubbie realizzazioni e dei passi avanti in un sistema troppo a lungo rimasto  bloccato. Al contrario, il candidato che si contrappone a questo progetto, Nicola Zingaretti, ritiene un errore continuare e perpetuare una sinistra vicina alle elite e lontana dal suo ceto sociale e dagli interessi che rappresenta. Senza però – almeno per ora – spiegare in concreto cosa significa e quali sono le priorità programmatiche. E comunque l’attuale segretario Maurizio Martina ha buon gioco nel ricordare che Salvini è innanzitutto qui che si batte, in Italia.

Il “fronte repubblicano” e l’alleanza contro la destra sovranista sono invece le questioni su cui insistono due esponenti importanti come l’ex ministro Carlo Calenda e il professor Massimo Cacciari. Figure abbastanza laterali nel Pd (Calenda è un neo-iscritto, Cacciari addirittura un “fuoriuscito” all’epoca dell’Api di Rutelli) ma di indubbio prestigio. L’uno e l’altro mossi però da una logica puramente di “resistenza” contro il grave pericolo grillo-leghista e più in generale sovranista e xenofobo in Italia e in tutta Europa. Ma (anche qui, almeno per ora) solo riferimenti generici a cosa deve essere il Pd o magari un’altra forza più ampia che al Pd si sostituisca. Con quali interessi reali, quale blocco sociale,  quale organizzazione è tutto da vedere.

Il tema delle alleanze interne, cioè in Italia, è quello su cui si è concentrata la maggiore attenzione, soprattutto mediatica, in questo avvio di dibattito. In altre parole, il tema del rapporto con i 5 Stelle. C’è qualcuno nel Pd– tolto il solito Michele Emiliano – che ritiene i grillini degli interlocutori credibili? L’ambiguità che ha accompagnato le mosse dei democratici, ancora tramortiti, all’indomani della batosta del 4 marzo è all’origine dei sospetti e dei veleni fra le principali correnti. E’ stato un errore gettare i 5 Stelle tra le braccia di Salvini, come accusa più di un esponente di punta del Pd attribuendo tutta la responsabilità a Renzi? E’ difficile dirlo, col senno di poi, ma certo non esiste un atto in cui Di Maio e soci si siano caratterizzati almeno per un maggior senso di civiltà rispetto all’alleato leghista. La vicenda dei porti chiusi, con la complicità attiva del ministro Toninelli, l’attacco all’Europa, la sistematica criminalizzazione dei governi precedenti, come e non solo nel caso di Genova, dicono chiaramente che il principale nemico per i 5 Stelle è a sinistra. Di questo forse sta finalmente prendendo atto l’intero Pd: ri-coinvolgere gli elettori delusi che hanno scelto Di Maio (e che oggi si presume siano ancor più delusi dai loro nuovi eletti) non passa da un rapporto con i vertici di quel partito.

Infine la questione del rapporto con il”popolo” della sinistra. Ormai è diventato quasi un luogo comune: bisogna tornare tra la gente che soffre, nelle periferie, nei mercati eccetera eccetera. Non si troverà uno tra i diversi esponenti del Pd e della sinistra che dica qualcosa di diverso. Ma cosa significa in concreto? Se si vuole uscire dagli slogan, principalmente una cosa: che bisogna rifare un partito. Un partito dalle  forme rinnovate finché si vuole, moderno, ma che abbia i suoi terminali appunto nelle realtà della vita quotidiana. La diatriba tra partito liquido e partito pesante non ha più senso, ma non si può riscoprire la partecipazione solo per montare i gazebo. Anche perché senza una nuova classe dirigente che nasca veramente dal basso nessun partito che aspiri a rappresentare la sinistra può andare lontano. Anche su questo chiunque si candiderà a guidare il nuovo Pd dovrà uscire dagli slogan e indicare concretamente una strada.