Il monopolio della SIAE
una storia poco edificante

Il dibattito sul monopolio della Siae torna a ondate sempre più frequenti e con toni sempre più polemici (in particolare per la recente controversia tra Siae e Sky), ma si può dubitare che al di fuori delle cerchie degli specialisti se ne colga il senso. Può essere che molti ritengano che si tratti di una discussione se sia giusto pagare i diritti d’autore oppure no, e questo del resto sembra essere il risultato della retorica della dirigenza Siae e del suo identificarsi col diritto d’autore: secondo questa retorica, chi è “contro” la Siae (contro il suo monopolio) è contro il diritto d’autore, punto e basta. A ogni attacco contro il monopolio Siae si appresta una nuova raccolta di firme di autori di grande fama, che sottoscrivono appelli per la giusta difesa del diritto d’autore contro chi vorrebbe smantellarlo. Mezzi leciti, più delle dichiarazioni adirate e delle polemiche sopra le righe, ma che non colgono il segno. Ci si può domandare, tra l’altro, se quei firmatari prestigiosi capiscano quale sia la vera posta in gioco.

La posta in gioco, appunto, è il monopolio – o un oligopolio modellato secondo gli interessi della Siae – cioè l’affermazione che “l’attività di intermediario, comunque attuata, sotto ogni forma diretta o indiretta di intervento, mediazione, mandato, rappresentanza ed anche di cessione per l’esercizio dei diritti di rappresentazione, di esecuzione, di recitazione, di radiodiffusione ivi compresa la comunicazione al pubblico via satellite e di riproduzione meccanica e cinematografica di opere tutelate, è riservata in via esclusiva alla Società italiana degli autori ed editori (S.I.A.E.) ed agli altri organismi di gestione collettiva di cui al decreto legislativo 15 marzo 2017, n. 35.” (articolo 180 della legge 22 aprile 1941, n. 633, nell’ultimo aggiornamento del 6 dicembre 2017). Gli “altri organismi di gestione collettiva” sono definiti sul modello della Siae, con requisiti stringenti, nel decreto legislativo n. 35 citato alla fine, che porta le firme degli onorevoli Gentiloni, Franceschini, Alfano, Orlando, Padoan. Il decreto aveva lo scopo di adeguare la legge italiana a una direttiva europea del 26 febbraio 2014, la cosiddetta direttiva Barnier, che diceva: “I servizi di gestione collettiva di diritti d’autore e di diritti connessi dovrebbero consentire a un titolare dei diritti di poter scegliere liberamente l’organismo di gestione collettiva cui affidare la gestione dei suoi diritti (…), a condizione che l’organismo di gestione collettiva che il titolare dei diritti desidera scegliere già gestisca tali diritti o categorie di diritti.” La libertà di scelta perseguita dalla direttiva europea era incompatibile col monopolio Siae, sancito dalla legge italiana in tutte le formulazioni precedenti il decreto del 2017, compresa la prima stesura del 1941.

