Il grido onestà
serve a coprire
bugie e inganni

Quale virtù fondamentale si dovrebbe esigere per un personaggio politico? E’ facile immaginare che, per la grande maggioranza degli italiani, la risposta più immediata indicherebbe quale qualità principale quella dell’onestà. Soprattutto dopo l’esplosione di Tangentopoli, e la serie pressochè ininterrotta di scandali verificatisi successivamente, ciò che si pretende è che un esponente della cosiddetta casta non rubi. Come è noto, il Movimento 5stelle ha costruito su questo termine – ritmicamente scandito dai militanti grillini in svariate manifestazioni pubbliche – la propria identità quale soggetto politico.

Nel definire l’hit parade delle virtù si dimentica per lo più un punto, che invece non dovrebbe essere sottovalutato. Chiedere a un politico di essere onesto è, al tempo stesso, troppo e troppo poco. Troppo, perché nella sua accezione più compiuta, se intesa non come semplice astensione dal furto, ma come disposizione onnilaterale, l’onestà è una virtù che resta sostanzialmente irraggiungibile. Troppo poco, perché – per dirla rozzamente – non so che farmene di un personaggio collocato al governo di una comunità che eviti di rubare, ma che sia incompetente o inadeguato. Come è confermato dal fatto che, quando scegliamo un medico che provveda alla nostra salute, o un ingegnere che ci costruisca la casa, badiamo soprattutto al possesso delle competenze necessarie, anche se talora possano essere accompagnate da comportamenti non proprio limpidissimi.

Vi è invece un’altra qualità che sarebbe doveroso pretendere, in particolare da chi abbia responsabilità di governo o di amministrazione, di cui troppo poco si parla. Ed è quella di dire la verità. Sulle condizioni economiche del paese, sullo stato idrogeologico dei territori, sull’efficienza dei servizi sociali, sul funzionamento della pubblica amministrazione. Non ingannare sistematicamente il cittadino, rappresentandogli una realtà fittizia, al solo scopo di ottenerne il consenso al momento del voto. Ma tenderlo partecipe di un lavoro che i cittadini affidano ai politici con un mandato fiduciario, al quale si deve corrispondere dicendo la verità.

Se le cose stanno in questi termini, non vi è dubbio alcuno che la formazione politica di gran lunga più lontana da questa qualità è il Movimento 5 stelle, che dell’inganno deliberato ha fatto la sua bandiera (magari coprendolo con le invocazioni all’onestà). Tanto per capirsi: Salvini non vuole proporsi come amico dei migranti o filantropo pronto a soccorrere gli ultimi della terra. Non fa mistero della sua xenofobia e non occulta le sue esplicite ispirazioni politico-ideologiche dalla cultura e dalle tradizioni della destra. Non così Di Maio. Quando si giustifica la lentezza nel giungere alla formazione del governo con la motivazione che “stiamo scrivendo la storia”. Quando si nega l’esistenza di un’alleanza organica con la Lega, affermando che vi è invece un “contratto”. Quando si spaccia un sussidio di disoccupazione, legato a mille vincoli, per “abrogazione della povertà”, quando si evita di prendere posizione sulla controversia relativa alle navi delle ong, nascondendosi letteralmente dietro Salvini, quando si accetta di realizzare opere come la TAP (e probabilmente anche la TAV), dopo aver giurato e spergiurato che mai sarebbero state realizzate – quando ciò accade si dice il falso, e dunque si viene meno al primo e inderogabile dovere di un governante. Si intravede una constatazione amara. Il grido “onestà”, urlato ai militanti 5 stelle, doveva servire a nascondere qualcosa di molto più importante: l’inclinazione a ingannare sistematicamente i cittadini, dicendo il falso.