Contro il Mes
Bechis trucca i numeri
delle terapie intensive

Se non lo avessi sentito con le mie proprie orecchie, non crederei mai che lo abbia detto davvero. Il direttore del Tempo, giornale di destra della capitale, per spiegare come e perché non bisogna prendere i soldi del MES, l’altra sera in uno dei tanti (troppi) talk show televisivi, ha sostenuto che anche nei giorni più caldi dell’emergenza, negli ospedali italiani c’erano molti posti liberi in terapia intensiva. Il che dimostrerebbe che non abbiamo bisogno di investimenti straordinari nelle strutture sanitarie perché bastano le risorse che abbiamo. E che, come si dice quando si vuole tagliar corto, i veri problemi sono “ben altri”.

Ben altri? Mi piacerebbe cercare negli archivi le trasmissioni che si facevano in quei giorni caldi, quando ci si chiedeva (Franco Bechis con gli altri) se fosse vero che i medici erano costretti a scegliere tra le persone da ricoverare quelle che avevano più chance di sopravvivere, sacrificando la vita dei più anziani e dei più deboli. Accadde davvero? È il dubbio più sconvolgente che ci porteremo dietro tra quelli che pesano sull’incubo che abbiamo vissuto. E da allora non sono passati anni, ma appena qualche settimana.

Non c’era bisogno di arrivare a una così assurda rimozione per mostrare come la discussione sul MES in Italia stia diventando sempre più grottesca. Non vogliamo entrarci qui ed ora. Vorremmo soltanto portare qualche piccolo briciola di esperienza che forse ci può aiutare a capire. La prendo da lontano: negli anni più difficili della crisi del debito, quando le finanze di casa nostra erano in grande sofferenza e l’Italia – si paventava – rischiava il default, a Berlino si diffuse una certa ostilità verso i nostri connazionali. Allora nella capitale tedesca le case costavano relativamente poco e molti italiani, e anche molti greci e molti spagnoli, le compravano come forma di investimento. A causa di questi acquisti, il mercato saliva e i prezzi aumentavano, anche per i berlinesi. A me capitò più volte di sentirmi dire: voi italiani chiedete interventi a sostegno delle vostre finanze e pretendete addirittura la messa in comune in Europa dei debiti, però poi venite qui a comprare appartamenti. Allora non è vero che siete tanto nei guai. Perché invece di comprare le nostre case non pensate a mettere voi stessi in ordine i vostri conti?

La Dolce Vita

Chi ragionava con tanta rozzezza, certo, aveva torto. Come i giornali che, sempre in quei tempi, ricamavano, dal Brennero in su, sulla “Dolce Vita” cui dal Brennero in giù ci si sarebbe dedicati tutti con mediterranea leggerezza. Non si tenevano in conto le differenze tra ricchezze e risparmi privati e stato delle finanze pubbliche, cui si guardava con occhi molto monetaristi e sappiamo tutti a che disastri abbia portato quel modo di guardare in fatto di imposizioni di discipline di bilancio e di politiche di austerity.

Per fortuna s’è cambiato registro, tanto a Berlino che a Bruxelles. Le cose si stavano muovendo anche prima della pandemia, ma non c’è dubbio che le nequizie del Coronavirus abbiano potentemente influito ad accelerare il cambiamento di rotta.

Però noi dobbiamo essere consapevoli del fatto che pure se il clima è cambiato c’è un’immagine degli “italiani che si comprano le case a Berlino” che ancora resiste nonostante tutti gli sforzi e tutti i sacrifici che gli italiani, anche quelli che la casa a Berlino l’hanno comprata davvero, hanno fatto virtuosamente negli ultimi anni. Fino al buon esempio regalato al mondo con la disciplina cui si sono assoggettati nelle settimane del lockdown.

Inaffidabilità

La querelle sul MES rischia proprio di rafforzare quell’immagine di inaffidabilità. Primo perché insinua il sospetto che le urgenze italiane non siano poi così drammatiche visto che qualcuno a Roma può pensare di risparmiarsi un prestito così vantaggioso, secondo perché testimonia una certa coazione della politica italiana a riproporsi con gli antichi vizi.

Perché il paese della Dolce Vita è uno stereotipo, certo. Ma come tutti gli stereotipi, si nutre di qualche fatto reale. Non li conosciamo benissimo, questi fatti, senza che ce li additino da fuori: da Vienna, da Stoccolma, da Helsinki, le capitali “frugali”? O da Berlino, Parigi o Bruxelles? Un’evasione fiscale letteralmente incomparabile con quella degli altri paesi europei; un’incapacità di spendere i fondi europei e quindi di fatto il loro sperpero; una burocrazia paralizzante; una colpevole debolezza nella programmazione economica: quella, per restare al punto, per cui, a tutt’oggi, l’Italia è l’unico paese dell’eurozona che non ha ancora presentato il piano nazionale delle riforme chiesto dalla Commissione. E – succede anche questo – in cui il presidente del Consiglio e il ministro degli Esteri ogni tanto se ne escono sostenendo che con i soldi europei si potrebbe abbassare le tasse, o almeno l’Iva. Aggiungiamoci una rissosità politica che scarica spesso sull’Europa e sui partner le beghe della politica interna e avremo un quadro non certo completo ma sufficiente a spiegare perché almeno quando è in gioco la nostra immagine di paese dovremmo stare molto ma molto attenti. I governanti, i politici, ma anche chi fa opinione e comunicazione. Anche il direttore del Tempo.