Il leghista Pagano
il peggio del peggio
contro Silvia Romano

La mascherina anti coronavirus ci ha risparmiato di vedere per intero la faccia di Alessandro Saro Alfonso Pagano, uomo del Sud conquistato dalla Lega di Salvini di cui è un autorevole esponente siciliano, proprio di quella terra in cui l’Etna non ha saputo fare negli anni il suo dovere >nonostante le sollecitazioni nordiste. Tanto per non dimenticare e ricordarlo anche a lui.

Il Pagano non ha trovato di meglio per farsi notare dopo tanti anni di anonimato che bollare come “neo terrorista” Silvia Romano, ritornata a casa e restituita ai suoi affetti dopo diciotto mesi di prigionia nelle mani dei suoi rapitori. Non sappiamo come, in quali condizioni.  Il ragionamento elementare è stato: “Al Shabaab è un gruppo terrorista”. Di conseguenza anche la ragazza che si è convertita lo è. Anche se neo.

Parole indegne. Indegne per un parlamentare, per il padre di quattro figli, peraltro pronunciate in un luogo che dovrebbe essere sede di atti democratici e di confronto e non di accuse verbali senza alcun fondamento e del tutto strumentali. Non di sentenze sommarie. Una vicenda quella di Silvia su cui certamente nella parte che riguarda la collettività sarà necessario fare chiarezza lasciando, però,  ad una giovane donna la conferma e la responsabilità di una scelta personale comunque assunta in costrizione.

La politica ha condannato con sdegno le parole del legista che le scuse successive non bastano a cancellare. Ha cominciato da Mara Carfagna, cui  toccava di presiedere l’aula. E poi il presidente Fico, il ministro Di Maio, il Pd e la sinistra tutta. Da registrare l’imbarazzato commento di Matteo Salvini, che uno dei suoi non lo abbandona di certo, ma ha preferito puntare il dito “sull’Islam fanatico” da cui bisogna guardarsi  e sul governo che l’ha “esibita” velata. Ma lo schiaffone più forte al deputato integralista cattolico è arrivato dall’Osservatore Romano. Deve avergli fatto male leggere il giudizio drastico che troppe prese di posizione sulla vicenda “partono da un dato comune, da un comune sguardo, disumano. Perché disumano è lo sguardo dell’uomo quando non vuol vedere. Quando zittisce, sopprime la compassione che sempre dovrebbe abitare dentro i suoi occhi. La compassione, la capacità di sentire sulla propria pelle il dolore degli altri. E questa storia è piena di dolore, basta saper guardare”.

Una vita vissuta in perenne contrasto quella del deputato Pagano dato che proprio lui, strenuo difensore dei valori cattolici più tradizionalisti e conservatori, si è trovato a portare da 61 anni un cognome evocatore di una eterna contraddizione. Un parlamentare finora sconosciuto ai più, nonostante tre legislature a Montecitorio da sommare al precedente impegno nell’assemblea regionale siciliana iniziato nel lontano 1994 sotto l’ala protettrice di Silvio Berlusconi. Forza Italia, Popolo della Libertà, Nuovo centrodestra col meno solido Angelino Alfano e poi l’approdo alla Lega nella scia di Matteo Salvini che anche grazie a lui ha potuto beneficiare della scarsa memoria dei siciliani.

Nel lungo curriculum di Alessandro Saro Alfonso, che ostinatamente chiama “clandestini” i migranti, fa bella mostra la militanza in Alleanza Cattolica, “un’associazione di laici di impronta tradizionalista” che  propone “un’azione che si situa nel campo dell’instaurazione cristiana dell’ordine temporale”.  Sotto l’inquietante vessillo di essa, aquila nera con cuore e crocefisso rosso al centro, il leghista del sud ha partecipato alle battaglie contro il divorzio, la fecondazione artificiale, il fine vita, il matrimonio tra persone dello stesso sesso. E via dicendo. A tutte, nessuna esclusa. E con grande impegno. Una nota a margine tanto per conoscere meglio un politico che quasi da un quarto di secolo occupa a qualunque costo uno scranno.