Il Manifesto della Speranza del Labour per la Gran Bretagna

Una campagna e un’elezione di quelle che capitano una volta nella vita. Il Regno Unito va al voto del 12 Dicembre per decidere le sorti della Brexit e del suo futuro, nel clima aspro di un paese esasperato da 10 anni di austerity e oltre 3 di caos Brexit.

Da una parte i conservatori del premier Johnson con un unico, martellante messaggio: get Brexit done. Una rauca litania per trovare una maggioranza a sostegno dell’accordo siglato nel Consiglio Europeo di Ottobre, una super hard Brexit che punta a deregolamentare il Regno Unito sacrificando diritti dei lavoratori e ambientali per integrarsi nell’orbita degli Stati Uniti. Dall’altra il Labour Party di Jeremy Corbyn che lotta invece per tenere la Gran Bretagna ancorata all’Europa con un nuovo referendum da tenersi entro 6 mesi per permettere ai cittadini di avere l’ultima parola tra una soft Brexit progressiva e la membership piena di una UE che ha bisogno di “una nuova direzione politica” e nella quale il Labour è pronto a “guidare il percorso che porta al cambiamento” come recita il Manifesto lanciato giovedì a Birmingham.

Presentato come “il Manifesto della speranza”, il documento espande significativamente il Manifesto del 2017 che galvanizzò la base al punto da avviare una rimonta di oltre 20 punti percentuali sui conservatori. Si tratta di un manifesto radicale, moderno e trasformativo. Include il più grande programma di investimenti su larga scala dei tempi moderni, la definitiva fine dell’austerity e una completa trasformazione del sistema economico, sociale e istituzionale del Regno.

Le misure indicate nel Manifesto, i cui costi sono discussi nelle dettagliate tabelle allegate, poggia nella parte degli aumenti di spesa corrente su una politica fiscale fortemente redistributiva che prevede un aumento delle tasse sui profitti aziendali (che saliranno gradualmente dal 15% al 26%) e sul 5% più ricco della popolazione  (chi guadagna più di 80 mila sterline l’anno pagherà il 5% di tasse in più) mentre gli investimenti sono a debito, secondo l’autoimposta regola di credibilità fiscale voluta da John McDonnell.

Una rivoluzione industriale verde

È il centro di una potente narrazione sulla risposta alla crisi climatica. Trecento anni dopo la rivoluzione che portò la Gran Bretagna e il mondo nel Capitalismo, il Labour propone una politica industriale capace di rendere sostenibile il sistema economico, a partire da energia e trasporti. Una tassazione delle grandi aziende produttrici di combustibili fossili unita a un investimento pubblico di “trasformazione nazionale” da 400 miliardi in 10 anni, decentrato in tutte le aree depresse del paese, capace di creare un milione di posti di lavoro per realizzare l’ambiziosa missione di abbattere le emissioni di CO2 entro il 2030 e mettere in sicurezza il territorio, le scuole, gli ospedali e le case popolari.

Fine dell’austerità 

Una decade di tagli hanno provocato una catastrofe sociale che ha interrotto la crescita dell’aspettativa di vita e aumentato i tassi di mortalità infantile. Con gli introiti dell’aumento delle tasse verranno interamente annullati dieci anni di tagli ad enti locali, polizia e vigili del fuoco. La fine delle privatizzazioni dei servizi nella NHS sarà accompagnata da un ingente rifinanziamento reale del 4,3% annuo che porterà a 27 millioni di appuntamenti in più coi medici di base, ricette gratuite per medicinali, dentisti gratuiti e cura per gli anziani gratuita. Il tutto accompagnato da un aumento di stipendio del 5% per tutti i dipendenti del comparto pubblico e un blocco degli aumenti dell’età pensionabile.

Servizio Educativo Nazionale 

Il Labour pianifica un Servizio Educativo Nazionale sul modello di quello sanitario, per garantire l’educazione gratuita dalla nascita all’età adulta. Una riforma storica che permetterebbe l’abolizione delle tasse universitarie e un ritorno pieno al finanziamento pubblico, con un ripensamento dei meccanismi di valutazione dell’insegnamento e della ricerca, il potenziamento dei servizi di asilo gratuito fino al lifelong learning per gli adulti.

Lavorare meno, navigare tutti

Ma è la parte sul lavoro che costituisce l’elemento piu avanzato della proposta laburista. Alle proposte bandiera che erano già nello scorso manifesto, dall’innalzamento del salario minimo orario a 10£ l’ora fino al bando dei contratti a zero ore e delle legislazione antisindacale dei Tories si accompagna quella per la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario e finanziata da aumenti di produttività per portare la settimana lavorativa a 32 ore in una decade, secondo i dettami di  questo report di Lord Skidelskii tradotto in italiano dai Pettirossi. A questa proposta si aggiunge un progetto pilota di Reddito di Base e  un piano che prevede che una quota fino al 10% delle grandi compagnie sia posseduto collettivamente dai lavoratori ai quali verranno redistribuiti dividendi annuali. I lavoratori britannici potranno dunque avere voce in capitolo nel decidere come e cosa produrre in una proposta di democratizzazione dell’economia che va oltre anche il modello tedesco di Mitbestimmung.  Estremamente trasformativa anche la proposta di offrire gratuitamente e a tutto il paese una rete internet a fibra super veloce entro il 2030, nazionalizzando una parte di British Telecom, e riducendo il divario digitale tra regioni e cittadini.

