Il partito è mio
e lo gestisco io

Chi tocca Renzi muore, chi tocca D’Alema muore, chi tocca Grillo muore, chi tocca Salvini muore. Qualcosa è maturato negli animi di chi segue oggi la politica, almeno in gran parte di loro, di noi. Conviene seguire con pazienza ciò che ogni giorno, ogni ora, ad ogni passo si riversa nei social a proposito di un dibattito politico discretamente isterizzato, ormai tutto concentrato sui nomi, sui corpi dei leader.
Sono quei corpi il terreno dello scontro, più che le idee, le piattaforme, i programmi.
Renzi può appoggiare, più o meno a malincuore, qualunque ipotesi di legge elettorale non preveda il ritorno della monarchia; lo può decidere in bagno, mentre si taglia la barba, da solo, ma va bene ugualmente, nessuno dei suoi fans lo rimprovererà mai per aver cambiato passo senza avvisare i circoli, senza coinvolgerli.

Il segretario del Pd può permettersi il lusso di staccare la spina, per questa legislatura, al progetto dello jus soli, boa decisiva, fino a ieri, di un percorso di civiltà senza alternative ma nessuno dei suoi accuserà il colpo, se ne lamenterà. Magari quella boa riprenderà la posizione che le spetta, ma intanto…

Renzi può mostrarsi inflessibile all’interno del partito con la minoranza di sinistra, può provocarla e zittirla fino alla resa degli indesiderati, alla loro fuoriuscita; può, allo stesso tempo, mostrarsi cedevole, come innamorato disposto a tutto, all’esterno, nei confronti delle altre forze politiche che decidono per lui gli assetti della nuova legge elettorale che subirà, ci tiene a rimarcarlo, rinunciando al proprio piacere.
Durissimo in casa e remissivo all’esterno, insomma: ma non si provi a farlo notare nei social, perché la risposta, da parte dei fedeli, sarà sempre una legnata. Dio salvi il leader, assieme alla regina.

Così per D’Alema. Ora attestato su posizioni decise, pulite, anti-inciuciste, da difensore e interprete dei valori originari. Allora fluido, pronto al compromesso, soprattutto in vesti governative. Erano i suoi tempi, i tempi del suo grandissimo potere, quando, sul finire del secolo e tenendo a battesimo la “Cosa due”, mortificò la “tradizione”, le feste dell’unità, i “tortellini” sull’altare di una modernità che secondo lui imponeva la scrittura di una pagina nuova. Una specie di “rottamazione” ante-litteram.
Erano i tempi del suo “regno”, ancora, quando con la Bicamerale si diede a Berlusconi l’ossigeno che gli serviva per risalire la corrente. Né si fecero fuoco e fiamme affinché il Parlamento adottasse una forte legge sul conflitto di interessi, nonostante fosse impegno primario del Pd. Ma meglio non ricordare questi trascorsi nei social, perché la risposta può non essere garbata.

Così Grillo, un tipo che dalle sue terrazze fronte-mare ha smentito qualunque principio avesse affermato in precedenza. Così Salvini che ha trasformato, tanto per gradire, un partito anti-italiano, separatista in un partito decisamente nazionalista, invertendone la polarità dalle fondamenta.

Possono fare quel che vogliono: le curve – ma lo stadio della politica è oggi quasi tutto in curva – amano quei corpi, e al diavolo tutto il resto.