Il MES, questo sconosciuto
Ecco che cos’è realmente
e perché non dobbiamo temerlo

Ammettiamolo, il MES (noto come Fondo salva Stati) non ha mai goduto, in Italia e non solo, di buona fama. La ragione è semplice. Essendo uno strumento finanziario vòlto a sanare situazioni di crisi e di insolvibilità, presuppone per i vari paesi la possibile ristrutturazione del debito pubblico. Ed essendo l’Italia uno dei paesi più indebitati al mondo (dopo Giappone e Grecia) è chiaro che il solo evocare questa possibilità susciti qui da noi diffidenza e anche preoccupazioni.

Ma sono giustificate queste preoccupazioni? Facciamo un passo indietro. La grande crisi finanziaria del 2008 colse tutto il mondo di sorpresa e anche in Europa si cercò subito di evitare il fallimento dei paesi che avevano le più forti esposizioni debitorie. La Grecia innanzitutto, ma non solo. C’erano l’Irlanda, il Portogallo, la Spagna, Cipro… e l’Italia.

Si varò nel 2010 un Fondo salva Stati provvisorio (EFSF), quello che poi si sarebbe evoluto, nel 2012, nel Meccanismo europeo di Stabilità (MES). I paesi citati prima dovettero fare tutti ricorso al MES, tranne il nostro che lo evitò grazie alla “cura Monti” (dal nome del presidente del Consiglio che, con qualche ragione, rivendicò il fatto di aver evitato l’arrivo della Trojka, composta da Commissione europea, BCE e FMI).

L’esperienza di Spagna e Portogallo

Ma questa è ormai storia. Si ricordi, però, che è proprio facendo ricorso al MES che paesi come la Spagna e il Portogallo hanno potuto superare la loro crisi finanziaria, restituire il prestito e rimettersi presto in carreggiata con buone perfomance economiche. Non fu invece il caso della Grecia, la quale fu vittima di riforme e imposizioni esterne draconiane (e però va considerato che quel paese era davvero con l’acqua alla gola). Il fatto è che in queste modalità di azione mancava uno spirito di solidarietà e di sincera disponibilità all’aiuto reciproco, quello che oggi ritroviamo interamente nel Next Generation EU.

Il MES è un organismo intergovernativo, una sorta di “banca” di cui fanno parte i 19 paesi dell’eurogruppo. Ha un capitale che supera i 700 miliardi, di cui 80 effettivamente versati (l’Italia vi partecipa con 14,3 miliardi, pari al 17.7 per cento). Si può discutere della sua democraticità (ma non dimentichiamo che si tratta di una banca), e però va considerato che sulle decisioni conseguenti a un eventuale ricorso ai suoi benefici c’è una garanzia che risiede nel fatto che a decidere, nel board, non sono dei tecnici, ma i ministri dell’Economia e delle Finanze dei 19 paesi. Inoltre, le decisioni debbono essere prese a maggioranza e, poiché, si vota con un sistema basato sulle quote di contribuzione, per l’Italia non sarebbe difficile creare una minoranza di blocco.

Dopo alcuni anni dalla sua creazione, nel 2018, si è cominciato a pensare (con la regia di Mario Draghi e della BCE) di riformare il MES, trasformandolo da mero Fondo salva Stati a strumento indispensabile per il completamento dell’Unione bancaria. Un obiettivo importante, questo, giacché solo quando sarà stato raggiunto potremo finalmente dire che alla moneta unica sarà affiancato un sistema che comincerà ad assomigliare a quello federale degli Stati Uniti.

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Foto di Gerd Altmann da Pixabay

Il MES riformato di cui si discute oggi servirà per le banche in caso di difficoltà (fondo unico di risoluzione per le banche), con l’anticipo al 2022 della creazione del backstop (diga): una sorta di assicurazione comune per evitare che l’eventuale fallimento di una banca – magari italiana – ricada sui risparmiatori. Questo schema necessita di un tassello finale, quello che comporta la condivisione dei rischi e quindi la possibilità di arrivare a uno schema comune europeo di garanzia dei depositi, noto come EDIS.

Tutto bene? Certamente no. L’impianto del MES rimane intergovernativo, sottratto quindi ai meccanismi comunitari. La Commissione, per esempio, svolge un ruolo importante, da tutor si potrebbe dire, ma non partecipa alle decisioni, e così anche il Parlamento europeo.

Rispetto alle preoccupazioni diffuse in Italia, tutta via, dovrebbe rassicurare il fatto che non ci sono automatismi per il ricorso al MES. E che il Patto di Stabilità (quello “stupido”, Prodi dixit) che potrebbe fare innescare le politiche di austerity è sospeso per tutto il 2022. Il che, sia detto per inciso, sta già permettendo all’Italia di fare, in un solo anno, 150 miliardi di debito pubblico.

Last but not least. Il MES sanitario, almeno questo speriamo che l’abbiano chiaro tutti (a parte i 5S), è una linea di credito per spese, dirette e indirette in questo campo. L’Italia avrebbe potuto utilizzarne, già da giugno di quest’anno, circa 36 miliardi a tassi d’interesse bassissimi, con un risparmio di 300/500 milioni annui rispetto a quanto paga per emettere nuovi BTP.

A questo proposito, fa specie apprendere, lo stesso giorno che il Ministro della Salute parla di un piano da 62 miliardi per una sanità riformata, che dal Piano nazionale di Recupero e Resilienza (PNRR), il cosiddetto Recovery Plan, si prevedono per investimenti nella sanità solo 9 miliardi. Una clamorosa contraddizione che può legittimamente far sospettare che neanche la pandemia permetterà di affrontare seriamente il problema di una tutela della salute dei cittadini italiani degna di altri paesi europei.

La conclusione di questa ricostruzione richiede un’ammissione esplicita. Come riassunto molto bene da Sergio Fabbrini (Sole 24 Ore del 6 dicembre). L’Europa sta affrontando le due Grande Crisi del XXI secolo con “due paradigmi diversi”. Quello intergovernativo (MES) e quello “federale” del Next Generation EU. E’ una dialettica aperta, che accompagna tutto il processo d’integrazione europea da 70 anni, ed è giusto auspicare che si possa progredire verso regole e procedure innestate nel solco della dimensione comunitaria. Ma si tratta di un processo che finalmente sta dando risultati incoraggianti e positivi.
L’evoluzione del MES, attraverso questa riforma, negoziata con grande perizia dal Ministro Gualtieri, è un passo nella direzione giusta. E siccome il 10 e 11 dicembre a Bruxelles la sfida principale è la rimozione del NO dei sovranisti polacchi e ungheresi al Next Generation EU, sarebbe davvero paradossale, riconfermare il veto italiano alla riforma del MES, negoziata e accettata dagli altri 26 paesi. Un veto, ricordiamolo, messo durante il governo Conte uno su richiesta della Lega di Salvini e dei 5S. Un veto che somiglierebbe molto a quello dei sovranisti.
Per tutte queste ragioni il Presidente del Consiglio ha bisogno di un mandato chiaro del Parlamento e non, come ancora si sente dire, andare a Bruxelles per “trattare” una riforma bloccata da due anni proprio dall’Italia.