Il Ministro della Paura
contro il giudice
galantuomo

Ieri mattina alle 7,22 Matteo Salvini – vicepremier, ministro dell’Interno e leader della Lega nazionalpopulista – era probabilmente impegnato nell’ennesimo selfie trucido. Intanto la Procura della Repubblica di Torino stava sferrando un colpo alla mafia nigeriana. Purtroppo Salvini in quel momento ha ricevuto dal capo della Polizia (così afferma… ammesso e non concesso che il suddetto capo potesse dirglielo con le indagini in corso) una notizia riservata sull’operazione torinese. Alle 8,57, sopraffatto dalla smania di esibizionismo, il ministro ha spifferato via Twitter che 15 mafiosi nigeriani erano appena stati fermati: come se avesse fatto il blitz personalmente. Peccato che gli arresti fossero ancora in corso: quindi ha messo in guardia parte di quei mafiosi.

Il vicepremier si è sentito Rambo contro i cattivi? Questa è l’ipotesi ottimistica. D’altra parte, ormai è noto che il vicepremier è affetto dalla sindrome camaleontica ben descritta nel film “Zelig” di Woody Allen: Leonard Zelig è vittima di una ignota malattia che si manifesta nella trasformazione psicosomatica dei tratti a seconda del contesto in cui egli si trova. Sempre ieri, infatti, abbiamo visto Salvini travestito da pompiere durante una cerimonia romana dei Vigili del fuoco; in altre occasioni simili ha indossato la divisa da poliziotto, da soldato, da manovratore di ruspe, eccetera.

Però stavolta ha dato davvero il peggio di sé, tanto più considerando il ruolo istituzionale che ricopre. Quel tweet ha scatenato uno scontro durissimo tra lui e il procuratore delle Repubblica di Torino, Armando Spataro. Quest’ultimo – dopo il tweet, subito ripreso dai media – ha spiegato al responsabile del Viminale di aver “messo a rischio un’operazione di polizia”. Spataro ha scritto in un comunicato: “La notizia in questione è intervenuta mentre l’operazione era (ed è) ancora in corso con conseguenti rischi di danni al buon esito della stessa… Nelle prime ore di questa mattina gli agenti della Squadra mobile di Torino erano impegnati nell’esecuzione di un’ordinanza di custodia cautelare contro un gruppo di nigeriani che stavano ricostituendo un ‘nido’ degli Eiye (“aquile”), cioè una ‘cellula’ di una delle ‘mafie’ africane da tempo insediate in Italia”. Il procuratore ha precisato: “La diffusione della notizia contraddice prassi e direttive… secondo cui gli organi di polizia giudiziaria… concordano contenuti, modalità e tempi della diffusione della notizie di interesse pubblico”. Infine: “Ci si augura che, per il futuro, il Ministro dell’Interno eviti comunicazioni simili a quella sopra richiamata o voglia quanto meno informarsi sulla relativa tempistica al fine di evitare rischi di danni alle indagini in corso, così rispettando le prerogative dei titolari dell’azione penale in ordine alla diffusione delle relative notizie”.

Questa lezione di stile istituzionale avrebbe potuto giustificare le scuse del ministro e magari pure un breve ritiro spirituale in qualche eremo dell’ex Padania. Invece no: Salvini ha subito replicato ovunque, online o offline, nel peggiore dei modi, da qualsiasi punto di vista. Ecco alcune perle: 1) – “Basta parole a sproposito. È inaccettabile dire che il ministro dell’Interno possa danneggiare indagini e compromettere arresti. Qualcuno farebbe meglio a pensare prima di aprire bocca. Se il procuratore capo a Torino è stanco, si ritiri dal lavoro: a Spataro auguro un futuro serenissimo da pensionato”.  2) – “Faccio il ministro dell’Interno da sei mesi e penso di farlo bene, guardando i risultati. Se a qualcuno non piace, che si candidi alle prossime elezioni, ma adesso lasciateci lavorare in pace”. 3) – “Questo procuratore tra 15 giorni va in pensione (evidentemente Salvini ha informatori solerti, ndr). … Buon lavoro a tutti i magistrati, a meno che qualcuno non voglia candidarsi alle elezioni”.

