Il pane lontano, giù in miniera

Lorenzo Blua detto Lancin, nato a Desertetto di Valdieri (Cuneo), classe 1884, contadino.

“Qui una volta non c’era niente, lavoro non ce n’era, la metà della gente non arrivava a farsi il pane, le famiglie al minimo erano di sei figli, certe ne avevano dieci dodici, possiamo parlare di miseria nel mangiare, non c’era un soldo di guadagno. La gente lavorava bene la terra, ma ci volevano le bestie che aiutassero, e quelle non c’erano. Il fieno si portava tutto sulla testa, andavamo a farlo su in montagna.

“La mia famiglia era abbastanza numerosa, tre maschi, sei sorelle, più padre e madre. Io ho cominciato ad andare al pascolo alle capre quando avevo sette anni, andavo nei boschi su di là, solo, con trenta capre dal mattino alla sera. Scalzo, ero sempre scalzo, avevo una crosta sotto i piedi. Le prime scarpe le ho avute a dieci anni, e non potevo portarle, non ero abituato, mi davano fastidio.

“Il primo del Desertetto che è andato in Francia era l’anno 1850: è tornato dopo l’inverno, là si era guadagnato il pane, così uno dopo l’altro hanno cominciato ad andare in Francia. Non avevo ancora sedici anni sono già partito per la Francia, a piedi, attraverso il Colle di Ciriegia, con altri tre abbiamo marciato fino a San Lorenzo del Var oltre Nizza, e da lì poi siamo andati a Saint Raphaël, alla ventura. Si andava in Francia senza carte, così, la polizia francese ci diceva niente. A Saint Raphaël, girando, io e mio cugino abbiamo trovato un lavoro nella segheria ‘d munsü Laudon, quaranta soldi al giorno, dieci ore al giorno. Dopo una coppia di mesi ho chiesto l’aumento, gli altri prendevano tutti cinquanta soldi, dieci soldi di più mi mantenevano il pane. Lui mi ha risposto: “Tu e l’altro siete troppo giovani”, mio cugino era anche della mia classe, è poi morto nel nord America. “E io non lavoro più”. E sono andato via.

“Abbiamo girato delle cascine, alla fine siamo andati a raccogliere olive. Sono rimasto quattro anni in Francia, però tutte le estati venivo a a vedere la mia famiglia. Poi sono tornato in Piemonte per fare il soldato. Mi hanno messo nell’artiglieria di montagna, tre lunghi anni. Se non era di mio padre e di mia madre io scappavo da soldato, eravamo sempre sulla frontiera, c’era solo da scendere… Vite grame in quei tre anni, su in montagna marce di quindici venti ore, zaino di trenta chili, i muli con diciassette miria sulla schiena, i muli più sono in salita più corrono. Un lavoro inutile, fare vite così per niente. Sì, il pane sotto la vita militare era migliore di quello di casa, ma ne davano poco, nessuno metteva pancia.

“Nel 1908 sono partito per l’America del nord, per l’Oklahoma, con un mio cognato che era appena tornato dall’Argentina. Non sognavo di fare fortuna, chiedevo solo di lavorare e guadagnare qualche soldo. Mi sono imbarcato a Havre, sul piroscafo “Chicago”, era vecchio e piccolo, e ben pieno di emigranti, turchi, arabi, di tutte le razze. Mi pare di aver pagato trecentosettanta lire. Mangiavamo come i soldati, dormivamo nelle cuccette, sulle bigatere (da bigat, baco da seta. Ripiani fatti di assi, usati per l’allevamento di bachi da seta, nda) a tre piani. Dovevamo arrivare a New York in otto giorni, abbiamo avuto quattro giorni di burrasca straordinaria, le onde passavano da parte a parte, quando dondolava così non faceva tanto impressione, ma quando le onde lo prendevano di punta allora il bastimento montava montava montava, allora dalle sedie dove eri seduto si staccava il culo, e il bastimento faceva crik e crak, ah cristian… Pensate un po’, faceva solo più cento centocinque nodi in quei quattro giorni. Così abbiamo avuto due giorni di ritardo.

“Arrivati là noi della terza classe ci hanno sbarcati nell’isola Castel Garda, dove ci hanno passato la visita medica, ci hanno guardati negli occhi. Poi in treno sono andato a Macalista, nell’Oklahoma che allora si chiamava Indian Territori.

“A Macalista, il paese delle mine, tutte le case erano di legno. Tante le case di quelli di Desertetto, di cugini, di parenti: abbiamo trovato Desertetto in America. Ho trovato subito lavoro in miniera, solo nelle miniere si trovava lavoro, la campagna era tutta deserta, in campagna c’era solo qualche indiano e qualche nero. In miniera c’erano italiani, neri, polacchi della Polonia russa e austriaca e germanesa, tanti della Polonia. Le cücie i’eru base, tüt a bota, tanto la tona (le cave erano basse, tutto a cottimo, un tanto alla tonnellata, nda). Nel 1916 c’era la guerra ed è aumentato il prezzo perché c’era l’Union, una cosa seria, l’Union ci proteggeva: senza la carta dell’Union non si poteva entrare nella mina. Se uno si ammazzava l’Union non faceva niente, si interessava solo della paga, per le disgrazie non c’era niente del tutto. In questa mina ho lavorato sei anni.

“Nel 1910 ho deciso di fare una gita attraverso gli Stati Uniti. Sei mesi ho girato, la California l’ho girata tutta paese per paese. In questi sei mesi io ho sempre marciato che ero un francese, non ho fatto riconoscere in nessun posto che ero un italiano, là i francesi erano tanto rispettati. In tanti stati l’italiano non lo volevano, perché l’italiano compra e vende il lavoro, negozia e poi lo cede ad altri, troppo camorrista… Sapete cosa dicevano? Non dicevano che erano bianchi gli italiani, ma che erano come i neri. I neri sono più bravi di noi italiani, ma gli americani li disprezzavano. Nelle mine c’erano pochi americani a lavorare.

“Sono tornato a Desertetto nel 1921, a fare una gita, per vedere mio padre. Ma il 4 luglio hanno ratificato la legge che limitava l’emigrazione dall’Europa, non sono più partito”.

(Nuto Revelli,Il mondo dei vinti”, 1977)