Il doppio segno della protesta mondiale
contro le diseguaglianze

Prima la Francia (i gilet gialli), poi l’Inghilterra (i pro e i contro la Brexit), poi ancora Barcellona (i pro e i contro l’indipendenza). Quindi Hong Kong, Algeri, Santiago de Chile, Beirut. La lista delle città e dei paesi che scendono in strada e protestano, sfidando la repressione, non finisce qui. Ed è probabilmente destinata a crescere. E, come già si comincia a vedere, a radicalizzarsi.

Cosa succede? Come si spiega questo rivolgimento sociale senza precedenti per le sue dimensioni, che si sviluppa in tanti paesi di diverse tradizioni, culture, religioni e livelli di sviluppo, come se una mano misteriosa lo promovesse e organizzasse cogliendo di sorpresa autorevoli commentatori e osservatori internazionali? Sorprende in primo luogo il numero delle persone che partecipano alle manifestazioni di strada. A costoro andrebbero aggiunti i partecipanti nascosti, che possono osservare senza rischi i manifestanti grazie alle riprese in tempo reale rese possibili dalle nuove tecnologie.

Un fenomeno che non ha analogie nel passato

 

Chi scrive non ama l’uso facile del termine rivoluzione. Che, tra l’altro, evoca troppo spesso esperienze storiche clamorosamente fallite. Appare infatti difficile, se non impossibile, spiegare quanto sta avvenendo in queste realtà con esperienze e rivolte passate. Le rivoluzioni socialiste del secolo scorso non sono riproponibili nelle condizioni di oggi. Si veda, a questo proposito, la regressione della rivoluzione sandinista in Nicaragua e quello, in corso, della rivoluzione militare di Chavez in Venezuela. Soltanto le recenti “primavere arabe”, un apparente paradosso, hanno espresso profonde analogie con le attuali proteste.

La protesta a Santiago del Cile

Appare chiaro, in primo luogo, che la protesta è diretta contro gli effetti devastanti della crisi economica internazionale scoppiata all’inizio del secolo e ora riproposta con la recessione mondiale. La crisi colpisce ovunque, sia i paesi avanzati, sia quelli un tempo classificati in via di sviluppo. Colpisce i ceti popolari, ma anche  gli operai nonché vasti strati di lavoratori autonomi classificati come ceti medi. Una larga parte della società sente venir meno tradizionali certezze di lavoro e di reddito e soprattutto la speranza di un futuro migliore. Si sta evaporando il mito dell’ascensore sociale. Ecco che non protestano più soltanto i lavoratori dell’impiego fisso, tradizionalmente protetti, ma anche i lavoratori a tempo parziale o a termine, sempre più esposti ai “capricci” del “mitico mercato”. Il fenomeno si salda con l’innovazione tecnologica nei luoghi di lavoro, accelerata dalla “rivoluzione digitale” che ormai opera in tutti i campi. Milioni di esseri umani vedono profilarsi, nei paesi “poveri” ma anche in quelli “ricchi” un futuro sempre più incerto. Il tutto mentre la ricchezza si va concentrando, sempre più celermente e proprio grazie alle nuove tecnologie digitali, nelle mani di una piccola minoranza. La quale, d’altra parte, poco o niente fa per nascondere agli altri, ai poveri del mondo, le proprie ricchezze. E lo fa proprio grazie alle nuove tecnologie. Che dire della ragazza figlia di nuovi ricchi, che sfoggia il suo “fascino” sulla rete raggiungendo in tempo reale milioni di persone? Tra i tanti nuovi fenomeni in corso c’è anche il “narcisismo “ dei ricchi, gli stessi che esprimono la “aporofobia” (il “rifiuto dei poveri”), termine coniato dalla filosofa spagnola Adela Cortina la quale ricorda come l’aporofobia rappresenti un “attentato quotidiano contro la dignità delle persone e contro la democrazia”. Eppure, a ben guardare, non si tratta di un fenomeno a senso unico. Le immagini, come gli scritti e le voci, si diffondono in tutte le direzioni. E’ diventato molto difficile nascondere la violenza e  l’esclusione a coloro che si sentono protetti dal benessere. Lo stesso vale per le manifestazioni di protesta che grazie alla rivoluzione digitale si propagano a velocità senza precedenti (le primavere arabe per prime). Si diffonde l’aporofobia ma anche la coscienza contraria.

La minaccia del capitlismo globale

Il  “capitalismo” globale rappresenta una gravissima minaccia, la più grave, allo Stato sociale. Il mercato ha bisogno di espandersi riducendo la qualità dei servizi sociali. Un esempio limite è stato il progetto dei Chicago boys imposto dal regime cileno durante la dittatura militare di Pinochet (1973 – 90). La strategia neoliberista attuata in Cile ha raggiunto il suo obiettivo: privatizzare al massimo le attività pubbliche, imporre un regime fiscale sbilanciato a favore di pochi grandi ricchi creando in questo modo le condizioni più attraenti per gli investimenti interni e internazionali. Esempio e modello di riferimento per il mondo o almeno per l’America latina? L’immensa protesta di questi giorni dimostra invece il clamoroso fallimento di tale strategia.

Manifestazione a Hong Kong

E dimostra quanto sia stata inadeguata la risposta della vecchia sinistra che per circa 20 anni ha partecipato alla guida del paese senza opporsi in modo adeguato al progetto neoliberista. Altro esempio? Il Libano. Qui la contestazione di massa coinvolge senza esclusione i diversi gruppi religiosi – dai cristiani maroniti ai sunniti e agli sciiti – ora uniti nel rifiuto della corruzione e nella richiesta di uno Stato sociale garantito senza esclusioni confessionali a tutti i cittadini. E anche qui la situazione ha sorpreso i partiti storici, di destra e di sinistra, che hanno rinviato l’appuntamento con le novità indotte proprio dalle tecnologie digitali.

S’intravede, infine, un tema di chiave: l’ampiezza e la radicalità delle manifestazioni rischiano, in mancanza di obiettivi e alleanze sociali adeguate, di precipitare nel caos o nella passività, terreni fertili per nuove svolte di tipo populista e autoritario. A questo, probabilmente mira la minoranza più ricca del capitalismo mondiale, anch’essa incapace di guardare “oltre la siepe” e di piegarsi al controllo democratico e alla redistribuzione della ricchezza.

Tocca ai protagonisti di queste lotte saldare proteste e proposte. Perché, ad esempio, non pensare a un coordinamento tra le diverse piattaforme per definire insieme a livello internazionale comuni obiettivi e iniziative di lotta? Magari per decidere, come hanno fatto i ragazzi della protesta per l’ambiente, una giornata di manifestazione mondiale contro le disuguaglianze sociali?.