Caso Diciotti,
il governo
degli “anzi no”

Ecco a voi il governo degli “anzi, no”. Matteo Salvini prima fa lo smargiasso e offre il petto ai giudici: “processatemi”. Poi scrive al Corriere della Sera e, anzi, no, non possono processarmi perché io ho salvato la patria. Davvero? Certo: sulla nave Diciotto c’erano dei terroristi. All’epoca non ce lo disse: se ne è accorto ora, dopo cinque mesi, ma meglio tardi che mai.

I capi dei cinquestelle prima fanno i robespierre: siamo e saremo sempre per le autorizzazioni a procedere perché la giustizia viene prima di tutto e certo – tuona Di Battista, il più duro e puro di tutti – che Salvini deve andarci, davanti al giudice. Deve andarci? No, anzi no. Non ci deve andare davvero. Basterà che faccia il gesto e permetta a noi di non sputtanarci. Poi arriva Conte e dice: quell’affaraccio della Diciotti l’abbiamo gestito tutti insieme, è stato affare di tutto il governo ed io me ne assumo la responsabilità. E Luigi Di Maio convoca i senatori pentastellati per portarli tutti sulla sua linea geniale: al tempo della Diciotti la coalizione al governo era unita e compatta. Tutti colpevoli, nessun colpevole. Votiamoci tutti contro e offriamoci come vittime sacrificali al Procuratore di Catania tutti insieme: vedrete che non avranno il coraggio di processare un governo intero. E intanto prendiamo tempo. Il voto in aula non sarà nelle pòrossime ore né nei prossimi giorni. Ci sarà il tempo per stemperare le tensioni.

Bella trovata, se non fosse per un dettaglio che la scarsa frequentazione del codice penale gli ha fatto sfuggire: i giudici procedono contro le persone non contro i governi. L’imputato è Salvini, che altri si chiamino correi non cambia questo dato di fatto. Al massimo, se davvero Conte, Di Maio e Toninelli dovessero autodenunciarsi, la Procura potrebbe decidere di aprire un fascicolo anche contro di loro. Ma intanto è Salvini sur la sellette e davanti ai grillini resta spietatamente aperta la terribile alternativa: se votano contro l’autorizzazione portano al parossismo la loro  propensione, abbondantemente dimostrata in questi otto mesi di governo, a contraddire con i fatti i loro altisonanti proclami e una bella fetta dei loro simpatizzanti non gliela perdona; se votano contro Salvini rischiano che il governo si sfasci. Fino all’altro giorno non era così: avrebbero potuto salvare la capra dei massimi princìpi e il cavolo del governo. Era stato proprio il ministro dell’Interno a offrir loro la scappatoia: se mi votate contro non ne faccio una tragedia e il governo non ne risente. Poi è venuto l’anzi, no. E perché? Perché i suoi avvocati hanno spiegato all’incauto ministro e vicepremier che l’incriminazione per abuso d’ufficio e sequestro di persona non è uno scherzo e che se le cose si mettono male si allunga l’ombra se non del carcere, almeno dei rigori della legge Severino, e deve dire addio alla poltrona al Viminale? Oppure perché l’uomo ha deciso che è arrivato il tempo di mettere alle corde gli alleati-rivali fino a scontare il pericolo di una rottura clamorosa? O perché è convinto che alla fine Di Maio e i suoi non avranno il coraggio per il gran gesto?

Chissà. Intanto fino a notte tardissima dalla riunione dei pentastellati al Senato non sono filtrate notizie, segno che tra la truppa c’era molto da discutere. Né si è saputo alcunché dell’improvviso vertice con i due dioscuri convocato da Conte per telefono da Cipro, dopo che aveva appena finito di discutere con Macron al vertice dei paesi mediterranei della UE.

E così le incertezze che accompagnano in queste ore il seguito giudiziario e politico della drammatica farsa che andò in scena tra la nave, italiana, Diciotti e il porto di Catania nei caldi giorni d’agosto dell’anno scorso sono andate a sommarsi a quelle che continuano ad addensarsi sulla nave, con la bandiera olandese e i titolari del nolo tedeschi, che almeno fino a notte fonda era ancora ferma in mare a due miglia dal porto di Siracusa con il suo carico di 47 ostaggi  e di 12 uomini e donne dell’equipaggio, prigionieri dei furori di Salvini, delle pavide acquiescenze del “capo politico” dei cinquestelle Di Maio, le vane rodomontate di Di Battista e i penosi balbettamenti del ministro Toninelli. Questi ieri sera, da Floris in tv, ha divagato per una ventina di minuti prima di ammettere che no, lui la “chiusura dei porti” che Salvini ammannisce in ogni uscita pubblica come prova della propria muscolosa determinazione non l’ha mai decretata. Né avrebbe potuto, perché una cosa del genere non è ammessa dal diritto del mare quando è in gioco il salvataggio di persone naufragate ed è ammessa dalla legge italiana (dal 1942, anno di guerra!) soltanto in caso che l’approdo di una nave sia causa di “grave pericolo dell’ordine pubblico”. Non è il caso della Sea Watch, a meno che Salvini non si accorga (magari fra cinque mesi) che anche tra i profughi a bordo ci siano dei sospetti terroristi.

