Quel leader
di Confindustria che parla come Grillo

A leggere l’intervista del nuovo presidente della Confindustria (“questa politica può fare più danni del Covid”) sembra di imbattersi nelle sfuriate di Grillo di qualche anno fa contro Gargamella, lo psiconano, “Fassino il globulo”. Il comico, che Pasquino ripropone oggi come la nuova salvezza (“una figura trascinante” che “non ha perso prestigio e potrebbe ritornare in campo”), è stato, tra le altre cose, l’esecutore materiale dei dettami di potenti gruppi editoriali che hanno chiamato la società civile alle armi per liberarsi della “casta”. Ora che il loro disegno strategico di azzerare la politica è stato ampiamente realizzato (il “tutti a casa” è stato eseguito in un perfetto tsunami tour), e dalla “casta” si è passati al “Casting” con Casalino che fa il gran cerimoniere di Palazzo Chigi, proprio i gruppi che hanno guidato le danze sono in preda all’angoscia.

Il grande vuoto di classi dirigenti

Lo spavento, per il vuoto di classi dirigenti, getta nel panico la penna di Della Loggia, elettore grillino prima e ora più in sintonia con le melodie sovraniste. La stampa più influente denuncia la caduta della capacità di governo, il drammatico male dell’inesperienza collocata ai vertici della repubblica. Non tutti vedono le cose come Pasquino che celebra “la fortuna di aver trovato Conte” o come Revelli per il quale nel M5S scorre una significativa “vena libertaria” (quella che ha scritto la legge spazzacorrotti, ha abolito la prescrizione, ha redatto il decreto sicurezza?) e Conte rappresenta “una sorpresa, che ha dimostrato una statura notevole”. Tra il liberismo estremo e il populismo antipolitico in verità non c’è alcun contrasto effettivo, si avverte tra i due fenomeni una contiguità sostanziale. Il verbo liberista, per la politica minima e per l’estinzione dello Stato imprenditore, include come per il suo compimento la rivolta populista contro la casta, la partitocrazia, il pubblico gestore.

Tolta la Germania, dove la realtà di partito conserva maggiori radici, e il governo non solo sa gestire il tempo nuovo della ridefinizione del rapporto tra imprese e politica ma capisce anche come affrontare con danni più limitati l’emergenza virale, tutte le altre democrazie scontano i contraccolpi dell’eclisse impressionante di classi politiche prestigiose.

 

Il liberismo-populismo di Trump e Johnson

Dall’Inghilterra a Trump, il connubio liberismo-populismo distrugge ogni attitudine di governo proprio in occasione di una crisi dei fondamenti che obbliga a ridefinire i rapporti tra politica ed economia. E questo grande tema, di decidere i fondamenti del tempo lungo del meccanismo economico, mette in fibrillazione la Confindustria che non trova interlocutori. Il padronato non si fida più del parolaio Salvini e dei ricordi delle sue battaglie navali, non bastano le occasioni di contrattazione con la Casaleggio. E il partito-sistema (il Pd che nella seconda repubblica è stato al governo per 17 anni su 25) è considerato punto dalla mosca grillina dello Stato sussidiario, che distribuisce a debito le risorse scarse. Il sindacato, che non ha partiti amici, e quindi saluta in Patuanelli il Giolitti redivivo, ritrovandosi politicamente sedotto nientemeno che da quel M5S che tra le parole d’ordine mobilitanti aveva proprio la distruzione della casta dei sindacalisti, non viene giudicato un interlocutore forte.

La Confindustria si attende per l’autunno una possibile catastrofe, le sue carte residue, riposte nell’onnipresente Renzi il cui repulisti anticomunista è stato sempre apprezzato e supportato, non la rassicurano più di tanto. La resurrezione del rottamatore, tra le foglie d’ottobre che annunciano disagi sociali, rientra tra le ipotesi ardite che solo un miracolo potrebbe convalidare. E quindi tocca trovare nuovi spazi di pressione politica. Il cambiamento della proprietà dei grandi giornali rientra in questa strategia di allargamento del ruolo politico diretto del capitalismo italiano (non più apolide dopo le precipitose fughe per ragioni fiscali ad Amsterdam o a Londra). Abbattuta la politica nella sua autonomia, l’impresa, riconquistata al vento del nord, avverte la solitudine dei capitani poco coraggiosi che ora sono costretti a fabbricare spazi di iniziativa politica. Il governo “sussidiario” è giudicato come una espressione del sud parassitario, insensibile alle ragioni della produttività, della crescita, dell’accumulazione, del potenziamento dimensionale delle aziende.

 

E’ ora che la sinistra italiana batta un colpo

Il grande assente, la sinistra, dovrebbe ripartire da una riflessione sul senso delle parole di Prodi apparse oggi sul Messaggero. Egli scrive che “non possiamo dimenticare che le imprese nazionali sono ancora uno strumento indispensabile per l’esercizio della sovranità di un paese. Questo è ancor più rilevante nel contesto europeo”. Ben detto. Ma “non possiamo dimenticare”, appunto, quello che proprio Prodi scrisse nei suoi saggi apparsi sulla rivista “Il Mulino” nei primi anni ’90.

L’analista che oggi esorta a fare come la Francia e (soprattutto) la Germania (azionariato popolare, prestiti e partecipazione pubblica di minoranza, credito e partecipazione diretta nel capitale d’impresa) denunciava con una forza insolita la ostinata persistenza nell’economia franco-tedesca di intollerabili presenze dello Stato. Il Pds di Occhetto condivise questa lettura antistatalista-privatistica (Prodi diceva che bisognava scacciare “i moderni Principi” dall’economia) perché la ritirata del governo pubblico era vista come un modo per dare scacco matto ai socialisti, che erano degli attori centrali nelle spartizioni per il controllo dell’industria partecipata.

Quel modello alternativo al governo democratico dell’economia, dopo 25 anni, mostra il suo fallimento e compare come una causa del lungo declino-ristagno dell’economia italiana. Ora Prodi riconosce che non esiste neppure la “sovranità” nazionale senza uno Stato che svolge funzioni rilevanti, e senza una trama di grandi imprese pubbliche e private, consumata mestamente la retorica del piccolo è bello. Una svolta indispensabile richiede però soggetti (politici e sociali) al momento carenti in grado di costruire una coalizione alternativa sia alla volontà di potenza bonomiana (risorse statali al nord e condanna alla rabbia assoluta del 20 per cento dei più colpiti dalla crisi, con brusche cadute di reddito e di occupazione, di cui ha parlato il rapporto della Banca d’Italia) sia alla volontà di decrescita grillina (sussidi in deficit senza un modello alternativo di sviluppo, di politica industriale). Senza un progetto di società, un partito e un forte movimento sindacale, il ritorno di Stato che tutti invocano resterà una esercitazione retorica.