Il marxista eretico Lelio Basso e il socialismo
come democrazia più avanzata

Teorico, costituente, uomo di partito, attivista dei diritti umani. Lelio Basso, ricordato recentemente alla Fondazione “Filiberto Menna” di Salerno dai suoi biografi Maria Chiara Giorgi e Giancarlo Monina, dallo storico Gianni Cerchia e dal filosofo Giuseppe Cacciatore, è stata una delle personalità più complesse e poliedriche della storia della sinistra italiana. Ma è arbitrario sezionarne per compartimenti stagni l’impegno pubblico, sviluppatosi lungo un arco temporale che ha abbracciato tutti i momenti cruciali e i tornanti più accidentati del XX secolo. Oggi Lelio Basso accuserebbe, con qualche ragione, di crimini contro l’umanità Salvini, Trump e quelli come loro. E sarebbe in prima fila, coerente con la lucida impostazione luxemburghiana, nella lotta per capovolgere un modello di sviluppo perverso. Che dopo aver reso strutturale la funzione ancillare dell’economia rispetto alla finanza ha prodotto masse enormi di diseredati. Spinti dalla disperazione a bussare alle porte dell’Occidente, un tempo ricco e industrializzato e oggi solo terrorizzato per effetto della propaganda sovranista e razzista.

L’autorevolezza per formulare l’accusa discenderebbe da un’esemplare biografia, culturale e politica. In cui la dimensione della riflessione teorica è stata assorbente di tutto il restoRilasciando di volta in volta le idee, le intuizioni, i valori che hanno permeato il fervido attivismo del dirigente politico e del costituente e giurista, membro del Comitato nazionale di solidarietà democratica, l’associazione che nel Dopoguerra aveva riunito giuristi, avvocati, personalità della politica e della cultura per la difesa legale e l’assistenza morale nei processi intentati dalla magistratura contro gli ex partigiani e contro gli imputati di reati commessi nel corso delle lotte sociali, politiche o sindacali. Ma soprattutto, nella parte finale di una straordinaria esistenza, del presidente del Tribunale Russel II sui crimini commessi dagli americani in Vietnam e più in generale sugli orrori causati dai neocolonialismi e dagli imperialismi di qualsiasi colore politico della seconda parte del Novecento. Le “rosse” Urss, Cina e Cuba comprese: verrebbe da ricordarlo ai sostenitori dei diritti umani a corrente alternata di oggi, che sono mobilitati in permanenza sul Venezuela, ma si girano dall’altra parte di fronte alla chiusura dei porti, i respingimenti in mare, le deportazioni dei migranti dai centri d’accoglienza.

Basso fu stroncato da un infarto il 16 dicembre del 1978. In quella stessa data, in Campidoglio, era programmata una cerimonia in suo onore per festeggiare il 75esimo compleanno che sarebbe caduto il giorno di Natale. Prima di morire aveva rilasciato una lunga intervista all’Avanti!, pubblicata postuma, che si trasformò in una sorta di testamento morale, politico e ideologico. Il profilo che ne usciva era quello di un appassionato militante, perfettamente calato nella realtà del suo tempo, il crepuscolo dei terribili Settanta. Da quel particolare angolo di visuale egli guardava al mezzo secolo abbondante che aveva alle spalle: la sua adesione al Psi rimontava al 1921, a 18 anni. Psi e non Pci “perché – raccontava – già allora ero convinto che fosse inapplicabile in occidente il modello leniniano di rivoluzione, anche se ammette che in quel primo dopoguerra, fino al ‘21 in Italia e al ‘23 in Germania, la crisi in atto potesse giustificare le speranze. Ma subito dopo risultò chiaro, e in questo fu determinante lelaborazione di Rosa Luxemburg, che la rivoluzione in occidente sarebbe stata di tipo totalmente diverso”. In questa premessa c’era il nodo teorico che lo aveva appassionato e spinto a studiare tutta la vita, e che aveva fatto di lui il “marxista eretico” guardato con sospetto sia dai comunisti, sia dai suoi stessi compagni di partito. “Storia di Lelio Basso reprobo”, avrebbe mirabilmente sintetizzato con ironia e arguzia tutte napoletane un bassiano degli inizi, Francesco De Martino.

