L’addio di Merkel
Cambierà tutto per
la Germania e l’Europa

Se ne va. Proprio quando sembrava che se la fosse cavata in extremis, grazie alla disperata rimonta del fido Volker Bouffier che in Assia è riuscito a contenere le perdite disastrose della CDU giusto per quel pochissimo che gli ha consentito (salvo sorprese) di conservare il posto di Ministerpräsident, Angela Merkel ha fatto il suo Grande Annuncio. Le previsioni di tutti, alla vigilia del voto in Assia, avevano legato la sua sorte all’esito nelle urne di Bouffier: se lui non ce l’avesse fatta, lei ne avrebbe tirato le conseguenze. Invece lui si è salvato, ma lei le conseguenze le ha tirate lo stesso. Lo ha fatto in due atti: prima ha fatto trapelare ai giornali la notizia che al congresso del partito a inizio dicembre non correrà per la presidenza del partito; poi ha annunciato, nel modo più ufficiale possibile, che alle prossime elezioni federali, nell’autunno del 2021, non si candiderà più alla cancelleria. Sarebbe stata la quinta volta.

Qualche ammalato di dietrologia potrebbe interpretare questo strano annuncio in due battute insinuando che la cancelliera abbia fatto filtrare la rinuncia alla guida del partito sperando in una sollevazione a suo favore che avrebbe potuto accompagnarla per la quinta volta alla cancelleria. E che solo dopo aver constatato che la sollevazione non c’era, nemmeno tra i suoi fedelissimi, si sarebbe decisa al passo più importante e più doloroso: la rinuncia al potere nel cuore d’Europa, al titolo di “donna più potente del mondo” e alla guida di un paese che certamente l’ha amata, fino a chiamarla “mammina”.

Una manovra, insomma? Tutto può essere: Frau Merkel è stata un genio della tattica politica e ha sempre manovrato benissimo quando si doveva liberare dei suoi (tanti) avversari interni.

E però appare più probabile l’ipotesi più semplice: Angela è stanca. Il potere logora, eccome. Ha sessantacinque anni e gli ultimi quindici li ha vissuti nel luogo in cui si concentravano tutti i problemi di un grande paese e di un intero continente. Lei non ha detto, come fanno molti in queste circostanze, continuerò a fare politica, a dare il mio contributo al paese. No. Mi ritiro, ha detto. Basta politica. Vita privata: quella che non ha avuto per così tanto tempo, salvo qualche scampolo ritagliato per un marito campione mondiale di discrezione, qualche amicizia non sbandierata, qualche vacanzetta insidiata da bande di cronisti assatanati.

Sarà banale dirlo, ma davvero con l’annuncio di Angie, altro nomignolo affettuoso che le è stato riservato dai suoi elettori, ieri è finita un’era della Germania e dell’Europa. Anche se dovesse restare alla cancelleria – ma a questo punto non è detto – per i tre anni che restano del suo mandato, Frau Merkel ha chiuso un ciclo politico che a buoni diritto porta il suo nome, nel bene e, soprattutto fuori della Germania, nel male. Nel male dove e quando alla sua figura sono state associate le scelte più controverse che hanno afflitto tanta parte dell’Europa: l’austerity, la disciplina di bilancio da imporre con le buone o con le cattive ai paesi della Dolce Vita troppo propensi a far debiti, le prepotenze d’un paese molto incline a guardare i vizi altrui e a sorvolare sui propri.

Questo stereotipo Angela Merkel se lo porterà con sé anche quando lascerà il bellissimo edificio del Bundeskanzleramt, disegnato dagli architetti Axel Schultes e Charlotte Franke simbolicamente spalancato alla vista di tutti sull’ansa della Sprea. C’è un pizzico di ingiustizia in questo giacché, a considerare bene le cose, i veri campioni assoluti del rigore tedesco da imporre a tutti non stavano alla cancelleria ma piuttosto alla Bundesbank, al ministero delle Finanze quando alla guida c’era l’eterno nemico di Angela Wolfgang Schäuble, nelle file della CDU e più ancora della CSU bavarese, tra gli alleati (quando lo erano) liberali della FDP. E, pesa dirlo, talvolta pure tra i socialdemocratici alleati nella große Koalition. Ma gli stereotipi sono stereotipi, non c’è spazio per le sfumature e i distinguo.

C’è un altro modo per cui questo addio segnerà la fine di un’epoca della vita della Germania e dell’Europa. Angela Dorothea Merkel, nata Kasner, incarna quella strana continuità tra due mondi che è, non senza contraddizioni e lacerazioni, l’esperienza, il vissuto collettivo della Germania che ha ritrovato l’unità. Come molti suoi connazionali, Angela è nata in un altro universo, nella DDR del socialismo reale, e in quel mondo è cresciuta, nella famiglia di un pastore evangelico che obbediva alle gerarchie della sua chiesa e alle disposizioni del regime. Non è stata certo una fanatica del regime, ma neppure una dissidente la ragazza Kasner: si è barcamenata, ha accettato i compromessi praticati all’epoca dalla grande maggioranza dei tedeschi che abitavano la “parte sbagliata” della Germania. Dicono che quando cadde il Muro di Berlino non se ne accorse subito perché era in piscina.

Alla vita politica Angela Kasner, che intanto aveva sposato un signor Merkel che le ha lasciato il nome ma del quale si sa pochissimo, è nata dopo l’unificazione della Germania. E a farla nascere è stato Helmut Kohl che era abbastanza furbo da capire che nella nuova classe dirigente bisognava cooptare quelli che in qualche modo interpretavano una continuità di vita senza rotture, un passaggio tra i mondi senza drammi, senza nostalgie e senza troppi rancori. I dissidenti, gli oppositori coraggiosi, tutti quelli che c’erano buoni motivi per pensare sarebbero stati la quota di classe dirigente che la DDR consegnava alla nuova Germania, scomparvero tutti rapidamente, uno dopo l’altro. Lei no. Lei fece carriera sotto l’ala protettrice del cancelliere dell’unità, fino al giorno in cui decise che era arrivato il momento di volare via dal nido e fulminò il suo mentore con un velenoso articolo di giornale inneggiante alla rottamazione dei “vecchi”.

Diciamolo: non fu un bel gesto. Ma all’epoca la “ragazzina”, come la chiamava Kohl prima con affetto e poi con disprezzo, si stava attrezzando per la scalata al potere e non era affatto tenera. Non lo fu neppure con Schäuble, il rivale potentissimo che sconfisse quando si arrivò al duello decisivo per la guida del partito.

Queste durezze si sono ammorbidite con il passare degli anni e con il consolidamento del potere. Se c’è una qualità che tutti riconoscono volentieri a questa signora tedesca che sempre meno è andata assomigliando a una dama di ferro è la diplomazia, la capacità di discutere ascoltando anche le ragioni degli altri. È veramente un tratto dell’anima o l’esercizio di una cinica furbizia nelle relazioni politiche?

Chissà. Però c’è stato un momento in cui l’aspetto per così dire “umano” del potere della cancelliera tedesca è venuto alla luce in un modo che è parso davvero sincero. È stato quando, nel momento più acuto della crisi dei profughi sulla via dei Balcani, ha avuto il coraggio di dire che i migranti andavano accolti, perché è un dovere e “ce la faremo”. Poi, si sa, sono successe tante altre cose e anche la politica del governo di Berlino verso l’immigrazione ha conosciuto ombre e qualche infamia (pur se è infinitamente più umana e più intelligente di quella italiana). Ma quel segnale è rimasto.