Il grande inganno M5S
e le furbizie di Renzi
sulla prescrizione

È surreale la vicenda politica legata al decreto del ministro della Giustizia Alfonso Bonafede (M5S) sul blocco della prescrizione dei reati penali. Primo: perché la “filosofia” punitiva pentastellata che l’ha generata, poi affievolita dal lodo Conte bis voluto dal Pd e da Leu, non può essere condivisa da chi ha una concezione equilibrata della giustizia. Secondo: perché il caso viene usato dall’ex premier Matteo Renzi e da Italia Viva per tenere in ostaggio il Governo nato sei mesi fa, inaspettatamente, dopo la fallimentare faida salviniana.

Il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede

In estrema sintesi, le cose si possono valutare così. Dal punto di vista di un elettore di centrosinistra, il depotenziamento del decreto Bonafede, riportato sui binari dell’accettabilità dal lodo Conte-bis (il nome viene dal deputato Federico Conte, di Leu, che l’ha proposto), può essere strategicamente accettabile: perché è il frutto di un compromesso necessario per non far cadere il bis-Governo di Giuseppe Conte. Renzi lo sa; però – nel tentativo di uscire dal recinto di quel 3 o 4% che gli attribuiscono i sondaggi – corre il rischio delle elezioni anticipate (dove la rappresentanza del suo partito verrebbe ridotta ai minimi termini) e sfrutta egocentricamente ogni occasione (non solo questa, in verità…) per tentare di farsi notare dal suo (potenziale) elettorato.

Detto ciò, rimane una questione di fondo: appare criticabile la presunta necessità di calcare il piede colpevolista limitando drasticamente la prescrizione

. Questa, come dovrebbe essere noto, è una causa di estinzione dei reato: quando matura, non si può più procedere nei confronti della persona accusata di aver commesso il fatto; matura quando quella persona non viene giudicata in modo definitivo entro un determinato periodo di tempo, che varia a seconda del crimine per il quale si procede. Invece di abolirla, o quasi, per rimettere in moto i palazzi giudiziari bisognerebbe procedere a una depenalizzazione di reati minori, ricorrendo a sistemi alternativi, e a una riforma del processo penale; si dovrebbero poi fornire alla macchina giudiziaria i mezzi e le persone necessarie perché possa funzionare.

L’articolo 111 della Costituzione

Nel novembre scorso, quando mancavano due mesi all’avvio delle nuove norme, avevamo scritto su Strisciarossa: “Qualcuno potrebbe ricordare all’attuale ministro che l’articolo 111 della Costituzione impone di assicurare ‘la ragionevole durata’ dei processi. La pretesa di farli diventare eterni in nome della propaganda populista, senza avere alcuna idea sugli strumenti e i soldi necessari per rendere i processi più rapidi, dimostra quanta incosapevolezza ci sia – in casa pentastellata – a proposito del rapporto tra decoroso funzionamento della giustizia e credibilità di un sistema democratico”.

Una valutazione che resta valida. Tanto più che l’ex magistrato Gherardo Colombo, celebre pubblico ministero del pool di Mani Pulite (e protagonista di tanti altre inchieste legate al mondo della corruzione e non solo), ha appena ribadito un punto di vista diverso da quello del suo ormai ex collega Piercamillo Davigo. In un’intervista firmata da Marco Biscella e pubbicata da IlSussidiario.net il 4 febbraio scorso ha detto che la riforma della prescrizione non è quella di cui ha bisogno la giustizia italiana. Secondo lui, che non può essere accusato di fare il gioco di lobby marziane e neppure di logge massoniche (nel 1981 scoperchiò la pentola della loggia P2), non è vero che eliminandola si rendono più veloci i processi. Ha precisato: “A parte il fatto che per i reati più gravi, quelli punibili con l’ergastolo, non esiste la prescrizione e che per altre tipologie di reati di particolare gravità la prescrizione scatta dopo tantissimo tempo – per esempio per un omicidio non aggravato si tratta di 30 anni oppure per lo spaccio di sostanze stupefacenti di non modica quantità di 25 anni, come per le rapine aggravate – a mio avviso il punto è un altro. C’è da chiedersi se sia civile eseguire una sentenza dopo 25 anni dalla commissione del fatto…Se il problema sono i corrotti, aumentiamo il termine della prescrizione per questi reati. Che senso ha abolirla per tutti?”.

Colombo ha sostenuto inoltre che il vero problema “è un altro, di carattere forse più politico ed elettorale: l’enfasi su temi come l’abolizione della prescrizione porta, o toglie, voti”. Per lui, è un problema che nasce da una filosofia punitiva, e non riabilitativa, della pena, “secondo cui il male si elide solo attraverso il male. È una questione fideistica e sulle questioni fideistiche è sempre difficile ragionare”. Tuttavia – aggiungiamo noi – il diritto di ragionare, pur difficile da esercitare, resta e resiste, nonostante la smania giustizialista dei pentastellati (soprattutto quando i processi non riguardano i loro esponenti) e la smania “esistenzialista” (intesa come speranza di esistere) del partito di Renzi.