Una politica da rifondare
contro la deriva populista
e antiparlamentare

Adesso siamo al dunque. Un pugno di giorni e le forbici giganti esibite in favore di telecamere dinanzi al portone di Montecitorio potrebbero concludere il lavoro. Tagliare un terzo della rappresentanza parlamentare e consentire al Movimento 5 Stelle di annunciare, dopo l’abrogazione della povertà, pure quella dei privilegiati della politica. “Per una volta che i parlamentari si tagliano da soli vogliamo punirli?” chiede retoricamente la corte degli entusiasti di una “riforma” attesa e invocata per decenni.

Così si consuma una grande rimozione

Ma è davvero così? Cioè davvero se il Sì, come ragionevolmente accadrà, dovesse prevalere avremo un Parlamento più efficiente, produttivo, meno costoso? L’ultima cosa è vera. Il risparmio, come noto, vi sarebbe anche se nell’ordine contenuto dimostrato dal professor Cottarelli e dal suo Osservatorio sulla spesa pubblica. I famosi 57 milioni annui sui quali si è ricamato abbastanza. Sono le altre due finalità a trovare facile smentita nei fatti. Duecento senatori al posto degli attuali trecentoquindici manterranno intatti compiti e doveri propri di un bicameralismo quasi paritario. Quattordici commissioni permanenti, le attività di controllo, le commissioni bicamerali. Perché poi è su questo che si consuma la grande rimozione.

Dicono i fautori del taglio che si raggiunge il medesimo traguardo inseguito nel tempo da ogni bicamerale costituita sul tema per non parlare di testimonianze anche più lontane come nel caso di Pietro Ingrao e Nilde Iotti. Ora, a parte che non è mai un esercizio di eleganza trascinare nella cronaca o, peggio, nella polemica figure che appartengono ad altro tempo e contesto. Ma una nota forse la si deve rammentare, che tutte le ipotesi susseguitesi negli anni e tese a ridurre il numero dei parlamentari si rifacevano a un assetto e un funzionamento diversi delle Camere con una distinzione di ruoli e competenze e il superamento del bicameralismo attuale. Questo taglio, invece, si limita a stabilire che trecentoquarantacinque tra deputati e senatori sono di troppo e possiamo serenamente farne a meno senza che ciò produca alcuna conseguenza sull’assetto ordinamentale.

Nulla contano le preoccupazioni circa l’obbligo ad accorpare in futuro un certo numero di commissioni col rischio di rallentare anziché rendere più spedito il procedimento legislativo. Poco o nulla si riflette sulla riduzione del perimetro della rappresentanza con l’effetto di prevedere (sul punto credo vi sia uno studio della Fondazione Einaudi) intere regioni, dalla Liguria alla Basilicata, dove la soglia percentuale per eleggere un senatore salirebbe sino al 20 per cento.

Ma al di là degli aspetti funzionali, che pure contano, e delle proporzioni e dei soliti costi, resta sullo sfondo il nodo più significativo. Lo riprendo da una analisi di Gaetano Azzariti contenuta in un bel saggio di qualche anno fa. La nostra Costituzione non ha mai mitizzato un popolo generico, il cuore della nostra democrazia, cito quasi testualmente, riguarda il modo in cui si forma la volontà popolare e le modalità specifiche attraverso le quali quella si traduce in una volontà politica. La rappresentanza ha questa altissima funzione che attiene non già, ce lo concedano gli entusiasti delle forbici, a costi e procedure, ma all’essenza stessa delle istituzioni rappresentative come i luoghi dove il pluralismo di interessi, bisogni, idee, presente nella società si proietta alla ricerca non di un annullamento o superamento dei conflitti, ma della loro possibile coesistenza e mediazione.

Governabilità a spese della rappresentanza

Per vent’anni ogni ipotesi di riforma costituzionale si è fondata sull’obiettivo dichiarato della massima governabilità ed efficienza sacrificando la dimensione della rappresentanza, ma non ne è venuto del bene e il calo inesorabile degli elettori – di chi la domenica esce di casa e si reca al seggio – qualcosa dovrebbe spiegare della dinamica che si è innescata. Una politica sempre più scissa dal corpo sociale che dovrebbe rappresentare sino a rimanere chiusa in una sorta di tenaglia – è ancora Azzariti a sperimentare la formula – tra una tecnica senza umanità e una politica senza morale.

La verità? Vincerà il Sì, ma una percentuale significativa di No avrebbe, per le ragioni dette, una carica fondamentale, segnerebbe un argine alla deriva in atto da troppo tempo e spingerebbe a fare scelte non più subalterne all’impronta antiparlamentare e antipolitica che i primi promotori del taglio non si sono mai preoccupati di nascondere o dissimulare. Insomma nel mio piccolo voterò No anche come una forma di “protezione civile” di una politica da ripensare e rifondare. Dopo il referendum del 2 giugno del ’46, Calamandrei parlò di un “miracolo della ragione”. Lo so, non è questo tempo di miracoli, ma mi piace pensare, e sperare, che possa essere il tempo di una ritrovata ragionevolezza e questo voto, piaccia o meno, potrebbe esserne la testimonianza viva.