Le minacce del M5S
possono affondare
Mes e governo

Eccoci finiti in un mar dei Sargassi, dove poco si muove e il tempo vorrebbe perdere la sua fluidità: è il luogo “giusto” in cui il governo potrebbe rimetterci le penne, i Cinque Stelle potrebbero perdere il partito di Grillo e Casaleggio, diventando due modesti raggruppamenti di stelle, Berlusconi, a sua volta, potrebbe assistere all’esplosione dei resti delle sue ex-formidabili armate, Salvini arriverebbe a immaginare una ripresa della sua leadership nella destra d’opposizione, sempre nel caso la girandola off-shore di milioni di euro della Lega – che in questi giorni sta saldando più inchieste – non fornisca alla magistratura motivi sufficienti per rintracciare in quella giostra responsabilità dei piani alti di via Bellerio.

Grandi manovre per la fine del governo

Alla faccia della bonaccia dettata dal virus e dalle centinaia di bare che ogni giorno lasciano i nostri reparti di terapia intensiva. In altre parole, l’intero quadro politico italiano, maggioranza e opposizione, rischia di saltare mentre il Paese è stretto nella più terrificante crisi sanitaria, sociale ed economica della sua storia. Dato certo e non discutibile, la totale innocenza, rispetto a queste temute prospettive, della sinistra, Pd e Leu con Italia Viva. Cioè: stanno facendo tutto loro, soprattutto M5S e Berlusconi, in coda alla vicenda – questa sì, noiosissima – del Mes, il Meccanismo Europeo di Stabilità, organismo destinato ad operare nei casi di crisi finanziaria dei Paesi europei.

Conviene procedere in modo schematico, sennò ci si perde. È ben nota l’avversione dei Cinque Stelle nei confronti di quei 37 miliardi di euro, spendibili solo sul versante sanitario della crisi, che l’organismo comunitario potrebbe erogare a titolo di prestito quasi senza interessi allo Stato italiano. Bene: il ministro Gualtieri, con in tasca il sì della componente Cinque Stelle di governo e assieme ai ministri della finanze del continente, ha dato il suo voto all’approvazione della riforma del Mes. Ma son due cose diverse: non si parla, in questo caso, dei soldi destinati alla sanità, ma soprattutto di un ombrello che dovrebbe proteggere gli istituti bancari – dalla cui “salute” dipendiamo moltissimo, piaccia o non piaccia – da venti di crisi acute, dando maggiore solidità e unitarietà e sicurezza all’azione di governo dell’Europa e alle sue contrade. Con quei 37 miliardi che i Cinque Stelle hanno fin qui visto come il demonio, il voto di Gualtieri c’entra nulla, eppure eccoli frangersi in mille schizzi come onda sulla riva. Non fosse che il 9 dicembre il Senato dovrà esprimersi per convalidare il voto del governo sulla riforma del Mes e ad ora non si sa se la nave andrà in porto. Per non parlare delle conseguenze e delle ripercussioni di un eventuale fallimento del “sì” sull’intero panorama europeo. Uno scenario da grandi manovre per chiunque punti adesso sulla fine del governo più che su una soluzione senza traumi supplementari della crisi sanitaria e finanziaria.

Il “compagno” Di Battista

In questo stringente frattempo, le “contraddizioni interne” del M5S, si diceva una volta, stanno esplodendo: da un lato, c’è chi transige sulla riforma del Mes annunciando allo stesso tempo un muro invalicabile per impedire che i 37 miliardi per la sanità passino, mentre dall’altra ecco chi il muro intende tirarlo su in anticipo, il 9 dicembre, e stracciandosi le vesti, come di fronte ad una sconcezza che i loro compagni di partito, filogovernativi, avrebbero commesso. Così, almeno, seguendo i commenti dei militanti che in passato hanno buttato giù rospi enormi senza battere ciglia e ora si muovono come vergini ai quali hanno strappato il velo.

