Le “salvinate”, ovvero
la lingua usata
come olio di ricino

Nel dizionario è entrato ormai il termine ‘salvinata’, “uscita tipica del politico Matteo Salvini ed entrata nell’uso comune del linguaggio giornalistico”.

Ad alcuni (noi fra questi) può far orrore che il ministro dell’interno, nel giorno della commemorazione della strage impunita di Bologna, diffonda solo uno stupido tweet sul caldo africano. A molti piace. Rievocare la storia, con le tragedie e le sue ombre, con le sue ambigue proiezioni sul presente, è un’operazione ben poco popolare.

Fallite ingloriosamente Telepadania e La Padania, è oggi affidata a una decina di persone (tra cui il figlio del candidato alla presidenza della Rai) la comunicazione della Lega, anzi del suo segretario.

Lo spin doctor Luca Morisi e il suo staff, anche attraverso applicazioni create ad hoc, si occupano di rilanciare in rete e sui social network il messaggio del capo, ribattezzato “Il Capitano” nella logica del supereroe. Ci riescono bene, se i like hanno ormai superato la cifra record di due milioni.

“In Italia il popolo sta lì, e noi andiamo a prendercelo”.

Su Instagram ha 376.000 follower, deliziati dalle sue foto di grigliate, di piatti e prodotti gastronomici made in Italy. Su Facebook conta su una pagina da oltre mezzo milione di fan, sulla quale interviene diverse volte al giorno, con cadenza regolare dall’alba alla sera. Vi si mescolano immagini della sua vita quotidiana (parla spesso “da padre”, cita gioviale i SuperPigiamini), battute sui fatti di cronaca, interventi, ospitate in tv, e soprattutto video e selfie, corredati da hashtag iperbolici: RUSPA, INVASIONE, PACCHIA, CHIUDIAMOIPORTI, TORNATEACASAAAA …

Sull’ostentazione della rozzezza; sul cinismo compiaciuto (e sullo scherno verso il ‘buonismo’); sui toni di vero e proprio odio contro intere categorie; sul disprezzo verso gli intellettuali (radicalchic), i giornali, il Parlamento, i sindacati, la magistratura, gli istituti di ricerca, insomma verso ogni istanza di mediazione e di riflessione, si è già detto molto: questi atteggiamenti, condivisi praticamente da tutta la “nuova” classe dirigente del Paese, sono conosciuti. Meccanismi collaudati ed efficaci, non costano nulla: nessuna spesa, nessuna fatica, molto profitto. Facile è contestarli, difficile contrastarli. Spesso la moneta cattiva scaccia la buona.

Giulio Cavalli l’ha chiamata “la lingua di ricino”, che ha il gran pregio di garantire – insieme alla rissa permanente – lo spazio su tutti i media e l’attenzione di tutti i cittadini. Ogni argomento sulla bocca di un individuo che pure fa il ministro diventa banale, perde la necessaria complessità per trasferirsi – asciugato – nello slogan o – stravolto – nell’invettiva. Frasi secche e brevi, nessuna subordinata, lessico elementare, le pillole da dare in pasto alle persone che stanno ascoltando non hanno lo scopo di indurle a ragionare, ma di garantire consenso. Non importa la realtà, ma la sua percezione. Non a caso c’è sintonia con il Movimento 5 Stelle, che fin dal Vaffa ha trovato in meccanismi simili la cifra della sua comunicazione.

Il linguaggio della banalità violenta è sempre esistito: la differenza sostanziale è che oggi è al governo.

Il confronto e il ragionamento paiono retaggi sorpassati, e questa sensazione solleva dalla fatica del dubbio e della documentazione. Con la banalizzazione si perde anche la logica, il che consente di bypassare ogni contraddizione: dal “Padania is not Italy” a “Prima gli italiani”, da “Forza Etna” al pieno di voti al Sud, non c’è stato stridore. Solo applausi.

La ripetizione è un difetto per chi scrive, ma è una qualità per chi twitta. Un messaggio ripetuto all’infinito garantisce la memorizzazione: lo insegnano da almeno un secolo i pubblicitari. La merce venduta è una sola: richiestissima, ha il pregio di poter essere offerta gratis. Si tratta di un sentimento negativo che può diventare aggressivo: la paura (vedi il libro di Antonello Caporale). La paura del diverso, la paura dello straniero, la paura del ladro, la paura di restare senza lavoro, la paura della povertà. Lo spettro emotivo però si può ribaltare, come insegna qualunque programmatore di neurolinguistica: affidatevi al Capitano, e le cose andranno meglio. Lui ha la soluzione, ed è semplice.

”Dai giornali e dai telegiornali non starete capendo niente della situazione, ve lo spiego io come vanno le cose”.

C’è sempre un ‘noi’ (gli amici) che si contrappone a ‘loro’ (i nemici): indifferentemente l’Europa o il Pd, i migranti o i rom, i cattolici o i musulmani. La polarizzazione è l’elemento costante se si cerca la mobilitazione emozionale.

L’idea che la politica si debba aprire alle peggiori pratiche della quotidianità per essere più vicina al popolo funziona in termini di voti, ma è povera e inefficace in termini di progresso civile.

Più si alzano i toni più si abbassa il livello. L’incultura della sopraffazione è l’opposto dell’ethos necessario alla democrazia.

Più l’aggressività verbale entra nel linguaggio politico e mediatico, più distoglie l’attenzione dalle realizzazioni.

Le ingiurie sono attacchi alla persona invece che alle sue tesi e alle sue azioni, e se diventano prassi inducono a credere che la forza di un’idea non stia nell’idea stessa ma nel suo sostenitore, e che l’avversario sia da annichilire il prima possibile.

Il leaderismo finto-plebeo “senza peli sulla lingua”, congiunto alla sciatteria generalizzata, ha forgiato una rozza mitologia della spontaneità, per cui l’abolizione dei freni inibitori si gabella per rivincita degli umili o per rifiuto del perbenismo: sbandierata nei comizi, ostentata nei talk show, replicata all’infinito nei post, ha riempito le orecchie di parolacce, le teste di luoghi comuni, gli animi di livore.

Il gentese ha traslocato la pernacchia in sedi ufficiali, entro un intemperante arsenale di metafore bellicose. ‘Gentese’ significa ‘lingua dell’uomo della strada’, e sembrerebbe una buona cosa.

Il problema è che l’uomo comune è concepito come un bifolco da aizzare, cui piacciono solo i toni grevi, nell’antitesi della democrazia. Tutto questo infatti lascia inalterati i ghetti che la vicenda sociale ha creato, non sfiora nemmeno le disuguaglianze.

La volgarità compiaciuta della propria arroganza – se elevata a cifra di governo – condanna l’intero Paese alla mediocrità e alla subalternità.