Il grande Chick Corea, eclettico jazzista
che “studiava” con Miles Davis

Musicista estremamente eclettico, protagonista di pagine storiche del jazz del novecento, uomo di grande simpatia, disponibilità ed acutezza, Chick Corea se n’è andato qualche giorno fa, accorciando ulteriormente la lista dei mostri sacri del jazz ancora in vita fra noi e capaci di dispensarci perle musicali.Insieme ad Herbie Hancock, Keith Jarrett, Joe Zawinul (ed altri) faceva parte di quella schiera di eletti passati per le multiformi combinazioni musicali di Miles Davis, per poi uscirne arricchiti, motivati, illuminati, qualche volta irritati (con Miles non si scherzava…) ed aprirsi ad un altro tempo della loro vita e della carriera che li avrebbe portati in alto nell’empireo del jazz.

chick coreaCome Joe Zawinul

Chick era di origini italiane (genitori) e da noi aveva suonato tante volte ed in formazioni tanto diverse. Anche perché, eclettico e curioso come era, pur essendo un pianista jazz dalla limpida impostazione classica e formale, aveva deciso ad un certo punto di esplorare altre vie e si era trovato, come Joe Zawinul con i Weather Report, a gettare le basi del jazz rock (o della fusion, parola meno bella) o meglio della versione elettrica, più ritmica, del jazz. Lo aveva fatto con il suo gruppo Return To Forever ed aveva sorpreso e spiazzato tanti, all’inizio degli anni 70.

Sia chi aspettava e desiderava certe svolte nella musica, sia chi, da purista, si scandalizzava di tali radicali e “rumorosi” cambiamenti. L’appassionato di jazz non è un tipo facile, ma Corea è uno di quei musicisti che ha insegnato che la musica vive di passioni profonde e di cambiamenti, di esplorazioni, di coraggio, di curiosità verso le cose che fanno gli altri e che vorresti conoscere meglio.

chick corea

 

 

Quel piano dal classico allo sperimentale

Assolutamente magnifico nel suo approccio al piano classico già in età molto giovane visse, a cavallo fra la fine dei ’60 e l’inizio dei ’70 un momento magico con alcune delle prove più belle della sua storia: il magnifico “Now He Sings, Now He Sobs” (credetemi, un grandissimo disco) suonato in trio e ricco di magnifici Standards; la fantasmagorica esperienza di “Bitches Brew” di Miles Davis (da Miles si andava a scuola a studiare, secondo lui), in cui forse molti, lui compreso, capirono solo dopo il completamento in studio di quel “patchwork”, preveggente come pochi, che cosa avevano contribuito a creare; e, probabilmente conseguenza di questa esperienza, la creazione dei Return To Forever ed il jazz rock che crea (con i Weather Report) un’altra galassia musicale sulla quale atterrare.

 

Un solista magnifico ed eclettico

In questa e successive occasioni, si manifesta la assoluta qualità del pianista anche con la tastiera elettrica, il suo straordinario senso del ritmo, la capacità di assemblare formazioni con musicisti diversi e spesso di altissima qualità (il bassista Stanley Clarke), l’amore per i vocalizzi spesso interpretati da voci femminili indimenticabili come quella di Flora Purim (“Light As A Feather”), il suo piano Fender Rhodes in perfetta simbiosi con il vocalizzo femminile ed il suono di un flauto nelle atmosfere della musica sudamericana innervata dal jazz.

Tutto questo ha avuto poi, negli anni successivi, un lungo, ricchissimo seguito con tanti lavori di qualità, grandi collaborazioni (anche con Pino Daniele che incise con lui il suo “Sicily”), magnifiche finestre aperte sui suoni sudamericani (“Spain” sempre sul magnifico “Light As A Feather”)), momenti di puro pianismo d’alta scuola come quello a quattro mani con Herbie Hancock (“An Evening With…”).

Ed a lui va dato anche il merito di avere registrato, con i Return To Forever, uno dei pochi dischi per l’etichetta Ecm, famosa per i suoi suoni levigati e acustici, che sconfinasse in territori altri, più ritmici ed elettrici, rafforzando la sua immagine di “esploratore” del suono.

Paradigmatico esempio di musicista completo e capace, a differenza di altri jazzisti molto più statici nelle loro scelte, Chick Corea, con quella sua espressione simpatica ed ammiccante, quel suo volto che tradiva le origini italiane (vero nome Armando Anthony Corea) ma anche tanto di ispanico, in verità americano del Massachussets e figlio di un trombettista Dixieland di Catanzaro, lascia una preziosa eredità con i suoi eccellenti lavori e con la sua capacità di ispirare chiunque si accosti alle sue opere.