Il dramma delle carceri
e il ministro che ignora
la Costituzione

Come fossimo stati chiusi in un ospedale, e dal letto avessimo atteso con grande ansia il verdetto di un esame clinico. E mentre si stava lì, col cuor sospeso, ecco giunge una notizia che pare il frutto di un pessimo film catastrofista imperniato sui casi della peggior natura umana, quindi una strage di detenuti, in seguito ad una fiammata di rivolta nelle carceri. Dispiace, sicuro, ma abbiamo altro cui pensare, il virus ci assedia e li rimettessero in riga, che son delinquenti, pugno di ferro e chiudiamo il fascicolo, c’è sempre bordello alla periferia dell’umanità.

Fuoco nelle carceri, rivolte e fughe

Il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede

Fatto, è andata così. In pochissimi giorni, quel fuoco è divampato in molti istituti penali italiani, producendo morte, sofferenze atroci per detenuti e poliziotti, una fuga di massa, una cinquantina – a Foggia – di cui sedici spariti nel nulla, sequestri, distruzione di strutture, un caso enorme, devastante per ogni buona coscienza, e si è, forse, chiuso in queste ore senza che sia accaduto qualcosa che dice al paese e all’opinione pubblica: abbiamo capito, soprattutto dove abbiamo sbagliato, le contromisure sono già in cantiere e chi ha sbagliato pagherà.

Infatti, il ministro Bonafede, in Parlamento, fa una specie di elenco della spesa, ribadisce di essere sempre disposto ad ascoltare le parole di protesta motivate e non violente, ma lo Stato, e cioè lui, non è disposto a cedere all’illegalità. Come se qualcuno glielo avesse chiesto. Cioè: pare che nulla di particolarmente impegnativo abbia turbato i nostri cieli già grigi.In più, un paio di particolari sembrano destinati a far da cuscinetto alla gravità dei fatti: i detenuti – 13, fino ad ora – non sarebbero vittime della repressione ma di un improvviso abuso di psicofarmaci arraffati nelle farmacie delle carceri devastate; secondo: pare che ci sia lo zampino, e quindi la regìa, della criminalità organizzata nell’onda di rivolta, una inchiesta lo appurerà.

Son racconti, a proposito di quelle morti, non prove, che si autocertificano, come una passeggiata in tempi di virus. Ma suona atroce che proprio questa versione, fin qui non smentita, sia accolta da grande parte dell’opinione pubblica come contesto per qualche via banalizzante. Sono criminali, gente marcia che nuota nella droga, rubano ricattano e poi si ammazzano con la droga: perché meravigliarsi? Come di fronte ad una discarica, non si sta lì a controllare cosa galleggi nel liquame, la materia è quella, c’è coerenza, manca la “notizia”. Il ministro lamenta la mancanza di fair play della sua controparte. E sfasciare e distruggere, è vero, non aiuta il confronto. Ma si sta parlando di esseri umani, giudicati e condannati per molti reati, che privati della libertà personale in modo totale, vivono in strutture carcerarie sovraffollate: sono diecimila più di quanti per legge quelle celle dovrebbero accogliere. Ammassati, privati di dignità che pure sempre per legge e per lo spirito della costituzione, la loro condizione dovrebbe garantire.

Lo Stato protegge la dignità di persone senza libertà?

Se uno Stato non è in grado di proteggere la dignità di persone alle quali, legittimamente, toglie la libertà e per questo prende in custodia, che Stato è? E’ la Costituzione che pone questo interrogativo allo Stato, non la “discarica”. A questi esseri umani è stato sinteticamente comunicato da quello stesso Stato che, incombendo il virus, si sarebbero sospesi i colloqui con i parenti, temporaneamente.

Da qui, da questa nuova durissima restrizione, la rivolta si è estesa a macchia d’olio da Nord a Sud– Napoli, Modena, Foggia, per citare i focolai più gravi – coinvolgendo migliaia di reclusi. In questo clima infuocato sono traboccate violenze, morte e distruzione con conseguenze sanguinose per oltre quaranta agenti di polizia penitenziaria, esseri umani ai quali sempre lo Stato, con le sue inadempienze, garantisce regimi di lavoro terribili in cambio di una retribuzione ridicola. Sono cifre tremende, contabilità di una battaglia che si vorrebbe volentieri sistemare sotto il tappeto, come polvere. E non sembra aver fatto breccia la notizia, tuttavia ancora da chiarire, secondo la quale i tredici detenuti sarebbero morti per eccesso di psicofarmaci, non commuove la condizione umana di chi in un paesaggio corrotto a molti livelli, decide di infilarsi in bocca o in vena un cocktail di farmaci in grado di annientarne l’esistenza.

Chi dovrà pagare?

Ma son criminali, si dice, “lassa sta, l’è roba da barbùn”, e si chiudono occhi e cuore, volentieri, senza senso di colpa. Nessuna traccia di questi tormenti nell’intervento del ministro, in linea con un sentire recessivo, molto burocratico, che sembra oggi godere di larghissima audiencein Italia e non solo. Non si è chiesto: cosa accade in carcere, perché la vita possa avere un valore così trascurabile? Bonafede ha annotato che sì, la rivolta ha messo in luce il disagio che da tempo affligge quell’angolo di mondo, ma ricorda di aver provveduto a rimpolpare con oltre duemilacinquecento agenti il dispositivo penitenziario. Tutto bene, lui non c’entra, suggerisce. Ma è vicenda che avrebbe messo in discussione un governo intero se si fosse in tempi di “pace”.

Quindi, qualcuno dovrà pagare, chi? Forse Francesco Basentini, capo dell’amministrazione penitenziaria, ex procuratore aggiunto di Potenza, un “duro”, si dice, che lo stesso Bonafede giudicandolo in linea con la sua sensibilità ha premiato con quella responsabilità. Italia Viva vorrebbe fosse spazzato, Leu lamenta la sua inadeguatezza, il Pd propone una verifica dei suoi comportamenti. L’opposizione, per bocca di Maurizio Gasparri preferirebbe la testa del ministro. Si vedrà nei prossimi giorni.

E il sovraffollamento è ancora più pesante

Ma intanto il problema che ha certamente favorito l’esplosione delle carceri, il sovraffollamento, si presenta oggi in forme anche più acute: i danneggiamenti delle strutture hanno praticamente cancellato duemila posti. I detenuti si spostano di qui e di là in cerca di situazioni tampone che non potranno che essere temporanee ma ora si sa che il tempo è finito che occorre por rimedio, alleggerire la situazione, toglierle drammaticità. Servono rattoppi, intanto, e Pd, Unione delle camere penali, Associazione Antigone ne propongono un paio. Si guadagnerebbero un migliaio di posti concedendo ai semiliberi di non tornare in carcere la sera, e quasi quattromila rimettendo anticipatamente in libertà quanti sono alla vigilia del fine pena, a pochi mesi di distanza. Rattoppi senza alternative in una tragedia per ora senza alternative.