Il nuovo “Suspiria”, un fascino che coinvolge, a ridosso del Muro di Berlino

Uno dei film più attesi di Venezia, forse IL PIU’ atteso, ha affrontato stamane la prova della stampa e alle 19.15 di oggi si sottopone alle Forche Caudine della proiezione di gala. Sono previsti applausi scroscianti e ululati di scherno. “Suspiria”, di Luca Guadagnino, non potrà non dividere. Per mille motivi. Proviamo a dirne due o tre.

Primo: è il remake di un film molto amato e molto importante, l’omonimo “Suspiria” di Dario Argento. I paragoni saranno inevitabili e Argento, ancora più di Guadagnino, ha i suoi tifosi – alcuni dei quali molto “talebani”. Il confronto sarà impietoso, di parte, forse sanguinoso.

Secondo: Luca Guadagnino è un artista che “divide”. Esiste un vecchio tormentone secondo il quale non sarebbe amato in Italia. Non è vero, o almeno non è del tutto vero. Esiste un altro tormentone, ancora più consolidato, secondo il quale la critica italiana lo snobberebbe. Ammesso che esista una “critica italiana”, anche questo non è vero: Guadagnino ha i suoi fautori e i suoi detrattori, e il suo ultimo film “Call Me By Your Name” ha sicuramente ricucito buona parte dei rapporti con critica e pubblico nel nostro paese. Tali tormentoni andrebbero semmai letti in positivo: è un regista non provinciale, con una spiccata vocazione internazionale che anche questo film conferma.

Terzo: il film è in concorso, ed è (era) abbastanza insolito che gli horror vadano in concorso ai festival. Tanto per capirci: quarant’anni fa, nel 1977, il primo “Suspiria” di Argento non andò a nessun festival e nessun festival l’avrebbe voluto. A Venezia non l’avrebbero fatto nemmeno avvicinare. Per inciso, nel ’77 la Mostra manco si tenne: erano gli anni post-’68, i più cupi nella storia di questa manifestazione. Ma in quei tempi i film di genere non partecipavano ai festival, non prendevano premi, erano recensiti dai “vice”: Dario Argento, che a sua volta era stato un “vice” a “Paese sera”, lo sapeva bene. Il loro premio era l’amore del pubblico e i risultati del box-office.

Quindi, prepariamoci alla battaglia di “Suspiria” e scegliamo uno schieramento. Sorpresa: essendo uno dei critici che non sono impazziti per “Io sono l’amore” e non hanno amato per nulla “A Bigger Splash”, diciamo subito che secondo noi Guadagnino ha fatto centro. Il film è “tanto”, forse troppo, ma ha un fascino indiscutibile. Dura 152 minuti, che non sono pochi (il precursore di Argento ne durava 98). Ma ha una sua “voce”, un’atmosfera che ti acchiappa e ti coinvolge. Racconta la stessa storia, quella di una ballerina americana che entra in una scuola di ballo a Berlino e si ritrova prigioniera di un mondo di magie nere, di rapporti di potere perversi, di femminilità “nera”, oscura, inquietante. Ma Guadagnino carica il film anche di sottotesti storici e politici che Argento (che lavorava in epoca pre-caduta del Muro) non poteva né forse voleva inserire. Lo ambienta nei giorni terribili della detenzione e della morte, nel carcere di Stammheim, della banda Baader-Meinhof. E colloca la scuola Tanz, dove si svolge la trama, a ridosso del Muro che ancora divide Berlino in due.

Piove sempre, nel film: quando non piove, nevica. L’atmosfera claustrale contribuisce a rendere ancora più sinistri i rituali stregoneschi che si svolgono nella scuola. Il film fa molta paura, e la paura è impaginata in modo spesso magistrale, grazie a due contributi che non possiamo non citare: il montaggio di Walter Fasano, compagno abituale del regista, e le magnifiche scenografie di Inbal Weinberg. Presenze come Ingrid Caven e Angela Winkler, attrici del glorioso Nuovo Cinema Tedesco, rendono “Suspiria” un omaggio anche a Fassbinder e a tutto il grande cinema che si faceva in Germania in quegli anni. Le citazioni colte, da Jung a Lacan, rischiano invece di appesantire un pochino un film che non si risparmia nulla, che vuole sommergere lo spettatore con l’angoscia della trama ma anche con la cultura dell’autore. Il nuovo “Suspiria” è come un pranzo molto abbondante: magari poi servirà un Alka-Seltzer, ma certo non rimarrete con la fame arretrata.