Il giurista Ferrajoli:
maggioranze senza limiti
uccidono la democrazia

L’intervista al giurista Luigi Ferrajoli è un’anticipazione  dal libro di Bianca Di Giovanni “La dignità della persona nella Costituzione“,  edizione Ediesse, voluto da Inca per 70esimo della carta.

Nel suo ultimo libro – ‘Manifesto per l’uguaglianza’ pubblicato da Laterza – l’uguaglianza viene identificata con l’universalismo dei diritti fondamentali, di libertà e sociali, costituzionalmente stabiliti. I diritti che i patronati sono chiamati a difendere – salute, lavoro, assistenza per una vita dignitosa – rappresentano dunque, a suo parere, il cuore della Costituzione?

“Certamente. La Costituzione ha cambiato la natura dell’ordinamento italiano. Non è stata soltanto un no al fascismo e la carta costituente della nostra democrazia. E’ stata una vera a propria rivoluzione istituzionale. La Carta ha introdotto limiti e vincoli ai poteri, stabilendo, attraverso la stipulazione dei diritti fondamentali, quella che ho chiamato la “sfera del non decidibile”: ciò che nessuna maggioranza può decidere, ossia la limitazione delle libertà fondamentali, e ciò che qualunque maggioranza non può non decidere, cioè l’attuazione dei diritti sociali, come la salute o l’istruzione”.

Cosa ha comportato l’inserimento dei diritti sociali come precondizione della democrazia?

“Ha comportato, grazie alla rigidità della Costituzione collocata al vertice della gerarchia delle fonti, l’introduzione di una dimensione sostanziale della democrazia; la quale non consiste più, come nel vecchio Stato liberale e legislativo di diritto, nell’onnipotenza della maggioranza, e perciò nelle sole forme e procedure che garantiscono tale onnipotenza in rappresentanza della volontà popolare espressa dal suffragio universale”.

Per la verità molti ancora oggi pensano che la democrazia sia quello: si vota, chi vince comanda.

“Sì, questo purtroppo è ancora il senso comune, alimentato dall’analfabetismo istituzionale del ceto politico e di gran parte del mondo giornalistico. Ma non è affatto questo che è stato conquistato con la Costituzione. Abbiamo al contrario scoperto, all’indomani della Liberazione dal fascismo, che l’onnipotenza della maggioranza può portare, come era avvenuto in Italia e in Germania, al suicidio della democrazia. Giacché la maggioranza, in assenza di limiti costituzionali, può ben sopprimere la democrazia. Non dimentichiamo che sia Mussolini che Hitler andarono al potere con le elezioni, per vie legali, e per vie legali hanno soppresso la democrazia. Fu proprio sulla base delle tragedie dei totalitarismi e delle guerre che le Costituzioni del dopoguerra – quella italiana, quella tedesca, quella giapponese e poi le costituzioni successive in altri paesi liberatisi dalle dittature, come in Spagna, in Portogallo e in America Latina – si sono affermate come un “mai più” all’onnipotenza di qualunque potere. E lo hanno fatto attraverso la stipulazione di una serie di principi vincolanti e inderogabili da qualunque maggioranza, come l’uguaglianza, la dignità della persona e i diritti fondamentali”.

Ecco, entriamo nel dettaglio dei diritti fondamentali.

“Vi sono due classi di diritti fondamentali. In primo luogo i diritti di libertà, che stabiliscono limiti, ossia ciò che la maggioranza non può decidere: il divieto, appunto, di lesioni delle libertà fondamentali (come la libertà personale e le libertà di pensiero, di riunione e di associazione); in secondo luogo i diritti sociali, ossia ciò che la maggioranza non può non decidere, cioè deve decidere; quindi non semplicemente divieti, ma anche obblighi, quelli consistenti nel dovere di produrre leggi di attuazione dei diritti sociali alla sussistenza (come i diritti alla salute, all’istruzione, alla previdenza, all’assistenza). I primi sono aspettative negative, cioè diritti a non lesioni, che impongono alla sfera pubblica un passo indietro a garanzia dell’immunità della persona da indebite costrizioni. I secondi sono aspettative positive a prestazione, che impongono invece alla sfera pubblica un passo avanti, cioè l’obbligo di introdurre le loro garanzie, come la sanità e la scuola pubblica, la previdenza e l’assistenza, che dovrebbero essere gratuite, oltre che dovute e universali.