In più, l’esagerata teatralità mostrata dai “critici” Cinque Stelle nel costruire un altare ad una verginità che non hanno mai avuto, può suggerire che si arrivi a queste parole “definitive” in base ad un piano ben registrato nei modi e nei tempi. Improvvisamente, ecco comparire il testo di una lettera arrabbiata e ultimativa sottoscritta da 17 senatori e 52 deputati stellati e indirizzata a Vito Crimi, il reggente. Si dicono pronti a bloccare il Parlamento pur di impedire il voto, anche se postillano che la cosa non dovrebbe interessare la solidità del governo ma nessuno ci crede, anche perché si sta liquefacendo prima la solidità proprio dei Cinque Stelle. Si ha, piuttosto, la percezione che si sia deciso che fosse questo il momento di spaccare almeno in due il “Movimento” infilando il governo in un nodo scorsoio e offrendo un enorme favore a Salvini, che male non fa. Con ogni evidenza, in sala di regìa, il “compagno” Di Battista – c’è stato un tempo in cui in molti si sarebbero dati fuoco per sostenere che si trattava di uno davvero di sinistra. Per conto dell’amareggiato Casaleggio, sta con ogni evidenza operando per dislocare altrove, con altri obiettivi, ciò che della barca cinque stelle resterà a galla dopo la grande frattura.

Anche qui in altre parole: a Di Battista – per il quale la riforma del Mes “peggiora uno strumento obsoleto e dannoso” – piace più Salvini di Di Maio. Ma non conviene buttarla in caciara e colore, si stanno giocando molte partite decisive dall’esito delle quali dipenderà troppo della nostre esistenze. Dalla parte di Di Battista, tra i più noti, l’ineffabile Toninelli, la pasionaria Lezzi, Elio Lannutti, Mattia Crucioli. Intanto, Di Maio prova a parare i colpi e pone questioni di coerenza europeista mentre accetta che si dica maluccio della riforma Mes. E Crimi, tra i filogovernativi, annuncia che magari si voterà a favore della riforma ma i 37 miliardi della sanità non verranno mai in Italia, col che si prende atto del fatto che sulla carta si possono usare quei soldi per acquietare le contraddizioni dei Cinque Stelle ma mai per dare una mano al sistema sanitario nazionale molto vicino al collasso con tremende conseguenze per i cittadini.

Lo stato del centro-destra

È un’etica potente quella che sta venendo a galla in casa grillina, molto berlusconiana, in verità. Infatti, Berlusconi entra in gioco alla sua maniera, animato da stagionato cinismo e smentendo in una battuta ciò che per settimane aveva manifestato in favore di una soluzione collegiale – maggioranza e opposizione opportunamente coinvolta – della crisi, fa sapere che anche lui non voterà la riforma del Mes. Qui si può anche ridere, brevemente. Il bello è che questo voltafaccia procura anche al padrone di Forza Italia qualche malanno perché alcuni parlamentari non condividono la retromarcia e nemmeno la materia su cui si fonda, e anche qui tira vento scissionista, ma ‘ndo vai se Berlusconi che paga e protegge non ce l’hai? È lampante che con la mossa di Berlusconi si rinsaldi il fronte del centro-destra, esattamente come aveva inteso fare Salvini proponendo l’altro giorno una sorta di “Magna carta” dei fratelli federati de noantri. Ma lui è uno che si muove accortamente: se ha compiuto questo passo vuol dire che in queste ore gli hanno garantito la fine imminente del centro-sinistra, o almeno l’inizio del suo tramonto e a che servirebbe reggere il moccolo di una squadra che sta per sfracellarsi? A niente, come la coerenza, la fiducia, la lealtà: una vita fin qui dura gli ha forgiato quel letale cinismo per cui resterà nella storia dei cattivi. L’altro “cattivo” sta anche peggio: procure liguri e milanesi stanno lavorando alle inchieste su quei 49 milioni di danaro pubblico spariti dai forzieri della Lega, questa volta sulla base di nuove rivelazioni e testimonianze che fanno vedere, intanto, l’arte della fuga messa in campo da una parte di quella massa di denaro, sfiorando tutto il sottobosco internazionale del riciclaggio. Non è cosa che possa passare addentando un tramezzino triplo. E Salvini lo sa.

Infine, va messa nel conto la ripulsa manifestata da una parte dei 5 stelle nei confronti dello strumento di legge che dovrà sostituire, con altro senso dell’umanità, la barbarie dei decreti sicurezza introdotti dal primo governo Conte. Ci tengono ancora, e non è solo una questione di immagine (è molto farina del loro sacco quando coabitavano con la Lega), piace a questi “né di destra né di sinistra” quella barbarie e non si interrompe un’emozione.