Ius culturae: il fastidio
di molti è il risultato
di una clamorosa bugia

Provate a chiudere gli occhi e ascoltate. Sentirete tante voci di giovani che parlano in italiano, qualche volta con l’accento romano, milanese, siciliano o veneto. Adesso riaprite gli occhi e vedrete che queste bambine e bambini, ragazze e ragazzi, hanno colori, sorrisi, occhi un po’ diversi, ma sono e si sentono italiani, come i nostri figli e nipoti, perché sono nati qui, hanno studiato nelle nostre scuole, hanno giocato e fatto sport nelle nostre squadre, ma –anche se sono molto bravi- non possono andare in nazionale.

Cittadinanza, identità e certezze

Lo “ius culturae” dovrebbe dare cittadinanza, identità e certezze a giovani che sono nati in Italia, da genitori stranieri, che hanno fatto un ciclo di studi di almeno cinque anni nelle nostre scuole, hanno imparato lingua, storia, regole, che anche noi qualche volta non rispettiamo. Dare la cittadinanza, grazie alla cultura, a chi è e si sente italiano, significa sottolineare l’importanza dell’educazione, della scuola, dell’adesione a principi condivisi.  ius_culturae

Significa integrare, valorizzare e responsabilizzare non solo i più piccoli, ma anche le loro famiglie, qualche volta riottose nei confronti dei nostri costumi e all’etica costituzionale, che tutti dovremmo condividere, a partire dai diritti e dall’eguaglianza delle donne. Dentro questa cultura c’è anche lo sport, formidabile contenitore di valori, regole, meriti e solidarietà.

Un principio di civiltà che non costa nulla

Lo “ius culturae” è un principio di civiltà, che non costa nulla, ma -secondo molti- non è ancora il momento per essere approvato e forse non lo sarà mai. Per Salvini, ormai dominus della comunicazione politica, “la cittadinanza non è un biglietto al luna park”, dimostrando che considera l’Italia un luogo collocato tra Papeete e un parco divertimenti.

Alla fine, quasi tutti –a quanto pare- concordano con lui quando dice che “la cittadinanza facile è l’ultima delle esigenze che ci sono in Italia in questo momento”. Strana argomentazione, come se nascere, crescere, studiare e vivere in Italia fosse davvero facile. E poi, davvero, dobbiamo avere paura di giovani e bambini che sono e vogliono essere italiani?
Dare la cittadinanza a chi è, si sente e vuole essere italiano, sarebbe più conveniente anche sul piano sociale ed economico, perché, nella grande maggioranza dei casi, se questi giovani non si sentiranno rifiutati ed emarginati fino alla maggiore età, diventeranno cittadini più responsabili, partecipi e consapevoli e forse diventeranno nostri “ambasciatori” nel resto del mondo.

Il risultato di una clamorosa bugia

Il fastidio nei confronti dello “ius culturae” è il risultato di una clamorosa bugia che ha messo in un unico calderone politico e mediatico, migrazione clandestina, più o meno fantasma, un pizzico di criminalità e questi figli di stranieri che nascono, vivono e studiano già in Italia. Sono due mondi agli antipodi, che hanno in comune solo la retorica della paura nei confronti degli “stranieri” (xenofobia).

Ma questi bambini e ragazzi –ascoltateli e guardateli- non sono e non si sentono “stranieri”, anzi possono essere un formidabile strumento di crescita civile per tutti noi, se la scuola, pubblica e laica, e il mondo dello sport potranno svolgere la loro più importante funzione educativa: far crescere dei cittadini più responsabili e consapevoli. ius_culturae
Lo “ius culturae” riguarda soprattutto i giovani che –finalmente- hanno riconquistato un po’ di visibilità –grazie alla straordinaria testimonianza di Greta Thunberg– con il loro impegno per la difesa dell’ambiente e della natura. Dopo che gli abbiamo “rubato il futuro”, si sono fatti sentire e vedere e così –forse non a caso- è riemersa la proposta di dare il diritto di voto anche ai sedicenni. Saranno pronti degli adolescenti, distratti da mille stimoli, spesso dispersi nella rete e dediti ai like, a votare e decidere per il loro e il nostro futuro?

Forse sì, forse no, ma di certo -negli ultimi decenni- gli adulti al potere non hanno dato grande prova di maturità, riempendoci di immondizie e di debiti. Forse, questi giovani, anche se distratti ed impreparati, tanto peggio di noi non potranno fare.