Si comprende quindi la portata del mutamento di paradigma rispetto non solo al fascismo, per quanto riguarda le libertà che il regime fascista aveva soppresso insieme alla democrazia politica stracciando lo Statuto albertino, ma anche rispetto al vecchio Stato liberale. Nel vecchio modello liberale la legge era la fonte suprema, non essendo concepibile nessuna fonte superiore alla legge e alla volontà legislatrice del Parlamento. Non a caso le leggi fascistissime di Mussolini che fecero a pezzi lo Statuto erano formalmente valide perché validamente approvate dal Parlamento. La rivoluzione del 1948 è consistita nella stipulazione della rigidità della Costituzione, cioè nel principio che una legge ordinaria successiva, con essa in contrasto, non solo non può modificarla ma è invalida e destinata ad essere annullata dalla Corte costituzionale. Questo vuol dire che i principi costituzionali sono sopraordinati alla legislazione e che la politica non può derogare alla Costituzione ed è obbligata ad attuarla”.

Una rivoluzione copernicana.

“Sì, il mutamento di paradigma ha introdotto una nuova dimensione della democrazia, che ben possiamo chiamare “sostanziale” dato che ha a che fare non con le forme ma con la sostanza, cioè con i contenuti delle leggi; non con il ‘chi’ e il ‘come’ (il voto, la maggioranza) ma con il ‘che cosa’ delle decisioni, la cui violazione genera l’invalidità delle norme e perciò la loro annullabilità da parte della Corte Costituzionale. I diritti fondamentali, di libertà e sociali, stabiliti dalla Carta sono altrettanti limiti e vincoli cui la maggioranza deve attenersi, in forza del divieto costituzionale di limitare i primi e l’obbligo di attuare i secondi.

Cosa vuol dire, allora, che la sovranità appartiene al popolo, come dice l’art. 1 della nostra Costituzione?

“Vuol dire che, non esistendo nello Stato costituzionale poteri sovrani, perché sono tutti soggetti alla legge e alla Costituzione, la sovranità appartiene al popolo e a nessun altro. E poiché il popolo non esiste come macro-soggetto ma è l’insieme di tutti noi, la sovranità popolare equivale alla somma di quei frammenti di sovranità che sono i diritti fondamentali – quelli di libertà, quelli politici, quelli civili e quelli sociali – di cui tutti e ciascuno di noi siamo titolari”.

I diritti di libertà e quelli sociali hanno lo stesso peso giuridico? La stessa statura?

“Certamente. La sola differenza è che i diritti di libertà, consistendo in limiti, sono immediatamente vincolanti, nel senso che qualunque legge con essi in contrasto (per esempio la censura) è invalida e deve essere annullata. Per i diritti sociali, invece, si richiedono leggi di attuazione, cioè leggi che introducano le relative garanzie. Non basta stipulare il diritto alla salute o il diritto all’istruzione perché vengano ad esistenza gli ospedali o le scuole pubbliche e il loro obbligo di curare e di istruire. Sono necessarie leggi di attuazione, cioè le leggi sulla sanità e sull’istruzione che ho sopra ricordato. Per questo possiamo ben dire tutta la costruzione dello Stato Sociale è una costruzione della democrazia”.

Sembra davvero una novità dirompente rispetto al passato.

“Una novità che però oggi viene aggredita e dissolta, nel senso che, nonostante la vittoria del referendum costituzionale, la Costituzione è scomparsa dall’orizzonte della politica e stiamo assistendo ad una dissoluzione dello stato sociale, del diritto del lavoro, cioè delle garanzie dei diritti sociali e dei diritti dei lavoratori conquistati in decenni di lotte. La politica è sempre più subalterna ai mercati e sempre meno alla Costituzione”.

Riprendendo la legge che disciplina i patronati del 2001, il primo riferimento è all’articolo 2 della Costituzione. Possiamo commentare le parole utilizzate nel testo, in questo caso la solidarietà.

