Il Kenya di Silvia Romano e quello degli occidentali barricati nei loro villaggi

Non sappiamo ancora se la storia di Silvia Costanza Romano avrà il lieto fine che tutti ci auguriamo. Nella notte tra il 20 e il 21 novembre la giovane volontaria  è stata rapita nel villaggio di Chamaka, in Kenya. Originaria di Milano, lavora per Africa Milele, Onlus di Fano, nelle Marche; l’associazione si occupa di progetti di sostegno all’infanzia nel Paese africano. La vicenda mi ha fatto tornare in mente un viaggio in Kenya di qualche anno. Tornando con un fuoristrada da un parco ai confini con la Tanzania, lungo la strada asfaltata tra Nairobi e Mombasa prendemmo una scorciatoia per raggiungere Malindi. E passammo proprio per Chamaka: i bambini ci correvano dietro per la strada in terra battuta, salutandoci, urlando e ridendo; molti avevano la divisa delle scuola del villaggio, sebbene per lo più corressero a piedi nudi. Un bel ricordo. 

Quell’incontro e altri (non da turista omologato e intruppato, ma da viaggiatore curioso) mi fecero rimuginare, ricordo ancora oggi le sensazioni. Ogni volta che visito un posto nuovo non posso fare a meno di cercare di capire coloro che ci vivono e di valutare il modo in cui io “vivo” loro. In quell’occasione compresi soprattutto una cosa: il Kenya non si vergogna. Si mostra così com’è: povero (sebbene considerato “ricco” da chi vive nei Paesi vicini), aggrappato alla vita, in fermento, impegnato a galleggiare sulla suo destino, così diverso dal nostro. Siamo noi “bianchi” (almeno, quelli non pervasi dalla presunzione neorazzista così di moda) che ci vergogniamo, più o meno consapevolmente, dell’opulenza in cui, rispetto alla 95% di loro, viviamo; anche quando, a casa nostra, ci sentiamo “poveri”.

Soprattutto se è la prima volta che visitiamo un Paese del Terzo Mondo, il Kenya è dunque sconvolgente, per il bello e il brutto che ci mostra; non è così per loro, i “neri”, che hanno altro (per noi è arduo capire cosa sia questo “altro”) cui pensare e per i quali siamo “diversi” almeno quanto loro lo sono per noi. È così tutta l’Africa, ma io conobbi allora la “mia” Africa per la prima volta, entrandoci attraverso la porta d’ingresso principale, quella kenyota, tutto sommato la più “normale”. Da lì entrano in questo complesso continente la maggior parte dei turisti, poi intruppati e barricati nei villaggi turistici low cost della costa.

Dopo quella prima esperienza tra gli africani subsahariani, pensai, e penso tuttora, che ognuno di noi porti dentro la sua mente, magari senza accorgersene, il ricordo di un pezzetto di Africa nera. È quella dei nostri lontanissimi progenitori, che proprio nella parte orientale – tra gli attuali Stati di Kenya, Tanzania, Eritrea, Somalia ed Etiopia – hanno mosso i primi passi. E credo che quei paesaggi, quella gente e quella natura evochino una sorta di dejà vu, forse la sensazione che dalle nostre parti chiamiamo romanticamente “mal d’Africa”. Così, se abbiamo occhi per guardare e qualche neurone sgombro per valutare, ci troviamo a mettere a confronto il nostro modello mentale di Africa con la realtà. A me pare che, nel nostro mondo, si abbia un’immagine stereotipata di quel continente, ancora pregna di memorie coloniali e di presunzione occidentale.

Eppure ci emozioniamo, fino ad avere un po’ paura, per altre ragioni: proprio perché lì ci sono le nostre radici ma anche le nostre ansie; sappiamo che da lì veniamo e che lì potremmo, più o meno metaforicamente, tornare; quegli uomini, quelle donne e quei bimbi, così vivi ma così distanti, ci affascinano ma pure ci respingono. I più “timorosi” di noi non escono o quasi dai villaggi turistici: l’Africa sfila loro accanto come in un asettico documentario, senza lasciare alle spalle vere sensazioni. I più “coraggiosi” (o “sensibili”) cercano di capirci qualcosa, di parlare con la gente del posto; anche se presto devono ammettere che – al di là delle sensazioni superficiali e degli approcci amichevoli – i nostri mondi sono così distanti da rendere difficile la creazione di veri canali di comunicazione, come se trasmettessimo su frequenze simili ma differenti. Ecco, siamo diversi: non lo affermo in senso razzistico, intendo affermare che noi adottiamo linguaggi mentali differenti dai loro per rappresentare esigenze e aspettative non sovrapponibili. D’altra parte, senza andare così lontano, è già difficile “mettere in comunicazione” lo stile di vita di un agricoltore sudtirolese con quello di un pescatore di Mazara del Vallo, le mentalità di un napoletano con quella di un triestino. 
Dunque, come far comprendere davvero a un kenyota i nostri problemi (tipo: la depressione, lo stress da competizione, l’invidia per la ricchezza altrui, le rate da pagare, la rabbia per non poter avere la villetta a schiera, le liste d’attesa per un esame clinico e via elencando) quando in Kenya, dove già si campa meglio rispetto al resto dell’Africa, non ci si confronta con l’esigenza di vivere bene, secondo la nostra concezione occidentale, ma con l’istinto di sopravvivenza? Perché, ad esempio, l’acqua potabile è un lusso riservato a un’élite (ho visto a Malindi – che equivale come prestigio turistico alla nostra Portofino – madri con un neonato sulla schiena raccogliere l’acqua dalle pozzanghere per metterla in una tanica). Perché con un reddito medio di 75 euro al mese (quando si è fortunati) è difficile comprare anche l’aspirina, che costa come in Italia; non parliamo dei farmaci necessari per curare la comunissima malaria. Perché abitano spesso in case fatte di fango, legno e sassi, magari celate dalle palme a duecento metri dai nostri residence e villaggi turistici. Altro che Tav. La tv nazionale, quando ero lì, proponeva quesiti tipo: “È giusto che le Ferrovie kenyote siano ritenute responsabili dei danni subiti da coloro che viaggiano aggrappati esternamente ai vagoni o sui tetti delle carrozze?” (poco prima aveva mostrato le immagini di convogli carichi ovunque di gente e un tale che, caduto sui binari, aveva perso un braccio).