Un fattaccio simile, ma molto meno grave, era avvenuto nel 2014, quando al Viminale c’era Angelino Alfano che, nel giorno del fermo di Massimo Bossetti per l’omicidio di Yara Gambirasio, aveva annunciato l’operazione su Twitter. “Era intenzione della Procura mantenere il massimo riserbo”, disse il procuratore capo di Bergamo, Francesco Dettori. In quel caso, però, l’allora sospettato era già stato catturato. In questo caso, Salvini ha diffuso informazioni mentre l’operazione era in corso. Non è la prima frizione tra Spataro e Salvini. A luglio si confrontarono sulla questione dei migranti. Mentre lo scorso 25 ottobre Spataro aveva criticato il “decreto sicurezza”, sostenendo che potrebbe essere contrario alla Costituzione.

Fatto sta che ieri Salvini – alla faccia della divisione tra i poteri dello Stato – ha commesso due gravi errori: ha violato la riservatezza necessaria per garantire il successo di un’importante indagine e ha insultato a livello personale il procuratore capo. Tanto che anche il procuratore generale di Torino Francesco Saluzzo ha sostenuto la posizione di Spataro e ha aggiunto: “Ritengo le parole usate sgradevoli e inaccettabili per tono e contenuto, poco rispettose del procuratore Spataro e con toni di livello non altissimo”.

Armando Spataro

Non avendo l’obbligo dei toni formali usati dal procuratore generale, potremmo aggiungere  – come si usa dire in Sicilia – che ministro, prima di pronunciare il nome di Spataro, dovrebbe sciacquarsi la bocca con l’aceto. Non solo perché un uomo dello Stato ha il dovere di rispettare un altro uomo dello Stato, ma anche perché, oltre tutto, ha messo sotto tiro un magistrato che ha speso la vita, col rischio molto serio di perderla, per proteggere il Paese. È lo stesso Paese che il lumbar Salvini, da bravo leghista bossiano, fino a qualche anno fa avrebbe voluto frantumare per rendere indipendente la mitica Padania. Invece Spataro – classe 1948, tarantino di origine e milanese di adozione, ex segretario nazionale del Movimento per la Giustizia (corrente dell’Associazione nazionale magistrati) – ha sempre preferito proteggere l’Italia: prima esponendosi sul fronte della lotta al terrorismo, poi contro la cosche. Fu il primo ad arrivare nel luogo in cui a Milano, il 29 gennaio 1979, venne ucciso dai terroristi di Prima Linea il suo amico e collega Emilio Alessandrini, 36 anni, sostituto procuratore a Milano, impegnato contro l’eversione. L’anno dopo, il 19 marzo 1980, Prima Linea uccise un altro suo amico, il magistrato e docente di Criminologia Guido Galli, davanti a un’aula dell’Università Statale di Milano.

Il leghista però preferisce indicare Spataro come bersaglio e nemico. Non trova di meglio da fare che usare anche questa brutta storia per farsi propaganda sul web e in tv. È legittimo il sospetto che egli non abbia ben chiaro quale sia il suo ruolo e che forse non si sia neppure accorto di essere il ministro dell’Interno. Invece di dedicarsi alla difesa della legalità e garantire la sicurezza, rischia di mandare in fumo un’indagine, incoraggia le persone a farsi giustizia da sole (mentre spetterebbe al suo ministero salvaguardarle), incita al risentimento contro i migranti, priva del diritto d’asilo uomini, donne e bambini in fuga dalla guerra e dalla miseria, incoraggia la paura e l’artefatta sensazione di insicurezza, denigra ogni giorno altri rappresentanti dello Stato. Più che un ministro dell’Interno è un ministro al Bullismo, assatanato nella quotidiana esaltazione di una rabbia che in parte è cresciuta tra la gente a prescindere da lui, ma che lui infiamma con una liturgia consolidata: cavalca cinicamente ogni evento per alimentare una “cultura” avversaria di tutto, a suo uso e consumo.

Le sue esibizioni pubbliche e i suoi travestimenti possono fare sorridere. Tuttavia ogni giorno indica i nemici di cui pensa che il cosiddetto “popolo” possa avere bisogno, anche usando il ruolo e i mezzi di ministro e vicepremier. Ieri è toccato a Spataro. Per giunta, ha una particolare portata eversiva l’accusa rivolta a un magistrato (che non si è mai risparmiato nella lotta contro il terrorismo e le mafie) di intervenire per scopi politici. Insomma, c’è poco da ridere; semmai c’è molto su cui riflettere e tanto per cui allarmarsi.