“La solidarietà è un sentimento soggettivo che suppone l’uguaglianza. I ‘doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale’, di cui parla l’art. 2 della Costituzione, consistono infatti in primo luogo nel dovere di tutti di rispettare le differenze di identità – di sesso, di lingua, di nazionalità, di religione, di opinioni politiche e di condizioni personali e sociali, come dice il primo comma dell’art.3 – che fanno di ciascuna persona un individuo differente da tutti gli altri e di ciascun individuo una persona come le altre; in secondo luogo, nel dovere di tutti e soprattutto della sfera pubblica di ‘rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale’, come dice il secondo comma del medesimo articolo, che limitano ‘di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini’. Nel primo senso l’uguaglianza e la solidarietà escludono razzismi, nazionalismi e fondamentalismi religiosi; nel secondo senso esse escludono forme di sfruttamento, di povertà e di emarginazione sociale quali sono quelle prodotte da un capitalismo senza regole. La solidarietà allude allora alla lotta di ciascuno e di tutti per i diritti di ciascuno e di tutti. Equivale alla terza parola del motto della Rivoluzione francese, alla fraternità, e perciò al senso civico, allo spirito pubblico, al senso di appartenenza a una comunità di uguali”.

Nell’articolo 3 si cita un’altra parola importante: “dignità” (pari dignità sociale).

“L’articolo 3 è un articolo fondamentale perché definisce una nozione complessa di uguaglianza che, come ho appena detto, si articola in due principi. Il primo principio è l’uguaglianza formale, che chiamerei anche ‘uguaglianza liberale’, enunciata dal primo comma, laddove stabilisce che tutti sono uguali senza distinzioni di sesso, di lingua, di religione ecc., in forza della “pari dignità sociale” associata a tutte queste differenze e garantita dai diritti di libertà, che sono tutti diritti alle proprie differenze, quali che siano, in quanto fattori costitutivi dell’identità e perciò della dignità della persona. Poi c’è un secondo principio, quello di uguaglianza, che chiamerei anche ‘uguaglianza sostanziale’, enunciato dal secondo comma, che impone la rimozione delle disuguaglianze economiche e sociali, le quali, diversamente dalle differenze, non sono valori ma disvalori; non attengono all’identità della persona ma solo alle sue condizioni materiali di vita e come tali vanno rimosse o ridotte attraverso la garanzia dei diritti sociali”.

Perché nell’articolo 1 si cita il lavoro, si dice che la Repubblica è “fondata” sul lavoro?

“Anche questa è stata una rivoluzione. Nella tradizione liberale il lavoro era squalificato, screditato. Come scrissero perfino Kant e Constant il diritto di voto doveva essere attribuito soltanto a chi avesse qualche proprietà e non dipendesse, come i lavoratori dipendenti, dalla vendita della propria forza lavoro. Questa svalutazione del lavoro viene letteralmente ribaltata dalla nostra Costituzione che al suo primo articolo valorizza il lavoro come fondamento della Repubblica, unitamente all’affermazione della sovranità popolare e quindi al suffragio universale”.

Dunque, si ridà valore al lavoro per sostenere il suffragio universale?

 

“L’ articolo 1 stabilisce il valore del lavoro. Questa norma viene sempre trascurata, come se fosse un’affermazione retorica. Essa impone invece una specifica garanzia: la dignità del lavoro, che perciò secondo la nostra Carta non è più una merce e come tale non deve essere trattata, bensì il valore fondante della Repubblica in quanto espressione primaria della persona. Tutta la questione dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori va impostata a partire da questo supremo principio costituzionale. Quanti hanno voluto sopprimere l’art. 18 non hanno capito che questa soppressione, al di là dei suoi gravissimi effetti pratici, lede la dignità del lavoro, e lo trasforma in una merce. C’è una frase bellissima di Kant che esprime questa opposizione tra dignità e merce: ciò che ha dignità non ha prezzo, dice Kant, e ciò che ha prezzo non ha dignità. Stabilire che un lavoratore può essere cacciato senza giusta causa dal suo posto di lavoro pagando alcune mensilità equivale a trasformare il lavoratore in una merce, che può essere pagata o sostituita come se fosse una macchina ad arbitrio del padrone, e perciò a negare la sua dignità di persona. E’ un mutamento di statuto del lavoratore. Mentre la Costituzione ha fondato sul lavoro la Repubblica, e tutta la legislazione successiva ha fatto del lavoro una dimensione della persona, così superandone la sua vecchia concezione puramente privatistica e contrattualistica e conferendo al rapporto di lavoro una dimensione pubblicistica, il Jobs Act ha compiuto il percorso inverso, producendo una regressione premoderna dell’intero diritto del lavoro”.

