Il G7 e quella strana teoria sulla disuguaglianza

“Le disuguaglianze sociali fanno male all’ambiente e al clima”. E’ lo slogan altisonante del G7 Ambiente che si è svolto a Metz, e che la Francia, Paese ospitante, ha voluto inserire tra le priorità di questa riunione. E sapete con quale “stimabile” motivazione? “I Paesi più poveri non hanno soldi per tutelare l’ ambiente e per investire su modelli produttivi più sostenibili, dalle energie rinnovabili al riciclo dei materiali al risparmio energetico. Di conseguenza emettono molta CO2, abbattono le foreste, inquinano fiumi e mari con plastica e sostanze chimiche, e finiscono per fare estinguere specie animali e vegetali, distruggendo i loro habitat”. Fantastico! I poveri del mondo hanno causato l’effetto serra, che ha prodotto i cambiamenti climatici, che stanno distruggendo il Pianeta.

Un mondo al rovescio si sta componendo sotto i nostri occhi allibiti, in cui le parole “per non dirlo” sono molte e più artefatte e i menestrelli della carta “straccia” molto più agguerriti. E straparlano. E’ un dilagare di “straparole”. Che ancora non sono giunte alle orecchie dei nostri governanti d’accatto, perché avrebbero nuove frecce nei loro archi propagandistici. Sarebbe la chiusura del cerchio strategico contro gli immigrati per uno come il nostro ministro della “malavita”, che potrebbe finalmente fermare “con ragione” i poveri che arrivano con i barconi: sono loro la causa del surriscaldamento. Un delirio in cui ci stiamo infilando testa, mani e piedi. E il G7 Ambiente lo santifica.

E…quando accade? Proprio quando una fanciulla, Greta, la “miccia” come lei stessa si è definita, ha acceso i motori di una protesta che punta il dito contro i sistemi di potere economico e politico dell’intero pianeta. E che li chiama in causa per aver incendiato la nostra casa comune. Perché è vero che le diseguaglianze sociali fanno male all’ambiente, come gli ecologisti urlano inascoltati da tanti, troppi anni, ma proprio per il contrario della tesi farneticante del G7 di Metz.

I legami tra il degrado dell’ambiente e le disuguaglianze sociali ed economiche sono stati oggetto di molti studi anche empirici, che hanno esplorato questo rapporto, soprattutto con riferimento ai problemi ambientali di carattere globale, tra i quali, in primo luogo, i cambiamenti climatici. Una parte di studiosi (Hsiang 2017) ha dimostrato come a soffrire di più del degrado ambientale sono le zone più povere con effetti di aggravamento delle disuguaglianze, dovuti a quello che viene considerato potenzialmente il più grande trasferimento di ricchezza dai poveri ai ricchi, cioè da chi non ha molte responsabilità per quel che accade all’ambiente a chi, invece, sembra averne molte.

Altri studi (Baek e G. Gweisah, 2013), al contrario, hanno indagato la direzione causale opposta, dimostrando come la riduzione delle disuguaglianze ha effetti benefici sulla qualità dell’ambiente sia nel breve che nel lungo periodo. Con riferimento alla Cina, gli studiosi J. Golley e X. Meng (2012) hanno sostenuto che la redistribuzione di reddito dai ricchi ai poveri avrebbe l’effetto di ridurre le emissioni. Una tesi confermata anche da Zhuang e W. Zhao nel 2014. Grunewald ha stabilito, nel 2017, che gli effetti della disuguaglianza sull’ambiente dipendono, effettivamente, anche dal livello del reddito medio. In particolare, nei paesi dove quest’ultimo è più alto, un aumento delle disuguaglianze aggrava le emissioni inquinanti, diversamente da quanto accade nei paesi mediamente più poveri. In particolare, è stato dimostrato che negli anni più recenti, nei paesi ad alto reddito, l’aggravarsi della disuguaglianza ha prodotto un incremento delle emissioni. Ne consegue che la concomitanza di redditi elevati, distribuiti in maniera diseguale è la più dannosa per la qualità dell’ambiente.

