Il Nord Europa
ascolta Barcellona

Il Nord Europa ascolta la Catalogna. Sarà che nei secoli si è fatto un sacco male con le guerre religiose, di indipendenza e autonomia. Sarà che da ormai vent’anni i suoi esperti di scenari prevedono, se l’Europa vuole continuare a esistere, un multinazionalismo arcobaleno e mano leggera con le diversità da parte del governo centrale.

Bruxelles, tramite il giovane Theo Francken, segretario di Stato per il diritto d’asilo e la migrazione, sabato scorso ha detto che tutti i catalani che si sentono minacciati sono i benvenuti in Belgio. “Non siamo più nel 1830, quando un gruppo di valloni che parlava francese vietò l’uso dell’olandese e ci ridusse a cittadini di seconda classe”. Oggi il Belgio ha parlamenti distinti per Fiandre, Vallonia e per Bruxelles capitale. Bart Maddens, politologo, ricorda che “fra poco, nel 2019, in Belgio si vota. Nel parlamento fiammingo i nazionalisti potrebbero avere la maggioranza. Ma è anche vero – prosegue- che qui hanno sempre lavorato con le istituzioni dello Stato chiedendo, e ottenendo, una sempre maggiore autonomia”.

Anche nel Regno dei Paesi Bassi non piace tanto la mano forte di Madrid. “Lasciamo stare per un attimo il contingente e chiediamoci se quello catalano è un movimento populista”: Meindert Fennema, emerito di scienze politiche all’università di Amsterdam ha studiato per anni l’argomento. “La risposta è no. A differenza del Front National o dell’Ukip o di Wilders, la Catalogna – dice Fennema – non fa appello a istanze etniche, accoglie a braccia aperte gli immigrati, vuole esser parte dell’Europa. E soprattutto esige di interloquire col governo di Madrid”.

Il Nord Europa ha paura che il pugno forte di Madrid risvegli un passato orrendo archiviato dal vecchio continente e che l’esito possa spezzare il sogno di una fraternità europea nelle differenze. Simone Kerseboom, classe 1984, ha fatto nei Paesi Bassi un PhD in storia dei nazionalismi e delle identità nazionali. Dopo vent’anni è rientrata dal Sud Africa. “L’ho fatto per riscoprire cosa vuol dire essere olandese. Simone spiega che vede i nazionalismi pacifici e che escludono l’odio dell’altro come arcobaleni multiculturali. Il Nord Europa guarda con un brivido a Madrid dal pugno forte: il parlamento danese fu il primo, nel 2015, ad approvare una risoluzione che quasi scongiurava Madrid ad aprire il dialogo.

Sull’onda degli eventi a Copenhagen parlamentari socialdemocratici, socialisti, di Alleanza Rosso-Verde, del Partito Popolare Danese e di Alternativet hanno mandato al governo spagnolo una lettera. La premessa è che per nessuna ragione la questione catalana può condurre a un’incriminazione di Puigdemont e del suo team. La lettera dei danesi a Rajoy si conclude senza perdersi in inutili giri di parole: “Noi, parlamentari di un Paese democratico, siamo sempre più sconcertati e preoccupati da questa apparente mancanza di abilità politica nel gestire quella che è, in sostanza, una sfida politica”. Non si può neppure dire che a Copenhagen si giochi a tavolino una partita che è di altri. Ormai ognuno ha i suoi nazionalismi e li deve affrontare.

Il premier Lars Løkke Rasmussen da maggio scorso ad oggi ha detto in tutte le salse che la Groenlandia e le Isole Faroe hanno il diritto di diventare indipendenti quando lo vogliono. La Finlandia si è già detta pronta a riconoscere la Catalogna.

Notevole l’attivismo giuridico del gruppone nord europeo. L’articolo 7 del trattato di Lisbona afferma che in alcuni casi (caso di scuola quello del referendum autonomista) l’Unione deve intervenire per difendere i diritti umani e quello all’autodeterminazione. La task force giuridica sta sondando temi come i limiti del federalismo, lo scontro indesiderato tra democrazia e legge, i limiti del principio di non intervento, la definizione di nazione e il principio di autodeterminazione.

Al di là della Catalogna dovremo farcene una ragione: saranno anche noiose, ma le carte geografiche non mentono. Ci sono quasi 50 puntini rossi in quella pubblicata sul Guardian, dalle Isole Faroe alla Corsica, dall’Irlanda del Nord alla Slesia. Puntini che indicano un processo di indipendenza in corso dal punto di vista politico e spesso già giuridico. Se non vorranno fare un salto indietro di un paio di secoli e tornare a gestire instabili e minuscoli stati da operetta l’Unione dovrà prepararsi a costruire un’Europa arcobaleno, pacifica e multiculturale.