Nell’intervista uscita postuma sul quotidiano socialista, Basso uscito nel 1964 dal partito con la scissione del Psiup – rimarcava provocatoriamente la propria eresia. Rivisitando tutta la vicenda della sinistra novecentesca con un giudizio, questo sì definitivo, che era storico e ideologico al tempo stesso: “Io credo che il pensiero di Marx non sia stato scoperto a fondo dai partiti. Sto preparando un convegno su Engels proprio perché ritengo che da lì inizi la deformazione di Marx, con l’Antiduhring, poi viene Kautsky: il marxismo della socialdemocrazia tedesca è quello di Kautsky, non è già più marxismo. Lenin lo deforma ulteriormente, prendendo a sua volta da Kautsky. I partiti della Seconda e della Terza Internazionale, in realtà, non si sono cimentati con il pensiero di Marx. Occorre tornare alle origini. E in questa opera quelli che ci possono aiutare di più a capire sono Rosa Luxemburg e Antonio Gramsci”.  Il socialismo, insomma, concepito come la forma di democrazia più avanzata: una visione che rifiutava il compromesso socialdemocratico e denunciava senza mezzi termini, attraverso una lettura e un’interpretazione scrupolose dei due giganti degli anni Venti, la deriva burocratica e autoritaria del modello sovietico. D’altronde, già nel ’56, dopo Budapest e il XX Congresso del Pcus, in una lettera a Nenni (con cui intrattenne una fitta corrispondenza per oltre quarant’anni) aveva scritto: “Sono completamente d’accordo con te: oggi dopo l’esperienza sovietica l’espressione dittatura del proletariato è da abbandonare perché gli stati d’animo ch’essa evoca sono quelli connessi alle vicende della dittatura staliniana e non certo quelli connessi alle analisi marxiste”. Molto realista e per niente liquidatorio il giudizio sul leninismo: “Io credo che sia ancora oggi valido per i paesi non sviluppati. Una società precapitalistica ha veramente un potere centrale da conquistare. Quindi un partito fatto di rivoluzionari professionali, inquadrati quasi militarmente che si preparano per l’assalto al potere e poi dall’alto cercano di costruire il socialismo può essere in questi casi una formula valida. Nelle società sviluppate non può esistere”.  

Al netto delle inevitabili aporie che una ricerca tanto tormentata ineluttabilmente generava, egli non si era mai discostato dall’impostazione ribadita con forza ancora prima di morire. Essa lo aveva guidato nella scrittura dell’articolo 3 della Carta (mentre il contributo determinante alla scrittura del 49 testimoniava la convinta adesione ideologica, morale e politica alla dialettica democratica in antitesi alla teoria del partito unico e del partito-Stato). Ma l’aveva anche spinto a diventare uno dei protagonisti, su scala internazionale, della lotta per la democrazia e il riconoscimento dei diritti umani in ogni parte del mondo. Dalla Santiago di Augusto Pinochet alla Buenos Aires dei generali, all’Avana di Castro, alla Mosca di Breznev. Nel ’68, quando già il suo impegno nel Psiup e sullo scacchiere italiano andava calando, aveva assunto una durissima posizione di condanna della repressione a Praga e delle politiche imperialistiche sovietiche. E appena pochi giorni prima di morire aveva presieduto una tavola rotonda sull’Eritrea,durante la quale aveva denunciato in genocidio in atto, accusando Urss e Cuba. A maggio del ’79 avrebbe dovuto presiederne un’altra ad Algeri su come la tecnologia, già 40 anni fa, veniva usata dall’Occidente come forma di dominio sui paesi del Terzo Mondo.

Sul questa straordinaria modernità si fonda il suo lascito più importante. La sua analisi e la critica della globalizzazionetravalicano l’angusto perimetro del Novecento e arrivano ai nostri giorni. Rilanciarle a 40 anni dalla morte significa, quindi, irrorare le sfide del presente. Alimentando, per usare le sue stesse parole, quella “rivoluzione di lungo periodo che si realizza nella società civile, nei rapporti umani, nei valori e nella coscienza dell’uomo”, avente come obiettivo la costruzione di un mondo più libero e più giusto.