Il giovane Marx, quando la rivolta
è un grande atto d’amore

 

“Il n’y a pas de bonheur sans révolte” (non c’è felicità senza rivolta), così l’aristocratica Jenny al suo giovane Karl Marx. Per amore di lui, figlio di un ebreo convertito, si è trovata immersa in una vita di povertà, illegalità, peregrinazioni in mezza Europa.

“The Young Karl Marx” tratteggia in modo godibile e senza pretesa di esaustività il profilo del filosofo negli anni di attività che porteranno nel 1848 alla stesura de Il Manifesto del Partito Comunista, ma è anche e forse soprattutto una messa in scena della continua tensione ancora irrisolta che anima gli individui che votano la propria vita al pensiero e alla collettività. Non è un caso che una delle prime scene del film sia di intesa e di passione anche carnale fra i due, unica parentesi spensierata in una vita stretta fra il genio in corso di affermazione di lui e la difficoltà di sostentarsi poggiando proprio su quel genio.

La rivolta è sempre un atto d’amore. Poiché lottare è per definizione spiacevole, ha dei costi psicologici e talvolta fisici enormi. Per questo non lo si fa se non si è spinti da grandi passioni. La lotta, che sia intellettuale o politico-sociale, non si origina se non si teme di perdere qualcosa di vitale, se non si sente la propria condizione come insostenibile e si vuole ardentemente conquistare e godere qualcos’altro. Senza questo “altro” la mera sottoposizione ad un giogo non costituisce condizione sufficiente affinché si inneschi la rivolta. In questo senso, se il marxismo è stato l’ingresso potente della razionalità e del materialismo nella filosofia e nella storia della sinistra, il giovane Karl Marx di Raoul Peck è fondamentalmente un romantico. Così come lo sono coloro che lo circondano e animano il chiasmo dellle coppie e delle possibilità: il Marx spiantato con Jenny che rinuncia all’aristocrazia e il giovane Engles, nato borghese, che rinuncia ai privilegi per avere col padre – letteralmente padrone – un rapporto meramente di lavoro e sposare una sua ex dipendente licenziata perché agitratrice in fabbrica.

Il film offre un ritratto non solo del pensatore ma di un principio: chi abbia davvero in animo di cambiare il mondo, o anche solo qualcosa, deve fare sacrifici personali enormi. Perché il confine tra proporre una filosofia e una visione trasformativa della società, e dare effettivamente battaglia per quelle idee è sottile e complicato: è necessario capire quando le due cose si possono e si devono fare insieme e quando no. I giovani Marx ed Engels partecipano più che attivamente alla Lega dei Giusti, ma poi il primo sente il bisogno di ritrarsi nella sola scrittura e questo appare in contraddizione con l’imminente sollevazione popolare che il ’48 porterà con sé. è necessario gestire il continuo affanno fra i soldi che servono a mantenersi per scrivere e pensare e il tempo che serve a farlo, che non può essere di lavoro stipendiato. Quanto si deve a questa realizzazione dell’utopia marxista della “[…] società comunista, in cui ciascuno non ha una sfera di attività esclusiva ma può perfezionarsi in qualsiasi ramo a piacere, la società regola la produzione generale e appunto in tal modo mi rende possibile di fare oggi questa cosa, domani quell’altra, la mattina andare a caccia, il pomeriggio pescare, la sera allevare il bestiame, dopo pranzo criticare, cosí come mi vien voglia; senza diventare né cacciatore, né pescatore, né pastore, né critico”?

Infine, poiché pensare il mondo e i collettivi richiede un’assenza costante dalla propria vita privata, dalle soddisfazioni immediate, dalla serenità e spesso anche la privazione materiale, dedicarvisi significa rinunciare in partenza a delle soddisfazioni private e personali. Quasi nessuno, se fossimo quell’homo oeconomicus su cui tante teorie sociali ed economiche si basano, lo farebbe. L’umano invece è complesso e per questo, gli è preziosissimo trovare qualcuno con cui condividere l’impegno intellettuale e qualcuno sentimentalmente disposto a sopportare e star accanto a queste personalità.

E’ così che ne “Il giovane Karl Marx” la bellezza e l’amore trovano il loro posto nel crudo materialismo, nell’asprezza della lotta di classe. Tutt’altro che il vago richiamo alla gentilezza, fatto da un delegato durante l’incontro della Lega dei Giusti, che viene prontamente tacitato da Engels. Il marxismo ha portato la sinistra fuori dal generico sentimento filantropico, per mettere una parte politica al servizio di una concreta lotta di costruzione di un sistema alternativo, e ha portato la sinistra fuori dalla generica ricerca di uguaglianza, fornendo gli strumenti di analisi e trasformazione del mondo in direzione di una realtà più umana.

Da quando la sinistra è tornata filantropia, ha espulso dalla propria grammatica il socialismo e ha sposato l’ossessione del mero vago richiamo alla vergogna delle diseguaglianze, sopravvive nelle sedi culturali, in qualche fondazione, in alcune istanze sindacali (i cui animatori non necessariamente si politicizzano a sinistra per altro), lontana dalla popolarità e dall’effettualità alla quale il marxismo l’aveva condotta. Il Novecento è stata una parentesi probabilmente irripetibile della storia umana: le masse con un’identità (di classe ma non solo) e le ideologie costituivano un binomio che non può vivere di uno solo dei due termini. Oggi si vive una condizione sociale paradossalmente assai più simile proprio alla metà dell’800 che ha conosciuto Marx: ci sono nuove ideologie, informi e non codificate, ma non c’é la politica né la coscienza collettiva; ci sono le masse ma si presentano come volgo e come individualità disperse, senza organizzazione e senza posto nella dialettica della storia.

In questo senso, se molto novecentesca è l’analisi economica di una parte importante degli scritti di Marx, attuale e persino profetica per il ventunesimo secolo è invece la sua sociologia. Valido per il futuro e universalmente è poi lo spirito di coraggio e amore che anima gli uomini e le donne che fanno della critica una ragione di vita e spesso anche di morte.

La rivolta è un’etica, come sosteneva un filosofo autorevole in materia come Albert Camus. Ed è forse soprattutto una grande passione: quella delle menti libere e degli spiriti indomiti dei quali non si cessa di aver bisogno anche oggi.