Se non c’è un decreto del ministero la sbandierata chiusura dei porti non esiste, è un flatus vocis, una balla confezionata per l’opinione pubblica disposta a farsi turlupinare. E se non c’è la chiusura dei porti non ci sono neppure i reati addebitati ai parlamentari che si sono recati sulla Sea Watch, i tre del primo giorno e poi quelli della “staffetta” organizzata dai parlamentari del partito democratico. Ci sono, invece, i reati configurati dal costringere una nave carica di persone a restare in mare senza una ragione legale, quelli per i quali i deputati democratici hanno denunciato in Procura il ministero dell’Interno e tutto il governo: abuso d’ufficio e sequestro di persona. Gli stessi, insomma, che il tribunale dei ministri di Catania vuole contestare a Salvini se il Senato concederà l’autorizzazione.

E così il cerchio si chiude. Le vicissitudini della Diciotti e della Sea Watch sono, in fondo, la stessa vicenda, il dipanarsi nel tempo degli effetti perversi della stessa politica (se la vogliamo chiamare tale), della stessa insipienza, della stessa inumanità, della stessa ipocrisia, della stessa ferocia dello stesso governo e degli stessi ministri. Ed è molto probabile che il secondo atto, quello che si sta svolgendo nelle acque di Siracusa, si concluderà come il primo: i profughi verranno sbarcati (ieri sera giravano voci che la cosa avrebbe potuto avvenire già nel corso della notte), riavranno la terra sotto i piedi e un po’ di speranza nel cuore, verranno accolti e curati e poi comincerà il penosissimo negoziato tra gli stati europei su chi prende chi. Macron, nel suo incontro a Cipro con Conte ha sbloccato l’impasse annunciando che nonostante l’ostilità e gli insulti che gli sono arrivati dall’Italia ne prenderà alcuni. Frau Merkel aveva già fatto capire che la Germania farà lo stesso. La Romania, Malta e il Portogallo saranno della partita. E prima che scorrano i titoli di coda di questo brutto film ci sarà chiaro chi ha vinto e chi ha perso. Salvini voleva che la Sea Watch il suo carico umano lo scaricasse in Africa, alla guardia costiera libica perché riportasse uomini e ragazzi nei campi delle torture e della morte o, almeno, in Tunisia e il feroce braccio di ferro gli è costato solo una nuova denuncia e un soprassalto di antipatia e di ostilità in chi già lo considera un pericolo per la democrazia e la civiltà dell’Italia. Di Maio e i suoi volevano che la Sea Watch attraversasse il Mediterraneo centrale squassato da una delle peggiori tempeste degli ultimi anni per portare i naufraghi a Marsiglia, solo per fare un dispetto ai francesi. Poi pretendevano che venisse convocato l’ambasciatore olandese perché la nave è iscritta nei registi navali dei Paesi Bassi e che la Sea Watch proseguisse per Rotterdam, all’altro capo d’Europa. Anzi no, i migranti dovevano essere caricati su un aereo e spediti nei Paesi Bassi, con una procedura che un impudente comunicato di Palazzo Chigi  ha osato definire un “corridoio umanitario” (sic!).

Niente di tutto questo è avvenuto, l’Italia ha collezionato l’ennesima brutta figura sulla scena internazionale. La Corte europea dei diritti dell’uomo non le ha intimato, come aveva chiesto il capitano della nave, di organizzare subito lo sbarco, ma ha imposto condizioni che suonano come un implicito atto di accusa al comportamento delle autorità italiane: garantite immediatamente alle persone che sono sulla nave le condizioni minime di civiltà che ora non sono garantite.

I governi europei, non “l’Europa” come si continua a sentir dire in una intollerabile deviazione linguistica, hanno mostrato per l’ennesima volta di non saper affrontare l’incombenza di trovare a 47 poveri cristi un posto dove mangiare, dormire e guarire dalle ferite in un continente di 500 milioni di abitanti. La Commissione di Bruxelles ha fatto il suo dovere, chiedendo ieri ufficialmente al governo italiano di far scendere subito i migranti a terra. Ma ancora una volta è apparsa drammaticamente chiaro a quali tremende conseguenze umane, a quanta sofferenza porta la mancanza di una coerente e coordinata politica europea per le migrazioni, che saranno il Grande Problema del mondo nel prossimo futuro.