Il mistero di Federico Caffè e le suggestioni di Sciascia e Rea

In questi giorni, dal 2 al 5 Maggio, si svolge a Pescara il 2° «Festival della letteratura del brivido» dal titolo «Pescara a luci gialle». Il programma prevede anche un Convegno internazionale di studi – «Codice giallo. Mutazioni e attualità della fiction nel mondo contemporaneo» – organizzato dal Dipartimento di Lingue, Letterature e Culture Moderne dell’Università  degli Studi Gabriele D’Annunzio.

Chi scrive, parteciperà al convegno in una sessione  sul ruolo del «giallo» e «dell’inchiesta» nell’opera di Leonardo Sciascia.   Claude Ambroise, ha osservato come il giallo  funzionasse per lui come il luogo di ricomposizione geometrica  dei fili stesi per leggere la realtà. A partire da una morte e dal suo impatto nel modificare un contesto  dato. Una morte raccontabile soltanto a partire da testi scritti: come ad esempio le lettere che ritroviamo nei romanzi degli  anni Sessanta o quelle  scritte da Aldo Moro durante il suo sequestro.

Proprio una carta scritta consente di compiere una «correlazione» che penso sarebbe piaciuta a Sciascia. Il programma del convegno annuncia che si svolgerà nell’Aula Magna  Federico Caffé: cioè il professore e studioso di economia, nato a Pescara nel 1914, misteriosamente scomparso a Roma il 15 aprile 1987.

Alla vicenda di Caffé, Ermanno Rea ha dedicato nel 1992 un libro importante, L’ultima lezione. Rea racconta come Caffé possedesse  nella sua biblioteca tutti  i  libri di Sciascia e come il fratello si accorse, pochi giorni dopo la disparizione, dell’assenza di un unico volume:  La scomparsa di Majorana uscito in prima edizione nel 1975 sempre da Einaudi. Come se Caffé avesse voluto, nel momento in cui si sottraeva al mondo, portare con sé l’inchiesta sciasciana su una scelta simile alla sua, quella del fisico Ettore Majorana, avvenuta nel 1938.

Cosa unisce le due vicende e i due libri ? Per Sciascia la vicenda di Majorana permetteva di riflettere sulla decisione di sottrarre al mondo tutto ciò che di pericoloso un individuo geniale era stato in grado di intuire grazie al suo talento: le ricerche di fisica nucleare e l’approdo alla bomba devastatrice. Un interrogarsi   angosciato cioè, sul rapporto tra scienza, tecnologia, politica e vita.

Il riferimento al volume scomparso dalla biblioteca di Caffé, è per Rea invece il punto di partenza per affrontare un’altra angoscia: un’angoscia «sociale».  Nel corso degli anni Ottanta, aveva combattuto una battaglia culturale, talvolta solitaria, contro il diffondersi del pensiero unico neo-liberista. Un articolo del 1982, «La solitudine del riformista», uscito su «Il Manifesto», andrebbe riletto con attenzione in questi giorni in cui si celebra il 1 Maggio. Caffé denunciava una regressione culturale mirata a colpire i principi fondamentali a cui aveva ispirato la sua attività di studioso: l’eguaglianza, il ruolo positivo dello Stato nel regolare il mercato. Gli sembrava, cioè,che si stesse diffondendo una marmellata culturale tesa, come scrisse Rea, «a celebrare gli interessi al posto delle idee». Un mondo, diventato incomprensibile, in cui l’esaltazione della finanza spingeva «una grande quantità di gente stupida, con una grande quantità di stupido denaro, alla ricerca di chi lo divori». Un mondo da cui   sottrarsi, dando un’ultima lezione di intellettuale rigoroso e coerente.

Negli stessi anni Ottanta, anche Sciascia aveva espresso un disagio simile:   verso un potere criminale sempre più potente – all’incrocio tra mafia, corruzione e finanza–senza più regole e che sfuggiva alla sua comprensione. L’espressione «la Sicilia come metafora» descriveva un mondo in cui regnava sfiducia verso la forza delle idee. Una visione disperata del processo storico da cui era nata un nuovo romanzo giallo, Il Cavaliere e la morte (1988), una critica feroce dell’Italia rampante di quel decennio. Un decennio da ripensare anche per cogliere le radici di molti problemi del presente.