Tutto a posto, quindi? Vediamo. Il decreto stabilisce una distinzione fra “organismi di gestione collettiva”, detenuti e controllati dai propri membri e che non perseguono fini di lucro, ed “entità di gestione indipendente”, che non sono detenute né controllate, direttamente o indirettamente, integralmente o in parte, dai titolari dei diritti, e perseguono fini di lucro. Nel seguito del decreto si indica esplicitamente che i titolari di diritti possono rivolgersi indistintamente agli “organismi” o alle “entità”: “I titolari dei diritti possono affidare ad un organismo di gestione collettiva o a un’entità di gestione indipendente di loro scelta la gestione dei loro diritti, delle relative categorie o dei tipi di opere e degli altri materiali protetti per i territori da essi indicati, indipendentemente dallo Stato dell’Unione europea di nazionalità, di residenza o di stabilimento dell’organismo di gestione collettiva, dell’entità di gestione indipendente o del titolare dei diritti…” Ma, man mano che si va avanti, il testo del decreto non fa più cenno alle “entità”, entrando invece nei minimi dettagli della struttura e degli organi che gli “organismi” (ai quali viene equiparata la stessa Siae) devono avere. Il colpo di scena però arriva se si torna a quelle righe dell’articolo 180 (modificato) della legge sul diritto d’autore, dove sono nominati soltanto la Siae e gli organismi di gestione collettiva. Non c’è una contraddizione? Il decreto 35 dice che i titolari dei diritti possono rivolgersi a diversi tipi di organismi ed entità, ma poi la legge indica che solo alla Siae e agli organismi di gestione collettiva (non a quelle “entità”) è riservata “ogni attività di intermediario” (eccetera). In sostanza, gli enti che non sono detenuti né controllati, direttamente o indirettamente, integralmente o in parte, dai titolari dei diritti e che perseguono fini di lucro sono esclusi. In effetti, è il decreto fiscale 148/2017 collegato alla legge di stabilità del 2017 ad aver modificato il testo dell’articolo 180 e del decreto 35, facendo in modo che le società con fini di lucro non possano svolgere direttamente attività di intermediazione, se non nel quadro di accordi intersocietari di rappresentanza. A suo tempo è stato osservato che l’insieme di questi provvedimenti (il decreto 35, il decreto fiscale, il riferimento nell’articolo 180 modificato) configurino un caso di legge contra personam, o meglio, contra societatem, concepita per escludere dalla competizione Soundreef, la società (a scopo di lucro) che più si era segnalata nella raccolta alternativa di mandati di intermediazione per un certo numero di autori italiani di un certo nome (Fedez, Gigi D’Alessio, Rovazzi), oltre a migliaia di altri. Soundreef (una società fondata da italiani, ma basata a Londra) ha a sua volta aggirato la legge “all’italiana”, promuovendo la creazione di un’associazione no-profit, la LEA, che rappresenta gli autori ed editori che hanno dato mandato a Soundreef, raccogliendo per loro i diritti in Italia, in conformità con le leggi.

Preso atto di questo, sostenere che i decreti del 2017 abbiano risolto la questione del monopolio è piuttosto ardito, e le reazioni della Siae alla decisione di Sky di sospendere i pagamenti in attesa di un chiarimento appaiono sopra le righe, non solo nel tono (“mentono sapendo di mentire”) ma anche nella sostanza. Per comprenderlo occorre andare a leggere il testo originale della legge sul diritto d’autore, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 166 del 16 luglio 1941 (si trova anche questo online), firmato da Mussolini, Pavolini, Ciano, Grandi e altri. Lì, all’articolo 180, l’attività di intermediario, eccetera, è riservata in via esclusiva all’Ente italiano per il diritto d’autore (E.I.D.A.). Più avanti, all’articolo 204, si stabilisce che Eida è il nuovo nome della (preesistente) Siae. Non ci sono, in tutto il testo della legge, altri riferimenti all’Eida o alla Siae. Neanche uno. Se in seguito si fosse voluta estendere ad altri enti l’esclusiva per l’Eida-Siae, sarebbe bastato modificare il solo articolo 180. Che è quello che, in apparenza, il decreto Gentiloni, Franceschini e altri (combinato col decreto fiscale di fine anno) avrebbe fatto nel 2017. Ma andiamo a leggere, invece, il testo attualmente in vigore della legge sul diritto d’autore, così come è stato trasformato dall’attività legislativa dei quasi ottant’anni che sono passati dalla prima stesura. Lì il nome della Siae compare quarantasette volte (se non ho sbagliato a contare): si può supporre che ogni volta che il testo originale è stato emendato, il nome della Siae sia stato introdotto. Uno studio approfondito del testo e della storia delle modifiche potrebbe spiegare in dettaglio le ragioni e le modalità in base alle quali il nome e il ruolo della Siae si siano progressivamente intrufolati e radicati, si immagina a partire da suggerimenti della Siae stessa e grazie all’occhio benevolo dei legislatori. Il fatto è che la legge 633, ormai, più che una legge sul diritto d’autore (com’era all’origine), è diventata una legge sulla Siae, sui suoi compiti, sulle sue esclusive: dire che si è andati incontro alla direttiva europea solo perché si è previsto che altri soggetti, in tutto e per tutto modellati sulla Siae, possano esercitare alcune delle sue prerogative, ma senza toccare quelle parti del testo che nominano esplicitamente la Siae, può funzionare in un mondo in cui le direttive comunitarie sono considerate come delle noie da sistemare aggirandole (o prendendole in giro, che forse è più esatto), non nell’Europa che vorremmo. Dovrebbero essere gli stessi dirigenti della Siae a sollecitare che questo non avvenga più.