Il riferimento al lavoro è una novità, ma è anche un’eccezione rispetto a altre Costituzioni dello stesso periodo.

“E’ vero, questa esplicita valorizzazione del lavoro è un tratto caratteristico della Costituzione italiana. Tuttavia, in tutte le Costituzioni avanzate il lavoro è garantito e tutelato attraverso i diritti. In Italia, negli anni ’60 e ’70, in particolare con lo Statuto dei lavoratori, fu costruito un diritto del lavoro tra i più garantisti. Poi, dagli anni Ottanta in poi, si è sviluppata una demolizione progressiva, che ha fatto dell’Italia uno dei paesi europei più arretrati in materia di lavoro. La demolizione è avvenuta con la precarizzazione dei rapporti di lavoro, completata dall’abolizione dell’articolo 18, che ha significato la fine di qualunque garanzia anche nei rapporti a tempo indeterminato: un lavoratore, infatti, non può difendere i suoi diritti se il suo contratto dura un mese o due mesi e può non essere rinnovato, oppure se può comunque essere licenziato senza giusta causa. Abbiamo insomma assistito a un arretramento all’arbitrio padronale di tipo ottocentesco, quando il lavoratore non aveva diritti.

In più c’è stata una svalutazione scandalosa dei salari. Luciano Gallino ha calcolato che negli ultimi 40 anni si è prodotto un gigantesco trasferimento di denaro – 15 punti di Pil ogni anno, pari a 240 miliardi d euro – dal lavoro al capitale e alla rendita. Sono stati abbassati i salari e le pensioni, sono cresciuti lo sfruttamento e la precarietà di vita, sono state ridotte le garanzie dei diritti sociali con i tagli alla sanità e all’istruzione. E con la riduzione dei diritti dei lavoratori e dei diritti sociali e con l’aumento della povertà si è altresì prodotta una regressione dell’economia, essendo stata ridotta la produttività individuale e con essa la produttività collettiva”.

Spesso il legislatore oggi tende ad escludere i cittadini immigrati da alcuni servizi. A questo punto ci si chiede: il cittadino descritto dalla Costituzione è solo quello italiano?

“I diritti sociali sono attribuiti a tutti in quanto persone. E naturalmente anche quelli di libertà. Va peraltro ricordato che la cittadinanza è oggi diventata una categoria equivoca, essendo entrata in contraddizione con il principio di uguaglianza. Da fattore di inclusione è diventata un fattore di esclusione, trasformandosi nell’ultimo privilegio di status legato alla nascita e all’identità personale. D’altra parte, in tema di immigrazione non dovremmo mai dimenticare che il diritto di emigrare fu teorizzato come diritto naturale universale nel ‘500 dal grande teologo e filosofo Francisco De Vitoria, che lo proclamò quale fonte di legittimazione della conquista, quando erano gli spagnoli, gli europei che dovevano legittimare, con lo ius migrandi, le loro conquiste e le loro colonizzazioni. Da allora, il diritto di emigrare è rimasto una norma fondamentale del diritto internazionale, stabilito anche nella Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948, giacché è servito a legittimare le nostre migrazioni, quando gli europei non si limitavano ad emigrare, ma andavano a conquistare, a depredare, a invadere, a sottomettere e a colonizzare i paesi poveri.

Oggi quel diritto, che per cinque secoli abbiamo concepito come universale perché serviva a legittimare le nostre guerre di conquista, viene negato a quanti premono alle nostre frontiere spinti dalla fame e dalle guerre provocate dalle nostre politiche. Oggi che la situazione si è ribaltata, e sono le persone che fuggono dai loro paesi depredati e impoveriti dalle nostre colonizzazioni per venire nei nostri paesi, l’esercizio di quel diritto si è paradossalmente capovolto nel suo contrario, in un reato, quello di immigrazione clandestina, che fa di questi migranti delle non-persone. E’ una cosa assolutamente vergognosa”.

