Il film di Veltroni, la ricerca della vita
e quelle domeniche al cinema con l’Unità

Quando era direttore dell’Unità, il sabato sera Walter Veltroni faceva il giro della redazione prima di andarsene. Entrava nelle stanze e diceva, con sguardo ammonitore: “Mi raccomando, domani alle 10 al Mignon”. Il Mignon era (ed è) un cinema di Roma vicino a Piazza Fiume, a due passi dalla casa in cui Veltroni è cresciuto e dove tuttora vive. In quella sala, a partire dal 1993, la domenica mattina l’Unità regalava il cinema ai propri lettori. Bastava presentarsi con una copia del giornale e si potevano vedere C’eravamo tanto amati di Ettore Scola, Kapò di Gillo Pontecorvo, Borotalco di Carlo Verdone e molti altri film dei migliori registi italiani, da Amelio ai fratelli Taviani, da Rosi alla Archibugi solo per citarne alcuni, e poi seguire il dibattito con gli autori. Oppure, come accadde nel 1994 nel decennale della morte, assistere a una straordinaria e affollatissima non-stop su François Truffaut.

Quelle “domeniche al cinema con l’Unità” mi sono tornate in mente, lunedì sera, vedendo in anteprima “C’è tempo”, il film di Walter Veltroni.

Vi chiederete che cosa leghi una storia di ventisei anni fa e un film che giovedì 7 marzo arriverà nelle sale. Qualcosa c’è, un filo sottile li tiene insieme. Intanto, il grande amore per il cinema, per i suoi simboli, i suoi riti, i suoi aneddoti e la leggenda che lo avvolge da sempre, che erano così forti allora come lo sono oggi. Poi, soprattutto, quello stesso filo unisce in un percorso della memoria i fotogrammi che ti entrano dentro e che ti porti dietro per sempre: sono quelli che Veltroni ha disseminato nel film. L’elmo di Gassman nell’Armata Brancaleone che appare nella hall di un hotel, la cena dei contadini di Novecento di Bernardo Bertolucci proiettata su uno schermo in una vecchia casa emiliana, il cinema Fulgor dove Federico Fellini vide il suo primo film e dove i protagonisti riprendono il volo, la locandina dei Quattrocento colpi di Truffaut sulla porta della cameretta che si chiude definitivamente alle spalle del bambino. Sono tanti piccoli segnali di fumo in un film che racconta l’infelicità degli uomini (e dei bambini) e la loro battaglia per liberarsene, provando a buttare via ogni zavorra della propria vita e tornare così a sentirsi liberi e leggeri.

La storia di “C’è tempo” probabilmente la conoscete già. E’ il racconto di un incontro tra due tristezze: quella del piccolo Giovanni (un bravo Giovanni Fuoco), cresciuto in una famiglia ricchissima e così saggio da apparire a volte insopportabile, rimasto improvvisamente orfano dopo la morte di entrambi i genitori e quella del “grande” Stefano (uno straordinario Stefano Fresi), cresciuto invece in una famiglia povera, che di mestiere fa il cercatore di arcobaleni e il custode di un maxi-specchio che riflette la luce del sole per illuminare un paesino che altrimenti vivrebbe in ombra, il quale attraversa una fase di crisi con la propria moglie.

Non lo sanno, ma Stefano e Giovanni sono fratelli, figli dello stesso padre, che ha abbandonato il primo al suo destino appena nato e ha riempito di inutili ricchezze e di una disperata solitudine, colmata dai film, la vita del secondo. La scintilla dell’incontro tra due persone così diverse la provoca il giudice che, per volere testamentario, nomina Stefano tutore del piccolo Giovanni e glielo affida a forza. All’uscita del tribunale inizia un lungo viaggio a bordo di un “maggiolone” durante il quale si incrociano le storie e le vite, i sogni e le speranze, le amarezze e le asprezze, le incomprensioni e le tenerezze. Quelle loro e poi quelle di un’altra coppia in cerca di se stessa, che incontrano su una spiaggia di Rimini: Simona (una bella e brava Simona Molinari), che fa la cantante e sua figlia Francesca (interpretata da Francesca Zezza), tredicenne anche lei come Giovanni.

Strada facendo Stefano e Giovanni, così diversi e opposti – uno, per dire, parla il dialetto romano, l’altro un italiano forbito: “mi astengo, ma come fai a dì mi astengo dico io…”, gli fa notare a un certo punto il fratello maggiore – riescono a trovare il sentimento nuovo che può tenerli legati e consentire all’uno di ritrovare la voglia di vivere perduta in un menage coniugale consumato e all’altro di rivedere la luce di un vero rapporto umano dopo la tragedia del lutto.

E’ un film, quello di Veltroni, che nasce da due disperazioni, diverse e complementari, che poi lentamente si aggrappano a quegli indizi di felicità che si incontrano lungo il cammino. Che devi, però, saper riconoscere e afferrare affinché possano cambiarti la vita e riconsegnarti la passione di sentirti libero. Libero e leggero, come il pallone che a un certo punto vola nell’aria e torna a terra solo quando è il momento giusto. O come il doppio arcobaleno che appare all’improvviso a segnare il cielo di Parigi come un presagio di nuova felicità.

In fondo questo film di Veltroni, il suo primo di fiction, è un messaggio di speranza in un mondo dominato dalla paura, dall’odio e dalle solitudini. Diciamo un messaggio di normalità della speranza. Basta volerlo e cercarlo, il nuovo mondo: è qui, a un passo da noi. Non è mai troppo tardi per essere felici perché c’è tempo “per questo mare infinito di gente”. C’è tempo per ritrovare il senso della vita ed evitare di perdersi nelle proprie disperate tristezze quotidiane.