Il ritorno dello Stato

Le nazionalizzazioni non finiscono qui. Il Labour vuole una proprietà pubblica e democratica di ferrovie, poste, acqua ed energia, lasciando che siano lavoratori e utenti a controllarne la gestione. Tratte ferroviarie minori e oltre 3000 bus locali verranno reintrodotti in un piano di potenziamento dei trasporti locali mentre a livello nazionale il target per la spesa in ricerca e sviluppo verrà alzato al 3% del PIL entro il 2030 e un piano di commesse pubbliche sosterrà l’industria dell’acciaio.

A tutto ciò si accompagna un massiccio piano di edilizia popolare che ricalca quello del 1945 “per dare a ogni famiglia nell’isola una buona soluzione abitativa” attraverso la costruzione di oltre un milione di case in una decade, 150,000 l’anno a regime, un piano per azzerare il numero di homeless in 5 anni tramite un investimento da un miliardo l’anno e l’istituzione di una task force dedicata guidata dal primo ministro ed infine un piano di messa in sicurezza di tutti gli edifici per non vedere mai più incendi come quella della Grenfell Tower.

Riforme costituzionali

Estremamente significativo è anche il piano di riforme costituzionali che prevedono la storica abolizione della Camera dei Lord avviando una Convenzione Costituzionale guidata da una Citizens Assembly dove cittadini estratti a sorte produrranno raccomandazioni su come riorganizzare le istituzioni democratiche delle quattro nazioni del Regno Unito. C’è anche, tra le righe, un via libera a un nuovo referendum sull’indipendenza scozzese, anche se non nei “primi anni” di governo. Il Labour farà comunque campagna per tenere il Regno unito.

La Brexit in fondo

La Brexit non è affatto centrale nè nel Manifesto nè nella narrazione pubblica del Labour che tuttavia offre al paese sia una strada democratica per rimanere nella UE che una soluzione rapida alla saga.

Quello che Johnson non dice infatti (ma la sincerità non è il suo forte) è che l’approvazione del suo deal non sarà la fine ma l’inizio di un nuovo estenuante processo di negoziazione per ridefinire gli accordi commerciali con la UE (con nuove minacciose scadenze all’orizzonte), gli USA e il resto del mondo a seguire. Il Labour propone invece di risolvere la questione entro 6 mesi con un referendum confermativo tra un accordo di soft Brexit da negoziare nei primi tre mesi e l’opzione di rimanere nella UE. In questo referendum Corbyn ha annunciato che da Primo Ministro rimarrebbe neutrale per dare seguito in entrambi i casi alla scelta dei cittadini. Tra questi dovrebbero esserci anche i giovanissimi (con l’abbassamento dell’età di voto a 16 anni) e tutti i cittadini residenti in UK, inclusi i cittadini europei, in quella che sarebbe la più grande estensione del suffragio da generazioni e una pietra miliare nella storia delle democrazie moderne. Non è l’unica buona notizia per i cittadini immigrati nel Regno Unito a cui si aggiungono l’abolizione del famigerato hostile environment e l’eliminazione degli ostacoli di censo ai ricongiungimenti familiari.

Un nuovo internazionalismo

Ma è forse sulla politica internazionale che un governo Corbyn potrebbe dettare la sua impronta maggiore. Dallo stop alla vendita di armi all’Arabia Saudita al riconoscimento immediato dello stato palestinese un governo laburista potrebbe lanciare processi trasformativi delle dinamiche politiche mondiali, usando l’influenza della quinta economia del mondo per trasformare le regole dell’economia globale dettate da Banca Mondiale, Fondo Monetario Internazionale e Organizzazione Mondiale del Commercio, ma anche con il proprio sostegno alla contrattazione collettiva a livello transnazionale fino a proposte per molti aspetti rivoluzionarie come l’audit sull’impatto della legacy coloniale britannica nelle dinamiche di violenza nelle regioni che furono parte dell’impero fino all’istituzione di un fondo sulla sovranità del cibo che permetterà a produttori nel Sud del mondo di salvaguardare l’accesso alla terra, ai semi e alla finanza e difenderà il diritto alla terra dei popoli indigeni.

Stiamo parlando senza ombra di dubbio del più avanzato programma eco-socialista d’Europa, un programma che se implementato dal governo del Regno Unito getterebbe fondamenta importanti sia per porre fine al trentennio neoliberista che per iniziare a costruire un ordine mondiale più giusto.

Una campagna elettorale difficilissima separa il futuro distopico di altri 5 anni di governo conservatore da uno di speranza con Jeremy Corbyn a Downing Street. La vittoria del Labour Party nelle elezioni del prossimo 12 Dicembre è nell’interesse della stragrande maggioranza dei cittadini europei, perché il Labour ha chiarito da che parte sta: con i molti, non con i pochi.