Lei parla di un diritto che sta alle radici dell’Europa moderna, mentre oggi le migrazioni sono viste come una minaccia all’identità europea.

“Infatti l’altro paradosso è proprio questo. Con queste leggi e con queste politiche contro l’immigrazione, l’Italia e l’Europa stanno negando se stesse. Le destre protestano contro quella che chiamano una lesione della nostra identità culturale da parte dell’eccessiva presenza di immigrati nel nostro paese. In realtà, ciò che da queste proteste viene lesa è la loro identità, la loro identità razzista, il loro falso cristianesimo di facciata, la loro intolleranza per i diversi. Mentre, al contrario, sono le politiche contro l’immigrazione – le odierne leggi razziali, i muri, i fili spinati, i respingimenti in mare, la campagna di denigrazione delle navi dei volontari, che hanno salvato migliaia di persone – che stanno negando e distruggendo l’identità politica e morale dell’Europa, quella disegnata dalle carte di identità dei nostri paesi – cioè le nostre Costituzioni – con i loro diritti e i loro principi di uguaglianza e di pari dignità delle persone solo perché tali.

Oggi l’Europa sta perdendo questa sua identità: non è più l’Europa civile, solidale, dei diritti e dello Stato Sociale, che per decenni è stato un modello di civiltà e di progresso, ma sta diventando un’Europa razzista, chiusa come una fortezza nei propri egoismi e nei propri nazionalismi e sovranismi. L’Unione Europea era nata contro i nazionalismi, contro i razzismi, contro i genocidi. Invece oggi assistiamo a una gigantesca omissione di soccorso: alla morte in mare di decine di migliaia di persone, all’abbandono al freddo e alla fame di quanti si accalcano alle nostre frontiere; alle vessazioni e alle torture cui vengono sottoposti i migranti da noi respinti e segregati nei lager libici o turchi.

Stiamo costruendo un mondo basato sulle disuguaglianze e sulle discriminazioni. A causa dell’odierna globalizzazione senza regole, senza una sfera pubblica alla sua altezza, si è sviluppata una crescita delle diseguaglianze che non ha precedenti nella storia. L’ultimo dato è impressionante: le 8 persone più ricche del mondo hanno una ricchezza pari a quella dei 3 miliardi e 600 milioni più poveri, cioè una ricchezza 450 milioni di volte superiore alla media della metà più povera della popolazione mondiale.

Rawls riteneva che la diseguaglianza massima tollerabile in un paese civile fosse di uno a 20, Platone addirittura di 1 a 5, qui siamo di uno a mezzo miliardo. E’ una disuguaglianza che provoca non solo milioni di morti per fame, per malattie non curate, per mancanza di acqua o alimentazione di base o di farmaci salvavita, ma anche, inevitabilmente, violenze, criminalità e terrorismo. Sarebbe un imperativo di ragione, prima che morale, nell’interesse di tutti e non solo dei più poveri e dei più deboli, contrastare queste tragedie con politiche sociali, di inclusione anziché di esclusione”

E invece?

“Invece la politica è totalmente assente, afasica, impotente nei confronti dei mercati, tanto quanto è onnipotente nei confronti della società. Questo crollo della politica è anche un effetto della sua crescente distanza dalla società, provocata a sua volta dalla smobilitazione sociale dei partiti, che hanno cessato di esseri organi della società e si sono trasformati in gruppi di potere, macchine elettorali gravitanti intorno ai loro capi. Ne è prova la crescita dell’astensionismo che ha ormai raggiunto la metà dell’elettorato. Ma non è solo la quantità del voto che è diminuita. Anche la qualità del voto è cambiata. Si vota per paura, per disprezzo di altre formazioni, per il meno peggio. Stiamo insomma assistendo al crollo della rappresentanza e quindi della vecchia dimensione politica e rappresentativa della democrazia”.

La legge dei patronati rimanda anche all’articolo 18 della Costituzione sulla libera associazione.

“Ovviamente le forme di associazione più importanti sono quelle dei partiti e dei sindacati. I partiti, secondo l’articolo 49 della Costituzione, sono i luoghi nei quali i cittadini hanno diritto di “concorrere a determinare la politica nazionale”. Lo sono stati in passato, ma certamente oggi hanno cessato di esserlo. Gli iscritti contano sempre meno. I leader si confrontano nei talk show e i cittadini, anziché concorrere a determinare la politica nazionale, sono ridotti al ruolo di spettatori passivi delle apparizioni e degli scontri televisivi tra leader.