In compenso quasi tutti i cittadini del Kenya parlano due lingue (inglese, eredità coloniale, e swahili), alcuni tre (tipo francese o italiano o arabo). Il 95 per cento dei bambini va a scuola per otto anni, l’87,5 sa almeno leggere e scrivere (in Italia il 99,2). Certo, anche noi abbiamo difficoltà a capire davvero quali siano i loro problemi, al di là della compassione o della solidarietà che qualcuno riesce ancora a provare. E non è questione di valutare quale sia la cultura migliore; semplicemente “respiriamo” flussi di pensieri differenti, che raramente s’intersecano davvero. C’intendiamo, guarda caso, sui bisogni materiali spiccioli: la mancia, la maglietta regalata, le penne donate, la mano che ti offrono per non farti scivolare quando ti accompagnano a passeggio sulla barriera corallina o nella savana. Per il resto, si avanza a tentoni. Cambiano i punti di riferimento. E noi siamo marziani, col nostro respiratore che ci rifila certezze importate fresche fresche dalla mondo occidentale, dalla sua tv, dai suoi libri, dalle sue chiese, dai centri commerciali, dalle sue guide comprate online o nella libreria in centro.
Tanti suggeriscono di portare con sé vecchie magliette, caramelle e penne da donare ai bambini. L’abbiamo fatto anche noi ma l’esperienza mi ha lasciato l’amaro in bocca. Quelle caramelle, quelle magliette, quei quattro spiccioli che doniamo servono soprattutto per gratificare noi stessi. Non dico che lo facciamo in cattiva fede. Però laggiù siamo portati a recitare la parte di “quelli che sono in Africa e devono sentirsi buoni”. Così facciamo in Kenya quello che non ci sentiamo quasi mai di fare con i nostri rom assiepati in campi privi di ogni risorsa, con i nostri poveri, con i nostri barboni, con i migranti che sfioriamo per strada e via elencando. Per giunta, la maggior parte degli i occidentali gira soltanto in aree molto limitate (Mombasa, Malindi, la costa insomma), quelle in cui si concentra il 90 % dei turisti, dove tutto sommato si vive un po’ meglio. Infatti, parrà assurdo, il Kenya è la Svizzera d’Africa, tanto è vero che moltissimi europei vi si trasferiscono. Però la miseria si vede (almeno, la miseria secondo il metro di noi “bianchi”): lo stesso villaggio in cui è stata rapita la ragazza italiana è a un’ora di auto dai villaggi turistici, dai condomini con vigilanza armata dei tanti europei (e italianI) che vivono lungo il litorale e dalle villazze del Briatore di turno. 
Che fare per non sentirsi intrusi? In una guida, dedicata al “turismo responsabile”, ho letto che non bisogna abituare quei bambini e quegli adulti all’accattonaggio, perché imparare ad essere padroni del proprio destino è tutta un’altra questione. Nel 2004 ne avevo parlato anche con Ugo, un italiano di Roma che allora viveva a Malindi già da anni per amore dell’Africa, ma che, proprio grazie alla sua lunga permanenza in Kenya, riusciva a vedere tutto da un punto di vista più maturo, o più realista, del mio. Col senno di poi, condivido il suo punto di vista, simile a quello suggerito dalla guida “responsabile”. Penso che non dovremmo scendere a patti con il nostro bisogno di apparire compassionevoli, magari solo per una settimana o due all’anno, quasi che in Africa fosse un’esperienza obbligatoria, come comprare le statuine di legno da portare ad amici e parenti.

Mi sono convinto del fatto che, quando siamo laggiù, potremmo “fare del bene” a loro e pure a noi: cercando di parlarci prima di sganciare un euro, provando a capire qualcosa di più, rispettando la loro cultura e la loro vita e prendendo coscienza dei loro e dei nostri limiti. Sarebbe meglio, e meno ipocrita, dedicare un po’ dei nostri soldi, anche pochi, ai progetti portati avanti da organizzazioni religiose e laiche che vogliono rispondere ai bisogni primari e reali, anche a quelli degli africani che non hanno mai visto un turista “compassionevole” in vita loro. È ciò che fanno tanti occidentali che dedicano gratuitamente, senza presunzione, parte della loro vita a quelle persone. Come stava facendo Silvia, prima di essere sequestrata: li aiutava a casa loro, in Kenya, senza detestarli a casa sua, in Italia. Il peggio invece, per chi va lì pensando di non essere un razzista, è coltivare il mito del “buon selvaggio”, a uso e consumo della nostra vacanza più o meno breve. Non è giusto. Né per loro, che devono poter credere nelle proprie forze. Né per noi, che non dovremmo continuare a nascondere la testa nella sabbia delle nostre “certezze” quando siamo laggiù e neanche quando li incontriamo in Italia, lungo la strada dietro casa, accanto al bar preferito.