Il Movimento europeo:
“A Barcellona”

Con la “detenzione provvisoria” di otto ex ministri del governo catalano decisa dal giudice Lamela si è compiuto a Barcellona l’ennesimo atto di inutile esibizionismo del nazionalismo spagnolo contro il nazionalismo catalano.

Inutile perché fra poche ore o fra pochi giorni gli ex ministri torneranno in libertà osannati come eroi da qualche centinaio di indipendentisti e inutile soprattutto perché non ricorre dal punto di vista giudiziario nessuna delle circostanze che legittimano una detenzione seppure provvisoria. Gli ex ministri, infatti, non possono reiterare il reato di secessione perché non hanno più le leve del potere; non possono inquinare le prove perché non hanno più accesso ai palazzi del governo; non c’è il rischio di fuga perché essi si sono consegnati spontaneamente alla giustizia spagnola.

Carles Puigdemont, che ha confermato con la sua fuga a Bruxelles e il soggiorno in uno degli alberghi più eleganti della capitale belga di che pasta sia fatto uno dei maggiori responsabili dello psicodramma catalano, sa bene che non può tirare più di tanto la corda nazionalista dei fiamminghi le cui pulsioni secessioniste allignano sempre più deboli in una parte della classe politica ma sono assenti nella grande maggioranza della popolazione.

Chi è senza peccato nello psicodramma catalano scagli la prima pietra.

Non sono senza peccato gli indipendentisti che hanno promosso una consultazione popolare fasulla sapendo bene che essa non aveva nessun valore legale come non lo avrebbe avuto la dichiarazione di indipendenza e la proclamazione della “repubblica”.

Non è senza peccato il governo minoritario di Rajoy il cui partito è all’origine di tutto lo psicodramma quando – per delegittimare il governo socialista di Zapatero – obbligò nel 2006 i giudici del Tribunale costituzionale ad annullare quel capolavoro di saggezza politica dello “statuto dell’autonomia catalana” fermamente voluto da Pasqual Maragall prima di cadere nel pozzo senza fondo di una dolorosa malattia.

Non sono senza peccato i socialisti del PSOE che, per paura delle urne, hanno consentito al governo Rajoy – coinvolto in innumerevoli scandali di corruzione – di riprendere il potere e continuano a tenerlo in vita con l’astensione “costruttiva” avendo rieletto alla segreteria Pedro Sanchez che ha pur vinto le primarie facendo dell’opposizione a Rajoy il suo cavallo di battaglia.

Non sono infine senza peccato i dirigenti di Podemos che, dopo aver oscillato paurosamente fra simpatie secessioniste e lealismo costituzionale, sono ora rovinosamente attratti dal vortice anticapitalista di un partito di lotta e non più di un – eventuale – governo avendo impedito al PSOE di sperimentare in Spagna il modello di successo del governo socialista portoghese.

Tutti sanno che l’appello all’Unione europea – in cui prevale la dimensione confederale su quella federale – s’infrange contro la volontà pervicace degli Stati di salvaguardare il loro potere: non a caso il Trattato di Lisbona all’art. 4 – innovando (si fa per dire) rispetto al Trattato di Maastricht – precisa che l’Unione “rispetta le funzioni essenziali dello Stato, in particolare quelle che hanno per oggetto di garantire la sua integrità territoriale, di mantenere l’ordine pubblico e di salvaguardare la sicurezza nazionale”.

Ad abundantiam, l’art. 2 TUE consacrato ai valori non parla di diritti collettivi delle minoranze ma di “diritti delle persone appartenenti a delle minoranze” com’era stato chiesto dal governo ungherese per proteggere i tre milioni e mezzo di ungheresi che vivono nei paesi vicini (Croazia, Romania, Serbia, Slovacchia, Slovenia e Ucraina) anche se, in violazione del trattato, le minoranze russe nei paesi baltici sono spesso discriminate.

Essendo esclusa la possibilità di un intervento del Consiglio o della Commissione e poiché la Corte non è competente a esaminare casi di violazione individuale di diritti fondamentali essendo stato precluso nel Trattato di Lisbona il recurso de amparo spagnolo o il Bundesvrerfassungsbeschwerde tedesco, l’unica strada percorribile sarebbe quella di creare nel Parlamento europeo – a richiesta di un quarto dei suoi membri – una commissione di inchiesta temporanea sulla base dell’art. 226 TFUE per esaminare se ci siano state violazioni del diritto dell’Unione mentre appare impraticabile la via indicata dall’art. 7 che parla di “rischio chiaro di violazione grave da parte di uno Stato dei valori” dell’Unione, una via che non è stata intrapresa nemmeno per la Polonia o l’Ungheria.

La commissione di inchiesta potrebbe essere il luogo dove tentare di far dialogare fra loro e con i deputati europei gli attori dello psicodramma catalano con l’obiettivo di suggerire alla Commissione europea un “atto dell’Unione” sulla base dell’art. 225 TFUE.
Le forze politiche spagnole e catalane sono state dunque incapaci di uscire dalla situazione in cui si sono cacciate in questi anni. Per questo motivo il Movimento europeo chiede che la parola venga restituita ai cittadini e ha deciso di indire per il 17 dicembre a Barcellona una manifestazione popolare con lo slogan “Una Spagna federale in un’Europa federale”.