Ebbene, io credo che l’unica possibile anche se improbabile rifondazione della democrazia è oggi la rifondazione dei partiti. Quanto meno dei partiti a sinistra. La destra può permettersi di non avere partiti, ma la sinistra senza rappresentanza non può sopravvivere. Questa mancanza di rappresentatività dei partiti è legata alla loro mancanza di democrazia interna.

Io ho sempre sostenuto che regole di democrazia interna, visto come sono ridotti oggi i partiti, dovrebbero essere imposte dalla legge, a garanzia dei diritti politici dei cittadini. La prima regola dovrebbe essere la separazione dei poteri, cioè l’incompatibilità tra cariche di partito e cariche istituzionali anche elettive: per restituire i partiti al loro ruolo di organi della società e non dello Stato; per restituirli al loro ruolo di istituzioni titolari del potere di indirizzo politico quale si manifesta nell’organizzazione del dibattito di base e dei congressi, nella selezione delle candidature e nel chiamare a rispondere gli eletti; per evitare i conflitti di interesse, che si manifestano nelle auto-candidature dei dirigenti e di quanti sono a loro fedeli.

In breve, i dirigenti che si candidano alle elezioni nelle istituzioni dovrebbero lasciare il loro posto ad altri in grado di controllarli. Solo così si ristabilirebbe l’alterità tra partiti e istituzioni rappresentative, tra controllori e controllati, che forma il presupposto della rappresentanza; e i partiti riacquisterebbero credibilità politica e capacità di aggregazione nella società”.

Gli articoli 31 e 32 tutelano la famiglia e la salute. Secondo lei questi principi sono stati attuati?

“La legge degli anni 80 ha introdotto uno dei sistemi sanitari più avanzati del mondo. Ma in questi anni i nostri governi sono stati capaci solo di peggiorarlo. Si sono ridotti gli investimenti, i tempi di attesa sono diventati sempre più lunghi e soprattutto sono stati introdotti questi maledetti ticket che comportano un importo ridicolo rispetto alla spesa sanitaria – appena il 4%, poco più di 4 miliardi di euro su una spesa di oltre 100 miliardi – oltre tutto spesi in gran parte per la mediazione burocratica. Benché si tratti di somme modeste, le persone povere non sono in grado di pagarli, tanto che oggi 11 milioni di persone rinunciano alle cure. E’ uno scandalo. A mio parere questi ticket sono incostituzionali, perché il diritto alla salute è un diritto universale, come tale gratuito ed uguale, che non può essere monetizzato senza negare se stesso”.

L’articolo 35 tutela il lavoro, e qui torna il tema dell’articolo 1.

“A sostegno della lesione dei diritti sociali e del lavoro viene sempre portato l’argomento dei costi. E’ una tesi fallace, che deve essere capovolta. L’Italia era un cumulo di macerie nel ’45, e grazie a una politica che ha preso sul serio la Costituzione, il principio di uguaglianza, il valore del lavoro e i diritti sociali alla salute e all’istruzione è diventata la quinta o la sesta economia mondiale. Dire che non ci sono i mezzi per garantire i diritti è una scusa ridicola. I mezzi ci sono, l’Italia è un paese molto più ricco di quanto non sia mai stato in passato, solo che i ricchi sono sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri. Contro questa iniquità occorrerebbe applicare seriamente il principio di progressività delle imposte, oggi ignorato e violato”.

Perché violato?

“Perché non è progressivo né tanto meno giusto un sistema fiscale nel quale l’aliquota massima è del 43% per redditi superiori ai 75.000 euro annui e per redditi milionari. Le ricchezze sterminate, di cui ho sopra parlato, non hanno alcuna giustificazione, né morale, né politica e neppure economica. Non si capisce perché non debbano pagare aliquote più alte, anche oltre l’80 o il 90%, come avvenne negli Stati Uniti ai tempi di Roosevelt e ancora agli anni di Johnson.

L’articolo 38 sull’assistenza sociale mi pare vada a finire nella stessa direzione: continuano a dire che non ci sono i soldi.

