Il nuovo socialismo deve partire
dalla Costituzione fondata sul lavoro

“Manifesto per un nuovo socialismo” è il sottotitolo che Paolo Ciofi ha dato al suo libro-saggio “La rivoluzione del nostro tempo” (Editori Riuniti, 95 pagine) dato alle stampe subito dopo l’esito disastroso, per la sinistra, delle elezioni del 4 marzo.

Ciofi fu un dirigente del PCI, uno di quelli che, come un tempo era per molti e da molto tempo non è più per nessuno, sosteneva il proprio impegno nella “piccola” politica quotidiana con la riflessione continua e appassionata sul patrimonio di pensiero che era alla base delle scelte della comunità, del partito e proprie, di agire per il bene comune. Teoria e prassi. Come discende la politica dai grandi princìpi, dall’analisi dei rapporti sociali e delle loro trasformazioni? Vaste programme, viene da dire, quello di rispondere in un modo organico alla domanda in questo nostro tempo in cui la globalizzazione dell’economia e la digitalizzazione del lavoro sembrano aver volatilizzato se non distrutto le solide categorie su cui si articolava, un tempo, il pensiero della sinistra. E in cui questa disarticolazione ha portato alla disastrosa perdita di egemonia della sinistra stessa a favore della destra e del populismo nella rappresentanza degli interessi dei ceti popolari, come è apparso in modo drammaticamente chiaro nelle ultime elezioni.

Il tentativo, volenteroso, di dare una risposta è il compito che Ciofi si è prefisso con questo suo lavoro che ha, come indica il sottotitolo, il carattere del “manifesto”, uno strumento che ha il proposito di sollecitare un’iniziativa, un “fare” politico. Perché il proposito vada in porto, però, è necessario avere in testa un’analisi chiara. E così la prima parte del libro è dedicata alla ridefinizione del rapporto tra capitale e lavoro. L’autore lo fa sulla base di un’attenta rivisitazione del pensiero di Carlo Marx di cui cerca il filo di una continuità nelle trasformazioni che hanno cambiato nel tempo quel rapporto mantenendone però immutato il carattere di fondamentale contrapposizione.

Molto interessanti sono le pagine in cui Ciofi cerca di mettere in luce la persistenza del conflitto non solo nella finanziarizzazione dell’economia nell’era della globalizzazione e nella conseguente crescita delle oligarchie, a livello mondiale e a livello nazionale, un terreno sul quale molti studiosi si sono spinti, non solo di ispirazione marxista e neppure solo di sinistra, ma anche nello sviluppo irrefrenabile delle tecniche informatiche e delle nuove forme di comunicazione. Sviluppi che portavano con sé un grande potenziale di liberazione degli esseri umani dalla schiavitù del lavoro capitalistico e di promozione delle personalità individuali, sono stati piegati alla logica della proprietà capitalistica, con forme che vanno ben al di là dello sfruttamento classico della fatica umana per attingere a veri e propri “espropri” delle menti e dei corpi degli utenti, che diventano merce nello stesso modo in cui erano merce gli operai delle fabbriche. Colossi come Google o Facebook – scrive Ciofi – “usano gli algoritmi e tutti i trucchi che il software consente per metterci sotto controllo, ed estrarre dal nostro corpo e dalla nostra mente tutto ciò che serve per pianificare la loro attività di manipolatori e venditori di servizi: il corpo umano come un pozzo di petrolio dal quale estrarre materia prima per il business”.

La dittatura del capitale che ha assunto forme così diffuse nel mondo e così sofisticate ha portato a una sottomissione della politica all’economia che nessuna forza ha avuto la forza (e la volontà) di contrastare. Neppure – sostiene l’autore – la sinistra riformista, che è vissuta nella convinzione che il problema non fosse quello di combattere il capitalismo, quanto piuttosto quello di “umanizzarlo”, di smussarne le contraddizioni più acute. Una rinuncia che ha portato le sinistre del continente ad accettare che l’Unione europea finisse per diventare “l’espressione tecnico-burocratica del dominio del capitale sul lavoro” e che ha spalancato le porte a una nuova, e ancor più ingiusta e in prospettiva pericolosa, divisione del lavoro internazionale, di cui l’aggressività di Donald Trump è la manifestazione più clamorosa ma non certo l’unica. Ciofi su questo aspetto è decisamente pessimista: la radicalità del dominio capitalista non solo accresce le diseguaglianze, ma rende inevitabili i conflitti e le guerre, fino ad esporre il pianeta alla prospettiva della guerra nucleare e con ciò della sua propria distruzione.

L’inesistenza di un pensiero critico radicale contro la dittatura della logica del capitale ha portato al drammatico fallimento elettorale della sinistra e all’affermazione del dogma, “comunemente condiviso a destra e a sinistra, da liberisti, riformisti e non solo” secondo il quale “il capitalismo non ha alternative”. Il “nuovo socialismo”, secondo Ciofi, deve smascherare, aggredire e abbattere questo dogma. Ma partendo da dove? Quali sono le basi su cui si dovrebbe costruire l’alternativa, innanzitutto di coscienza e poi di pratica politica? Secondo Ciofi la base principale dovrebbe essere la nostra Costituzione che – giudica lui – costituisce la piattaforma ideale di una possibile, nuova transizione verso il socialismo.

L’affermazione che la Repubblica italiana è “fondata sul lavoro” contenuta già nel primo articolo della Carta è, secondo l’autore, una fondamentale e inequivocabile indicazione d’indirizzo “per farci uscire dalla prigione del capitalismo del nostro tempo”. L’affermazione del primato del lavoro sul capitale viene esplicitato in modo molto chiaro nell’articolo 4 dove è scritto che “la Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo tale diritto”. Ciò, spiega Ciofi, “significa che in materia economica e sociale l’obiettivo fondamentalmente indicato dalla Costituzione è quello della piena occupazione”. E questo obiettivo può essere raggiunto solo “facendo prevalere l’interesse pubblico su quello privato” e adeguando a questo scopo l’allocazione delle risorse e gli investimenti”, che debbono sottostare “non al criterio del massimo profitto, bensì a quello della massima occupazione”.  Questa subordinazione dell’interesse del capitale a quello del lavoro è sancita chiaramente in una serie di articoli che delineano i limiti in cui deve mantenersi la proprietà privata nei confronti dell’interesse pubblico.

Ecco, dunque, la base di partenza che Ciofi individua per il progetto del “nuovo socialismo” italiano. Secondo il suo parere, la visione “ardita e coraggiosa” dei Costituenti è stata sovvertita negli anni dal dominio incontrastato del capitale, cosicché “in conseguenza della sconfitta storica del movimento operaio, la Costituzione che dà vita alla Repubblica democratica fondata sul lavoro ancora sopravvive formalmente, ma con la soppressione del partito politico dei lavoratori è stata cancellata la condizione essenziale della sua attuazione”. Si coglie qui evidente la critica implicita non solo al riformismo (cui Ciofi riserva l’espressione forte di “malattia senile del socialismo”) che portò al superamento del PCI e alle evoluzioni successive fino al PD di Renzi, ma anche alle vaghezze di una sinistra-sinistra senza ancoraggi nella società e nella storia.

In questo senso il libro di Ciofi è davvero un “manifesto”. Indica una strada ed è una strada diversa da quella che grande parte della sinistra italiana, di quel che ne resta, ha percorso finora. Si può essere d’accordo con lui o no, ma comunque gli si deve riconoscere il merito di aver posto il problema e le basi di una discussione su se stessa che la sinistra non può non fare. Anche per questo, il suo è un libro da leggere.