Il paese reale
e la politica letale degli agguati

“Noi pensiamo all’Italia e agli italiani”, dicono in coro. E’ il mantra dietro il quale si nasconde, spesso, la peggiore politica. In una sorta di excusatio non petita, chi si dedica con gusto personale al risiko del palazzo accompagna quasi sempre le proprie mosse con quella frase così consumata da risultare ormai stucchevole.

In questi giorni la preoccupazione principale degli italiani, come sa chi vive con i piedi per terra, è la ripresa dei contagi da Covid-19 e la crisi economica che ci è caduta addosso e che sta provocando un preoccupante aumento delle disuguaglianze. In una manciata di giorni quello che si temeva sta accadendo: l’aumento esponenziale dei positivi (anche se su un numero di tamponi molto alto) mette a rischio le nostre normali e vitali attività.

covid-19

I grandi problemi degli italiani

Non sappiamo se saremo in grado di consentire un basilare svolgimento dell’anno scolastico, e in alcune zone gli istituti sono già chiusi o funzionano a scartamento ridotto. Non sappiamo se potremo a lungo garantire il normale funzionamento delle attività lavorative, se saremo costretti a tornare allo smartworking diffuso e non sappiamo come potremo gestire i settori produttivi che con il lavoro a distanza non possono combinare nulla. Non sappiamo se saremo condannati a nuovi lockdown, se dovranno chiudere ristoranti, bar, teatri, cinema e tutte quelle attività che comportano assembramenti.

Ci domandiamo, preoccupati, se i nostri ospedali saranno nelle condizioni di poter gestire una nuova drammatica emergenza e spesso ci chiediamo per quale bizzarro motivo i fondi europei messi a disposizione dal Mes non possano essere usati per rafforzare il nostro sistema sanitario. Riflettiamo su come utilizzare i finanziamenti del Recovery Fund per evitare che finiscano dispersi in mille rivoli invece che essere utilizzati per raddrizzare un modello di sviluppo ormai sgangherato. Ci domandiamo come riuscire ad aiutare chi ha subìto un danno economico a causa del Covid-19, è finito in cassa integrazione o ha perso il lavoro o sta per perderlo. Sicuramente ci domandiamo tante altre cose, ma fermiamoci qui, può bastare.

Ecco, di fronte a queste domande che ogni giorno assillano gli italiani e in buona parte (con qualche eccezione di troppo) chi governa questo Paese, c’è una politica piccola piccola che preferisce quei giochetti che, in tutt’altra situazione, appassionavano qualche leader della prima repubblica. Che questo spesso lo faccia l’opposizione, ancorché fuori luogo, può essere anche comprensibile. Meloni, Salvini and Co. devono dimostrare che va tutto male, che l’Italia è un disastro e il governo un covo di incapaci e quindi giù botte a ogni pastone di tg. Ma che alla fiera dei tranelli incrociati partecipi chi è nella maggioranza che sostiene Conte usando tutti i pretesti possibili e immaginabili per farsi notare, questo davvero è il segno di una indecente deriva della politica, ancora più insopportabile in un momento così difficile.

Quella tecnica degli agguati

Faccio due esempi per capirci. L’altro giorno si votava a Montecitorio la legge costituzionale che consentirebbe ai diciottenni di votare per il Senato così come accade per la Camera: oggi per farlo occorre avere 25 anni. In quell’occasione i deputati di Italia Viva hanno bloccato il voto costringendo la maggioranza a un rinvio. Il motivo? Uno di facciata: prima bisogna discutere del disegno complessivo del bicameralismo. Figurarsi. L’altro di sostanza: di minaccia in minaccia riuscire ad ottenere una verifica per un bel rimpasto che dia più spazio a un partito che ha una rappresentanza parlamentare sovradimensionata rispetto al reale consenso elettorale. Insomma, Renzi o strappa qualcosa adesso per sé e per i suoi oppure alle prossime elezioni è destinato a restare al di sotto di una pur minima soglia di sbarramento che è l’altro obiettivo (diciamo il 3% invece del 5%)  della politica dei ricatti. “Senza di noi non c’è maggioranza”, tuona infatti Maria Elena Boschi dalle colonne di Repubblica.

Una bella iniziativa nel supremo interesse degli italiani no?

Il gioco del risiko sulla pelle di Roma

Da qualche giorno un altro giochetto coinvolge la Capitale. O meglio i corridoi della politica della Capitale. Carlo Calenda, l’uomo che cambia partito come cambia i maglioncini, ha deciso di iniziare il suo risiko. Si candida a sindaco, pretende che il Pd lo segua, minaccia di fare il grande disturbatore nel caso il centrosinistra scelga un altro, punta i piedi e batte i pugni. Ora, chi come noi ha vissuto la stagione di Argan, Petroselli e Vetere, sa che il candidato a fare il sindaco si sceglie in un altro modo, partendo da una domandina semplice semplice: che idea di Roma abbiamo? E invece no, Calenda si comporta da pierino come al solito – e nel Pd glielo consentono – facendo da sponda al tentativo renziano (sempre lì si torna) di mettere in difficoltà anche a Roma Zingaretti e il centrosinistra. Tanto, male che vada Calenda ci guadagna un po’ di visibilità nazionale, che negli ultimi tempi ha un po’ perduto dopo l’abbandono del Pd che lo ha fatto eleggere al Parlamento europeo e dopo l’invenzione di un nuovo partito che non si sa che fine abbia fatto.

Qualcuno, più avvezzo a frequentare i salotti del potere, dirà: è la politica, bellezza. Ma la politica, trattata in questo modo – e tanti altri esempi si potrebbero fare – ignominiosamente muore, tra una mossa e l’altra su una scacchiera che resta lontana dal paese reale. La politica, quando sopravvive a se stessa chiusa dentro il videogame dei tranelli e degli agguati, rischia di diventare drammaticamente letale.