Decisiva sarebbe, secondo uno studio statunitense riferito al periodo 1997/2012, la quota di reddito concentrata nelle mani del 10% più ricco della popolazione. Quando questa quota cresce, la qualità dell’ambiente peggiora significativamente mentre non si verifica un simile effetto se il peggioramento della disuguaglianza riguarda, per così dire, il resto della distribuzione. Il problema sarebbe dovuto soprattutto ai molto ricchi e ai super-ricchi. E, la responsabilità sta negli stili di vita e nelle abitudini di consumo dei ricchi.

Secondo un rapporto di Oxfam, i più grandi inquinatori (pro capite) al mondo sarebbero, appunto, coloro che rientrano nel 10% più ricco della popolazione USA con emissioni annue pari a 50 tonnellate di CO2. Invece, il 50% più povero della popolazione sarebbe responsabile soltanto del 10% delle emissioni globali di CO2, mentre la corrispondente quota per l’1’% più ricco, sarebbe il 50%.

Una conferma  viene anche dalle indagini di L. Chancel e T. Piketty del 2015, in cui si dimostra che i maggiori inquinatori sono coloro che rientrano nell’1% più ricco dei paesi ricchi (Stati Uniti, Lussemburgo, Singapore e Arabia Saudita), con emissioni pro capite superiori alle 200 tonnellate annue di CO2. All’opposto, le emissioni dei più poveri, in paesi come Honduras, Mozambico, Rwanda e Malawi sono 2000 volte inferiori (0,1 tonnellate all’anno). Una conseguenza ovvia è che le emissioni sono fortemente concentrate. Ordinando la popolazione in base alle emissioni che ciascuno produce, risulta che il 10% più inquinante è responsabile del 45% delle emissioni globali, mentre il 50% meno inquinante vi contribuisce soltanto per il 13%.

Cosa voglio dire con tutto ciò? Che sono gli stili di vita dei super-ricchi ad avere un ruolo rilevante nelle emissioni climalteranti. E’ forse sufficiente ricordare che si tratta di persone che posseggono aerei personali e edifici di dimensioni immense. Per di più i ricchi del mondo sono in grado di acquisire ogni possibile antidoto contro molte delle conseguenze negative del cambiamento climatico e, quindi, non subiscono neanche in parte i costi derivanti dal degrado ambientale che così incisivamente contribuiscono a provocare. Senza parlare poi del fatto che quando i redditi sono molto concentrati è più difficile introdurre efficaci normative a tutela dell’ambiente. E la ragione principale è che, se introdotte, esse finiscono per intralciare i meccanismi che consentono di ottenere redditi tanto elevati.

Vogliamo fare qualche esempio di casa nostra? L’impossibilità di introdurre una carbon tax, la difficoltà di chiudere o riconvertire i grandi impianti fossili, energivori e climalteranti, l’incapacità di ridurre la concentrazione di reddito e di potere nelle mani di chi colpevolmente può prevenire la regolazione delle emissioni di CO2. Sempre secondo Oxfam International, il numero di miliardari (presenti nella lista di Forbes) con interesse nel campo dei combustibili fossili è cresciuto tra il 2010 e il 2015 da 54 a 88, e la loro ricchezza complessiva è aumentata del 50%. Settori cruciali per l’ambiente, come spiegava l’Economist nel 2015: petrolio, carbone, acciaio, miniere, ecc. E per facilitare il cammino verso l’acquisizione di ricchezza, anche se a spese della salvaguardia del sistema ambientale mondiale, si arruola il fior fiore di scienziati negazionisti.

Il timore di intralciare gli utilizzatori di quelle energie inquinanti, e non soltanto i produttori, con conseguenze per la crescita economica e l’occupazione, fa dire sciocchezze stratosferiche ai nostri politicanti da strapazzo, ignoranti in cerca di consenso e fa promuovere consessi mondiali, come il G7 francese, per colpire chi già è colpito dalla vita stessa. E non è un caso che sia proprio la Francia di Macron ad aver introdotto la tesi colpevolista verso i Paesi più poveri: è la nazione in cui l’origine della protesta dei gilet gialli può essere ricondotta proprio ad una sorta di disattenzione nei confronti di un’equa distribuzione dei costi del miglioramento della qualità ambientale. Una protesta che ha dimostrato la stretta connessione tra qualità dell’ambiente e concentrazione dei redditi. Liberare il futuro dalle diseguaglianze sociali, aiuterebbe anche a liberarsi dal degrado ambientale.