Il fallimento del guevarismo
intrappolato nella violenza

Che cosa davvero resta del Che, oggi, mezzo secolo dopo la sua morte? Che cosa si salva, in questa babele di ossificati slogan rivoluzionari e di sfrenato mercantilismo? Che cosa si può riscattare, oltre la retorica stantia del “hasta la vittoria, siempre” che, implacabile e patetica, continua a risuonare come un ritornello nel lessico d’una sinistra prigioniera dei propri miti? Quali valori – valori vivi, davvero “di sinistra” – si possono recuperare oltre la mercificazione dell’immagine? La risposta è, probabilmente, tutto e nulla.

 

Nulla, perché in realtà nulla – o ben poco – resta di salvabile in quello che fu il “guevarismo”. Il Che Guevara pensatore politico (o, ancor meno, economico) non solo non esiste più, ma, a ben vedere, mai è esistito. Le sue esperienze come direttore della Banca Centrale di Cuba, come primo responsabile della riforma agraria e come ministro dell’Industria, furono totali fallimenti la cui eredità è riassunta nella molto volontaristica teoria – mai applicata perché inapplicabile, un mito sovrapposto ad un altro mito – del “hombre nuevo”. Nulla, soprattutto, perché il guevarismo – ed in particolare la sua teoria dei “fuochi rivoluzionari,” o “foquismo” – è figlio di un’epoca diversa ed irripetibile. Più precisamente: perché è figlio d’un errore strategico che, consumatosi, tra gli anni ’60 e ’70, in una stagione diversa ed irripetibile, già è stato pagato con lacrime e sangue.

 

Ernesto Che Guevara fu, essenzialmente, un guerriero. E della guerra – una guerra destinata a liberare il mondo dall’ingiustizia, ma pur sempre una guerra – ha sempre accettato o, addirittura, amato anche i più tetri risvolti. L’odio, la violenza, la necessità di uccidere, non importa quanto brutalmente, più di quanto uccida il nemico. “L’odio come fattore di lotta – scrisse il Che nell’aprile 1967, poco prima di morire, nel suo molto celebrato messaggio alla Tricontinentale (quello del “uno, due, tre, molti Vietnam”) –; l’odio per il nemico, l’odio che spinge l’uomo molto oltre le sue limitazioni naturali e lo trasforma in una effettiva, violenta, selettiva e fredda macchina per uccidere. I nostri soldati devono essere così: un popolo senza odio non può trionfare su un nemico brutale….Al nemico occorre togliere ogni istante di tranquillità e di pace, fuori dalle sue caserme e persino nella sua vita intima…attaccarlo dovunque si trovi, far sì che si senta come una belva intrappolata…”.

Il Che amò la guerra. Ed ancor più profondamente e senza ambiguità amò quella che, della guerra, è la vera radice: la morte. La sua morte (non pochi sono gli analisti convinti che proprio la ricerca del martirio sia stato il vero motore della sua ultima disastrosa avventura boliviana) e la morte degli altri. La morte delle molte decine di persone che fece fucilare, quando, a rivoluzione vittoriosa, diresse la commissione d’epurazione nella prigione di Las Cabañas. La morte dei suoi stessi compagni d’armi. Impressionante è, nei suoi diari della Sierra Maestra, il gelido compiacimento col quale narra l’esecuzione di Eutimio Guerra, un guerrigliero sospettato di tradimento. “…alla fine il problema (il problema era capire se quel guerrigliero fosse o meno colpevole n.d.r.) venne da me risolto con un unico di pistola calibro .32 alla tempia…”. Vale ovviamente la pena ricordare come, alla base dell’odio del Che – e della sua convinzione che senza violenza non potesse esserci giustizia – vi fosse in realtà un’altra e ben più radicata, antica violenza: quella del potere oligarchico ed imperiale che ha scritto gran parte della storia latinoamericana. Verissimo. Ma vero è anche che la “violenta, selettiva e fredda macchina per uccidere” auspicata dal Che per rispondere a quel “nemico brutale” non ha, a conti fatti, che intrappolato che se stessa. O meglio: ha finito per diventare, semplicemente, una funzione moltiplicatrice della brutalità nemica.

 La storia del “foquismo” insegna. In Cile – nel Cile di Allende, della Unidad Popular e della “via parlamentare al socialismo” – le azioni del Mir (Movimiento de Izquierda Revolucionaria) hanno accelerato i tempi del bombardamento della Moneda e dell’avvento di Pinochet. In Uruguay la “propaganda armata” dei Tupamaros (dettaglio curioso: in questo caso contro i consigli del Che) hanno tagliato le gambe a quella che era considerata, pur con tutti i suoi limiti e le sue ingiustizie, la più solida democrazia latinoamericana. Ed in Argentina il contrapposto terrorismo dei Montoneros e della “Alianza Anticomunista Argentina” (la famigerata “Triple A”) – frutti avvelenati, entrambi, del comune albero peronista – rapidamente distrusse le speranze create, dopo anni di dittatura militare, dal ritorno dall’esilio di Juan Domingo Perón. E non si trattò, in tutti e tre i casi, soltanto dell’ “oggettivo” prodotto di scelte politiche sbagliate. La distruzione della “maschera democratica” e l’avvento d’un regime autoritario e violento non era in realtà, per Mir, Tupamaros e Montoneros che l’indispensabile premessa d’una insurrezione popolare vittoriosa…La maschera cadde. Arrivarono infine, uno dopo l’altro – sotto l’amorosa regia del Dipartimento di Stato Usa, allora diretto da Henry Kissinger – gli auspicati regimi autoritari e violenti. Macchine per uccidere molto più potenti, fredde, selettive ed effettive di quelle preconizzate dal Che. E Vinse l’odio. Non quello che “spinge l’essere umano oltre i suoi limiti naturali”, ma quello che distrugge ogni forma di umanità.

 E proprio da qui, da questo storico fallimento del guevarismo, bisogna probabilmente ripartire per riscoprire il “tutto” che ancor oggi, a cinquant’anni dalla sua morte, il Che continua a rappresentare. La convinzione che il mondo può essere cambiato. La volontà di cambiarlo. La coerenza – una virtù, questa che neppure i più feroci detrattori negano al Che – necessaria per cambiarlo. La vigenza – oltre gli errori e gli orrori, oltre gli slogan più ammuffiti – di un’utopia di eguaglianza e di giustizia senza la quale nessuna sinistra può davvero esistere. Il guevarismo è morto. Lunga vita al Che Guevara.

 

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