Operaio edile su ponteggio

“Infatti, l’argomento è sempre lo stesso. C’è una vistosa lacuna nel nostro ordinamento. L’articolo 38 prevede che siano “assicurati mezzi adeguati alle esigenze di vita” non solo in caso di “infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia” ma anche in caso di “disoccupazione involontaria”. Impone, dunque, l’introduzione di un reddito di cittadinanza. Il cosiddetto reddito di inclusione introdotto da questo governo è una cosa ridicola. Intanto ha una durata limitata a 18 mesi, e quindi non si può definire reddito. In secondo luogo, viene dato a chi è in condizione di povertà estrema, e non a tutti: è destinato a circa 400mila famiglie, pari a un milione e mezzo di persone, quando i poveri sono 8 milioni. Per non parlare della lunga serie di condizioni e di cavilli burocratici da rispettare, una vera impresa per chi è in quelle condizioni. Infine, la quantità dell’aiuto è risibile: 190 euro per i singoli e 380 per le famiglie, ovviamente insufficiente a garantire i minimi vitali”.

Possiamo dire che l’articolo 38 è davvero lontano dall’essere attuato?

“L’Italia è uno dei pochi Paesi europei, che è priva di questa elementare garanzia della sopravvivenza che oggi, con la crescita della disoccupazione e della povertà, sarebbe più necessaria che mai. Ma io credo che la forma migliore di garanzia della sopravvivenza dovrebbe essere un reddito minimo universale, recuperato con un serio prelievo fiscale. Sarebbe una misura garante della dignità della persona, perché priva di connotati caritatevoli di stigmatizzazione sociale, e che non richiederebbe nessuna limitazione della libertà personale quale quella necessariamente prodotta dai tanti accertamenti e controlli richiesti invece per il reddito di base ai soli bisognosi.

Con universale intende per tutti?

“Sì, certo, da finanziare attraverso un prelievo fiscale serio, fino al 90% per redditi altissimi. Ne risulterebbero ridotte le distanze tra i ricchi e i poveri, perché nessuna impresa pagherebbe un salario destinato ad essere tassato al 90%. Oltre un certo limite la ricchezza non ha nessuna giustificazione e, aggiungerei, nessuna utilità. In questi ultimi vent’anni gli stipendi dei manager delle grandi imprese sono decuplicati, raggiungendo milioni di euro l’anno. Sono cifre spaventose, la cui riduzione con il prelievo fiscale è un principio banale di equità. La sola ragione per la quale una simile redistribuzione del reddito sembra un’utopia è che risulta stranamente utopistico porre limiti all’accumulazione della ricchezza”.

Come giudicare il fatto che la Costituzione per i diritti sociali non è ancora attuata?

“Con l’irrazionalità del sistema politico. Siamo cresciuti sul piano economico grazie alla costruzione dello Stato Sociale e stiamo oggi in sostanziale stagnazione e recessione simultaneamente alla riduzione delle prestazioni sociali. La ragione è semplice: le spese nei diritti sociali, nella sanità e nell’istruzione, come ho sopra accennato, sono gli investimenti produttivi primari, senza i quali non c’è possibilità di sviluppo”.

Non si potrebbe pensare che invece non si attua oggi perché non è moderna, è stata sconfitta dalla storia, che è andata da un’altra parte?

“Sconfitta da chi? La storia è andata da un’altra parte, nel senso che si è affermata la legge del più forte. I ricchi difendono le loro ricchezze sfruttando i più poveri, svalutando il lavoro, infischiandosene del fatto che esistono 2 miliardi di persone nel mondo che soffrono la fame, che in Italia la povertà è raddoppiata, e i poveri sono passati da 4 a 8 milioni. Tutto questo nei tempi lunghi è fonte di criminalità, di violenza, di insicurezza, di terrorismo. Non a caso i paesi che godono di maggior sicurezza e benessere sono quelli in cui la diseguaglianza è minore, mentre i paesi nei quali la diseguaglianza è maggiore sono anche quelli con maggiore criminalità. Insomma, tutto si tiene: i diritti sociali sono il primo investimento produttivo, senza il quale entra in crisi la democrazia ma anche l’economia e la sicurezza”.