Il Papa e undici Nobel:
via le armi nucleari

​C’era Masako Wada, sopravvissuto a Hiroshima. E c’erano 11 premi Nobel insieme a 350 altri tra prelati, diplomatici, uomini di scienza ed esponenti di movimenti per la pace di tutto il mondo, al convegno “Prospettive per un mondo libero dalle armi nucleari e per un disarmo integrale” organizzato in Vaticano dal Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale che iniziato venerdì scorso, 10 novembre si è concluso l’11 novembre. I convegnisti hanno avuto udienza da Papa Francesco, che ha rivolto loro un discorso in cui ha invitato il mondo a chiedere l’impossibile (o ciò che oggi appare tale): liberiamoci per sempre dalle armi nucleari e indirizziamo le risorse nella lotta alla povertà, ai progetti educativi, ecologici e di benessere, allo sviluppo dei diritti umani, alla costruzione della pace.

Certo, Francesco non si è nascosto che un certo pessimismo può cogliere chi, in questo momento storico, persegue l’obiettivo proposto dalla conferenza – un mondo libero da armi nucleari e il disarmo integrale – e tuttavia la domanda implicita dal papa e dei convegnisti è: se non ora quando?

​I motivi che rendono realistico l’obiettivo di quello che Joseph Rotbalt, fisico, premio Nobel per la Pace e presidente delle Pugwash Conferences a loro volta premiate a Oslo, un “nuclear weapons free world” secondo il Papa e secondo tutti gli autorevoli convegnisti è dato da due elementi. Il primo è che le tensioni nel mondo – chiaro il riferimento alla attuale crisi coreana, alla minaccia di Pyongyang di usare l’arma atomica e alla risposta di Washington di rispondere allo stesso modo – rendono evidente anche ai governi che bloccare la proliferazione e iniziare a eliminare le armi nucleari è una priorità assoluta. Una guerra nucleare, anche parziale, avrebbe effetti catastrofici.

​Il secondo elemento che induce ad andare oltre il pessimismo è il fatto che in questo momento alle Nazioni Unite è aperto alla firma il Treaty on the Prohibition of Nuclear Weapons, il trattato che intende metterle a bando le armi nucleari. Adottato dall’Assemblea dell’ONU lo scorso 7 luglio, dal 20 settembre scorso è alla firma. Lo sarà fino al 20 dicembre. Finora il documento che ha valore di legge internazionale è stato firmato da 53 paesi e ratificato da 3: dalla Guyana e dalla Thailandia, oltre che dalla Città del Vaticano. È presumibile che tutti i paesi che ne hanno votato l’adozione ratificheranno il trattato e si impegneranno a eliminare, entro i propri confini, le armi nucleari.

​Il trattato, in buona sostanza, mira a incardinare le armi nucleari nella medesima cornice che ha portato le Nazioni Unite a considerare le armi chimiche e le armi biologiche illegittime e, dunque, a eliminarle. Esistono dunque almeno due precedenti importanti che inducono a pensare che il Treaty on the Prohibition of Nuclear Weapons possa essere portato a compimento.

​C’è un problema, tuttavia. Sono stati ben 66 i paesi che, lo scorso 7 luglio, hanno disertato l’Assemblea al Palazzo di Vetro e non hanno votato l’adozione del Trattato. Si tratta dei nove paesi che, in questo momento, detengono l’arma atomica di distruzione di massa (Usa, Russia, Regno Unito, Francia, Cina, Israele, India, Pakistan e Corea del Nord) e dei loro alleati più stretti. Compresi i paesi membri della Nato. E compresa l’Italia.
​È evidente che scopo del convegno tenuto in Vaticano è quello di convincere questi 66 paesi ad abbandonare la loro posizione. Ma è anche evidente che la sola azione diplomatica – come quella che vede la Santa Sede tra i capofila – non basta per convincere i governi dei 66 paesi riluttanti. Occorre qualcosa in più.

​Intanto mobilitare organizzazioni che in tutto il mondo si prefiggono il medesimo obiettivo. È interessante notare che proprio mentre a Roma si teneva la conferenza voluta dal Vaticano, in Turchia si sono riuniti i vertici della Croce Rossa e della Luna Rossa internazionali per discutere come raggiungere il medesimo obiettivo.

Ma tutto questo ancora non basta. Occorre uno sforzo ulteriore. Un qualcosa che alla conferenza in Vaticano è stato indicato con sintesi efficace dal Nunzio Apostolico Silvano Maria Tomasi: «è urgente risvegliare l’opinione pubblica».
Il messaggio va rivolto anche alla sinistra: svegliati! Perché solo un vasto movimento di massa internazionale può esercitare una pressione decisiva per spingere i governi riluttanti a costruire un “mondo libero da armi nucleari”. Non c’è più tempo. La lancetta si sta avvicinando alla mezzanotte nucleare. È necessario mobilitarsi per evitarlo. Se non ora quando?