Il mondo post-virus?
Un piano inclinato
verso una crisi globale

Calo del ruolo degli Stati Uniti, stop al processo d’integrazione dell’Unione Europea, crescente anarchia internazionale con l’indebolimento degli stati e il collasso della cooperazione globale, recessione democratica, esplosione del debito nei Paesi poveri. E’ lo scenario dinamico che si prospetta per i prossimi anni anche come effetto della pandemia di coronavirus. A prospettarlo è Richard Haass, presidente del Council of Foreign Relations e uno dei massimi esperti Usa di politica estera. Tendenze, avverte lo studioso nel suo ultimo articolo su Foreign Affairs, che segneranno un’accelerazione, anche se è improbabile che il mondo post-coronavirus sia radicalmente diverso da quello che lo ha preceduto.

Diminuisce l’influenza degli Usa nel mondo

coronavirusLa diminuzione dell’influenza di Washington è il punto di partenza del ragionamento. Gli Stati Uniti hanno evitato di organizzare una risposta internazionale ai contraccolpi economici e sanitari della pandemia e di guidare il resto del mondo con il loro esempio. Ma la tendenza era in atto da tempo, anche per la contestuale crescita del peso della Cina.

Se Barack Obama in politica estera aveva intrapreso un parziale disimpegno Usa dagli scenari dell’Afghanistan e del Medio Oriente, il presidente Trump ha proseguito l’opera con la Siria e, soprattutto, ha mostrato scarso interesse in alleanze come la Nato o in un ruolo di guida su temi transnazionali. Se implicita, nello slogan di Trump, è la tesi che molto di ciò che gli Usa fanno nel mondo è inutile e scollegato al benessere interno è molto probabile che la pandemia rafforzi tale visione isolazionista in molti americani, malgrado le evidenze contrarie.
La sfida globale rappresentata dalla pandemia, e veniamo alla seconda tendenza in atto, evidenzia la totale assenza di una risposta internazionale con un ruolo pressoché irrilevante dell’Organizzazione Mondiale della Sanità e delle altre organizzazioni.

Le principali risposte sono state nazionali o regionali e, una volta che la crisi sarà passata, l’enfasi sarà necessariamente spostata sulle riprese a livello nazionale. Secondo Haass un motivo di pessimismo, in questa chiave, risiede nel costante deterioramento delle relazioni tra Usa e Cina che trova nella pandemia un ulteriore motivo di frizione a causa del tentativo di Pechino di presentarsi come un modello di successo nell’affrontare la crisi approfittando dell’occasione per espandere la propria influenza.

Sfida globale, crisi globale

I contraccolpi non mancheranno di farsi sentire anche a livello economico: se era già in atto, a livello commerciale, l’idea di sganciare l’economia degli Stati uniti da quella cinese per evitarne un’eccessiva dipendenza, l’attuale crisi porterà anche a voler interrompere le catene del valore globali per l’ambizione di stimolare la produzione nazionale di beni considerati strategici.
Anche la democrazia a livello globale accelererà un processo di arretramento in atto ormai da 15 anni. Da un lato la resistenza di gran parte del mondo sviluppato ad accettare un largo numero di immigrati e di rifugiati è destinata ad acuirsi dopo la pandemia, non solo per ragioni sanitarie ma anche per il forte aumento della disoccupazione in atto nei paesi ricchi. Dall’altro la pandemia indebolirà ulteriormente molti stati con un aumento del debito a causa di crescenti spese sanitarie e di sostegno ai disoccupati.

Contraccolpi negativi  in India, Brasile, Messico e Africa

stati unitiE’ tutto da dimostrare – sottolinea Haass – che il mondo ricco voglia tendere una mano a paesi poveri che non riescono più a far fronte ai loro impegni mentre già ora esiste un potenziale di contraccolpi negativi in Paesi importanti come India, Brasile, Messico e in tutta l’Africa. Consequenziale la richiesta di un maggior ruolo dei governi nella società su entrambi i fronti: ne faranno le spese in molti casi le libertà civili, che saranno trattate come un lusso che non ci si può permettere durante una crisi.

Un capitolo a parte lo merita l’Europa, dove la diffusione del coronavirus ha innescato risposte in gran parte nazionali dando ancora più risalto a una frenata nel processo di integrazione che era già in atto da tempo, come la Brexit ha dimostrato con chiarezza.
“Un mondo in disordine” era il titolo del saggio dato alle stampe da Richard Haass tre anni fa per descrivere uno scenario globale sempre più caratterizzato dalla rivalità tra superpotenze e dall’indebolimento degli stati, dalla crescita dei flussi migratori e da crescenti nazionalismi, in parallelo alla perdita d’influenza degli Stati Uniti. E ora? La risposta è pessimista.

Diminuirà ancora il ruolo degli Usa

Non è appropriato fare un parallelo con la situazione posteriore alla seconda guerra mondiale quando fu possibile instaurare un nuovo ordine internazionale che promuovesse pace, sviluppo e democrazia in gran parte del globo. E nemmeno una sconfitta di Donald Trump alle elezioni, secondo lo studioso, cambierebbe radicalmente lo scenario, visto che un ‘tradizionalista’ in politica estera come il probabile candidato democratico Joe Biden incontrerebbe comunque resistenze da parte del Congresso e dell’opinione pubblica a un ritorno a un ruolo espansionista del ruolo degli Usa nel mondo. Difficilmente – aggiunge – una politica statunitense volta a cercare il sostegno dell’opinione pubblica in chiave anti-cinese sarebbe adeguata ad affrontare sfide globali sempre più difficili.
Altro che scenario di ricostruzione post seconda guerra mondiale! Il precedente più rilevante da prendere in considerazione – avverte Haass – è quello del periodo successivo alla prima guerra mondiale, con un sempre minore ruolo americano e crescenti sconvolgimenti a livello internazionale.